mercoledì,Settembre 28 2022

Intervista a Lucio Presta: «Cosenza è una ferita aperta»

L’Italia aspetta di rompere le righe per misurarsi con la paura e la voglia di tornare a vivere, forse in un mondo diverso, e anche alla macchina televisiva toccherà un nuovo rodaggio. Tutto è cambiato in una sorta di riavvio forzato. Il mondo dello spettacolo, tra i settori più a rischio insieme a quello del

Intervista a Lucio Presta: «Cosenza è una ferita aperta»

L’Italia aspetta di rompere le righe per misurarsi con la paura e la voglia di tornare a vivere, forse in un mondo diverso, e anche alla macchina televisiva toccherà un nuovo rodaggio. Tutto è cambiato in una sorta di riavvio forzato. Il mondo dello spettacolo, tra i settori più a rischio insieme a quello del turismo, rischia di affondare perché senza pubblico si boccheggia e poi si muore. Il manager Lucio Presta lo dice senza giri di parole: qualcosa deve muoversi e deve farlo in fretta.

Lo spettacolo deve ricominciare, ma come?

«In realtà non si è mai fermato. La televisione ha continuato, a volte in maniera inedita a volte con repliche importanti, a tenere compagnia alla gente. Due settimane fa, curiosamente, il secondo titolo trend topic era “Sanremo 2020”, l’ultima cosa bella dell’anno prima che scoppiasse la pandemia».

Il destino dei live ora appare piuttosto incerto.

«Questo è un grosso problema, ed è una situazione piuttosto ingarbugliata. Con la cancellazione di concerti e manifestazioni estive, ci sono migliaia di tecnici senza occupazione e senza stipendi. Certo è che i biglietti per gli spettacoli dei grandi nomi sono già stati tutti venduti mesi prima, quindi mi auguro, ma ne sono certo, che gli organizzatori che hanno già incassato il denaro, provvedano ad anticipare a tecnici, operai e manovalanza, i soldi delle tournée rimandate».

Una liquidità che forse manca per le organizzazioni più piccole o indipendenti.

«Gli artisti e i loro entourage, che praticamente vivono con gli spettacoli estivi, parlo anche delle feste di piazza, sono professionalmente morti, adesso. Non ci sono regole, non ci sono piani, si naviga a vista e c’è molta nebbia all’orizzonte. Questa situazione provocherà un danno enorme al settore e sinceramente non so come riusciremo a recuperare».

Ci sono ambiti che in questo momento sono un po’ figli di un dio minore?

«Quando sento parlare in tv virologi, politici, economisti mi viene da sorridere perché si parla del problema dello spettacolo e del turismo come se fossero criticità trascurabili. Quello che forse sfugge è che il cinema, il teatro, lo stabilimento balneare non sono solo svaghi ma industrie vere e proprie che danno lavoro a un mucchio di persone. Parlare di turismo non vuol dire spostare l’attenzione dal dramma della pandemia intesa come emergenza sanitaria, ma vuol dire comprendere che l’Italia è anche basata su attività che fino a questo momento hanno dato da mangiare a molte famiglie che ora si trovano sono senza assistenza e senza futuro».

Uno scenario apocalittico. 

«Lo dico senza fronzoli: sarà un anno in cui sarà difficile riuscire a portare il cibo in tavola. Almeno per alcune categorie di lavoratori. Sono curioso di capire queste migliaia e migliaia di coste italiane come saranno utilizzate».

Si è parlato di divisori in plexiglass sulle spiagge.

«Con il caldo di agosto, dopo qualche ora il Reparto Grandi ustionati sarà al collasso».

Tornando alla televisione, molti programmi vivono anche grazie al pubblico, ai casting, sarà difficile ripristinare un minimo di normalità?

«Su questo aspetto ho un’idea molto precisa. Credo che tutti dovrebbero scaricare l’app Immuni che potrà permettere un minimo di censimento. La televisione generalista non è il web, con una mappatura precisa le persone potranno entrare negli studi. Perché non dovrebbero? I programmi hanno bisogno della partecipazione, dell’energia del pubblico. Ci sono show come “La Corrida”, “Avanti un altro” in cui la presenza della gente è fondamentale. Mi batterò perché anche in televisione si lavori in questa direzione».

Questa emergenza forse lascerà una traccia profonda nell’animo di tutti, cambierà anche lo show-biz?  

