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Coronavirus e quarantena, quando la casa diventa una gabbia di violenza

«Meno male che c’è la mascherina, così posso evitare di spendere soldi in fondotinta». Così dice Giulia con la voce strozzata e con un tono che vorrebbe essere ironico, ma è troppo segnato dal dolore. Come il suo viso pieno di lividi. Schiaffi, pugni, calci. Giulia ha trentasette anni, sposata da nove e con un figlio di tre.

Coronavirus e quarantena, quando la casa diventa una gabbia di violenza

«Meno male che c’è la mascherina, così posso evitare di spendere soldi in fondotinta». Così dice Giulia con la voce strozzata e con un tono che vorrebbe essere ironico, ma è troppo segnato dal dolore. Come il suo viso pieno di lividi. Schiaffi, pugni, calci. Giulia ha trentasette anni, sposata da nove e con un figlio di tre. Una vita normale, la sua, a detta dei vicini; un inferno, a detta sua. «Mio marito – racconta la giovane donna – l’ho conosciuto in vacanza al mare, amico di amici, una persona carismatica, divertente, sicura di sé. Poi il primo episodio a qualche mese dalla convivenza: durante una lite mi strattonò fino a farmi cadere. Io volevo semplicemente salire in macchina con lui. Da lì tanti altri episodi e un esagerato controllo su di me e su tutto ciò che facevo. Una gelosia morbosa, era ossessionato all’idea che potessi tradirlo. Ma lo perdonavo sempre, perché riusciva poi anche ad essere dolce.

Dopo la nascita di Samuele abbiamo avuto qualche problema economico e ha iniziato a prendersela con me per qualsiasi cosa: non c’era giorno che non urlasse, riempiendomi di insulti, oltre ad alzarmi le mani, anche davanti al bambino. Ero terrorizzata all’idea che potesse fare del male a Samuele. È solo uno scricciolo». Si zittisce di colpo, scoppia a piangere. A fatica riprende a parlare. «Un giorno non ce l’ho fatta più e mi sono rivolta al centro Roberta Lanzino dove mi hanno seguita, anche accompagnandomi nell’iter legale. Mi volevo separare, mi avrebbero assegnato con il mio piccolo Samuele ad una casa protetta, ma purtroppo l’emergenza causata dal Coronavirus, non mi ha permesso di andare via di casa. Per fortuna però sono riuscita a trasferirmi da mia mamma». 

“Mi ha puntato un coltello alla gola”

«Mio figlio ha sempre alzato il gomito – racconta Maria, 71 anni – e ciò gli ha sempre causato reazioni incontrollate, ma da quando ha perso il lavoro, a seguito dell’emergenza, è costretto a vivere tutto il giorno in casa con me e capita che reagisca in modo violento per la minima cosa. L’altro giorno mi ha puntato un coltello alla gola». Questi solo alcuni dei tantissimi casi di donne vittime di violenza domestica; la quarantena ha reso tutto ancora più insostenibile: ore e ore a contatto con il proprio aggressore in spazi spesso piccolissimi, da dividere anche con i propri bambini. I momenti in cui poter rifugiarsi anche altrove non sono più possibili e questo ha spesso impedito alle donne di poter sporgere denuncia o anche solo di avere modo di rivolgersi ai centri di ascolto. E così i casi sommersi di violenza tra le mura domestiche. 

«Molte liti in famiglia, anche violente. Dai dati raccolti per il mese di marzo e aprile non si nota una grande differenza rispetto allo scorso anno, se non per i casi di maltrattamento; nessun caso nel mese di aprile dello scorso anno e tre quelli per cui quest’anno siamo dovuti intervenire». Così Giuseppe Merola, capitano dei Carabinieri del comando di Cosenza che ricorda nello specifico il caso grave di una donna romena con tre figli, vittima di violenza da parte del compagno. «Siamo riusciti fortunatamente ad ottenere dal giudice la misura cautelare, l’allontanamento e il divieto per l’aggressore di avvicinamento alla dimora della compagna». 

I centri antiviolenza in Calabria, 29 casi in un mese

Numeri di violenze che ci saremmo però forse aspettati più alti, vista la condizione di costretta convivenza nel periodo della quarantena. E che ha impensierito in un primo tempo gli operatori dei centri antiviolenza della rete Di.Re Donne in rete di cui fa parte il Centro Roberta Lanzino di Cosenza. «I telefoni non squillavano da giorni, un silenzio inquietante che rimandava di certo non alla mancanza di casi di violenza, semmai all’aumento, dovuto alla clausura e all’impossibilità di rivelarli», spiega Antonella Veltri, presidente di Di.Re. «Abbiamo perciò lanciato e fatto circolare un video #Noi ci siamo per far arrivare alle donne la nostra vicinanza». «E pare che la cosa – continua la presidente – le abbia spinte a farsi forza e a contattarci, magari in orari insoliti, come quelli notturni, in cui più semplice forse sfuggire al controllo del proprio convivente».

«Si è così arrivati a registrare dal 2 marzo al 5 aprile ben 2867 casi in Italia di cui 806 di donne che non si erano mai rivolte prima al numero telefonico 1522. Sono 29 i casi in Calabria. Potrebbero sembrare una cifra bassa – precisa – ma se teniamo conto che nella nostra Regione sono solo tre i centri antiviolenza legati all’associazione Di.Re, può essere un numero considerevole. A Cosenza otto operatrici formate rispondono 24 ore su 24 e, grazie all’esperienza maturata, sono in grado, sulla base della situazione che si trovano a gestire, di capirne la gravità, così da indirizzare le donne, quando è necessario, anche a sporgere denuncia. Collaboriamo perciò con le forze dell’ordine per cui diventiamo molto spesso anche dei punti di riferimento». 

Luoghi di accoglienza? Dalla Prefettura ancora nessuna risposta

Purtroppo tanti i casi di minori, vittime di violenza assistita, che si trovano ad assistere ad episodi di violenza domestica. Ecco perché i centri antiviolenza accompagnano la donna e, insieme ai servizi sociali, anche i figli, in un percorso di supporto psicologico e nell’iter burocratico da seguire per la separazione, fornendo l’assistenza di un legale. «Fino a qualche anno fa il centro Roberta Lanzino aveva a disposizione anche una casa di accoglienza per le donne vittime di violenza, oggi ci appoggiamo a strutture sanitarie, quali le case protette, dislocate sul territorio della provincia di Cosenza. 

La situazione critica, però, causata dal Coronavirus, ha impedito che alcune strutture potessero accogliere le donne con o senza figli; nonostante questo, siamo comunque riuscite a metterle al sicuro dal proprio aggressore, come nel caso di una donna che abbiamo fatto trasferire in un’altra città». «Per risolvere il problema legato all’individuazione di luoghi sicuri per questi nuclei familiari violati, abbiamo pensato a dei Protocolli di intesa, oltre che con l’Azienda sanitaria, anche con la Prefettura; proprio a quest’ultima sarebbe spettato il compito di mettere a disposizione delle strutture di accoglienza. Ma fino ad oggi non abbiamo avuto alcuna risposta, anzi, molto spesso è la stessa Prefettura a chiedere il nostro aiuto nella gestione di alcuni casi. Una situazione resa ancora più difficile dal fatto che ci ritroviamo a non avere il giusto supporto dagli organi istituzionali».

«Resta di fondamentale importanza – conclude Antonella Veltri – l’opera di sensibilizzazione in grado di portare a riconoscere il fenomeno della violenza e ad associarlo non solo a lividi e percosse, ma anche a comportamenti morbosi, ossessivi, manipolatori, persecutori. Ecco perché da anni stiamo attivando corsi rivolti alle scuole, nel tentativo di sradicare, sin dalla più tenera età, idee e retaggi culturali che purtroppo hanno spinto e continuano a spingere la donna ad accettare e giustificare la violenza. In tutte le sue facce». E anziché zittirla con l’omertà, riuscire a darle un volto. Ed una voce, quella del coraggio.

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