«Non vorrei che si pensasse che le mie critiche sul valore che stiamo proponendo televisivamente, mirino a promuovere un controllo dei contenuti da parte dell’editore; ognuno di noi deve essere attento a cosa propone e a come lo propone. Credo che non sia più tempo di parlare alla pancia delle persone per rosicchiare audience, ma è il momento di alzare il livello di serietà del nostro mondo. Le testate giornalistiche devono fare il loro lavoro in modo professionale. Se facciamo le crociate sul web contro le fake newso le junk news, poi lo stesso impegno lo voglio trovare anche in televisione. Non si può lanciare un servizio su un problema importante e poi, subito dopo, uno sulla scollatura strabordante di qualche soubrette, l’informazione è un’altra cosa».

Di cosa ha bisogno la gente in questo momento, intrattenimento o informazione?

«Tutti hanno voglia di distrarsi. Se quattro mesi fa avessero chiesto: qual è il tuo più grande desiderio? La risposta non sarebbe stata: voglio prendere un caffè al bar. Ora è così. Le persone sognano di fare cose che una volta erano normali abitudini quotidiane. Ogni gesto, anche quello più semplice e naturale, è diventato qualcosa di strutturatissimo, straordinario».

Come è stata la sua quarantena?

«L’ho passata come un criceto sul balcone. Un criceto fortunatissimo, perché ho un bel terrazzo. Di tanto in tanto scendevo giù e passeggiavo, e un giorno un amico mi ha detto: prova a cambiare direzione di marcia, di tanto in tanto. Il senso di alienazione è stato fortissimo ma ho seguito le regole in maniera rigorosa e ora mi aspetto che chi ci governa agisca in molto altrettanto serio».

Come ha vissuto da fuori la situazione calabrese, sfiorata dal contagio rispetto ad altre situazioni territoriali decisamente più drammatiche.

«È stato quasi come se fossi lì, ho tanti amici che mi scrivono, mi aggiornano su tutto. Poi Cosenza per me è una ferita aperta che non si rimarginerà mai. Leggere certe cose mi fa male».

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Il sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto

Parla della vicenda giudiziaria che in questi giorni ha investito la città?

«La gente ha creduto in alcune persone, ha voluto dargli fiducia, e non ha mai voluto mettere in discussione Occhiuto e il suo entourage, perché non c’è mai un uomo solo al comando, ma la fede non va tradita».

Ed è stato così?

«Dopo la sua elezione ho inviato un messaggio a Occhiuto: “Hai vinto in maniera quasi bulgara, ora fai della nostra città una grande città, fai qualcosa per i cosentini”. Invece ho sempre la sensazione che non si riesca mai a fare un salto di qualità».

Qual è stato, secondo lei, l’errore più grande di Occhiuto?

«Probabilmente è stato quello di aver guardato troppo spesso alla forma e poco alla sostanza. Probabilmente è un orientamento che deriva dalla sua formazione».

Presta, il suo sogno di diventare sindaco di Cosenza è ancora chiuso nel cassetto? È un cassetto che potrebbe riaprirsi?

«Sì, è ancora lì, non so se per ragioni di età riuscirò a riaprirlo. L’altro giorno ho scoperto che dalla task force volevano escludere i sessantenni, forse sono anagraficamente già fuori dai giochi. È un sogno che ho dentro ma temo che sia difficile realizzarlo».

Rimpianti su quell’avventura?

«No, nessuno, credo di aver percepito, a un certo punto, che i cosentini non avevano fiducia in quello che consideravano un “estraneo”. Forse non sono riuscito a fare arrivare alla gente il mio profondo senso di appartenenza alla città di Cosenza. Io mi sento forse più cosentino di chi vive lì tutti i giorni, tutto l’anno. Ma rispetto il giudizio delle persone, e se le persone hanno deciso che la scelta giusta era un’altra, va bene così. Il mio cammino in quella direzione si è fermato prima dell’ultimo miglio, per ragioni familiari, se avessi proseguito avrei avuto un buon risultato ma sono sicuro che Mario avrebbe vinto lo stesso».

Una corsa breve ma ad ostacoli la sua.

«Io i nemici ce li avevo in casa. Non serviva avere avversari contro cui competere, la vera opposizione era nelle fila di chi doveva appoggiarmi».

Fuoco amico.

«Macché, lì c’erano dei cecchini, professionisti del killeraggio».

Ma le carte del mazzo prima o poi si rimescolano.

«E chi lo sa, posso solo dire che le strade di Cosenza sono infinite».

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