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«Vediamo i pazienti Covid morire da soli, ma basta dipingerci come eroi»

Nella video-inchiesta di Gianluca Palma, la testimonianza di Alessia Liguori, medica oncologa all'ospedale privato convenzionato Humanitas Gavazzeni di Bergamo, e di Gioconda Ferraro, anestesista rianimatrice nella Ulss 5 Polesana, in Veneto, che racconta: «Si entra come in un acquario, bardati dalla testa ai piedi che muoversi è una fatica e si ha poco tempo a disposizione».

DI GIANLUCA PALMA
È la cosa più macabra di questa pandemia. Non poter dare l’ultimo saluto ai propri cari in fin di vita. Niente funerali, almeno fino al 4 maggio (stando al nuovo Dpcm) e divieto categorico per i familiari dei pazienti di avvicinarsi agli ospedali. Nella routine ospedaliera, infatti, il medico chiama a casa per comunicare la situazione clinica in peggioramento e consentire, così, gli ultimi momenti di vicinanza ai malati con la famiglia. Ciò che è successo negli ultimi due mesi negli ospedali di mezza Italia, soprattutto al nord, ha stravolto e impedito anche questa piccola e scontata dose di umanità.

Alessia Liguori, oncologa al Gavazzeni di Bergamo

«Una delle prime volte che svolgevo il mio turno di notte durante questa emergenza Covid-19racconta la dottoressa Alessia Liguori – mi è capitato di dover certificare cinque decessi di pazienti oncologici e dover tenere comunque la famiglia lontana. È stata senza dubbio la cosa più inaccettabile dell’ultimo mese e mezzo». Trentadue anni, cosentina di nascita, Liguori è medica oncologa dopo la laurea conseguita all’Università di Messina e la specializzazione all’Irccs di Aviano (Pordenone) – con tesi sul tumore mammario. Pochi minuti prima di iniziare un’altra notte di lotta contro la pandemia, ci risponde via Skype dall’ospedale Humanitas Gavazzeni, ospedale polispecialistico privato accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale a Bergamo. Uno dei territori più colpiti dal coronavirus, dove opera da un anno e mezzo. Il Sars-Cov 2 è un nemico invisibile per le strade e le piazze del Paese, che da metà febbraio ha invaso le strutture sanitarie «e ha costretto me e molti colleghi, soprattutto chi opera nei reparti di chirurgia, a sospendere gli interventi meno urgenti per dare una mano agli internisti e nei Pronto soccorso». 

La struttura in cui opera Liguori per fortuna ha risposto subito e si è riorganizzata. È aumentata la capacità della terapia intensiva, più di 30 posti letto a disposizione. È stata montata dall’inizio la tenda triage per effettuare i tamponi e creato un percorso specifico di doppio triage per i pazienti diretti all’oncologia.  Tampone che però – in linea con quanto avviene del resto in molti altri presidi ospedalieri d’Italia, dove, secondo la Fnomceo, sono 150 i camici bianchi vittime della pandemia – non è stato effettuato né a lei né ad altri suoi colleghi. «Perché finora siamo rimasti asintomatici – precisa -. Qui come in altre strutture hanno attuato secondo le indicazioni regionali e gli esami andavano eseguiti solo su chi manifestasse sintomi sospetti. Nei casi di positività il personale sanitario è stato allontanato fino alla completa negativizzazione». Ma è stato raccomandato a tutti coloro che lavorano qui – prosegue – di restare a casa a ogni minima linea di febbre o di interrompere immediatamente il turno in caso di malori o sintomi, e recarsi subito in ambulatorio o dal medico di guardia.  

Niente problemi invece sui dpi. Mascherine, visiera e le altre necessarie protezioni per ogni parte del corpo sono stati forniti a tutto il personale. «Una volta che si indossano non possono essere tolti e riutilizzati. Ci sono infermieri che li portano oltre 12 ore se il turno si allunga, con notevoli difficoltà. Vestizione e svestizione dai dispositivi sono un’altra regola ferrea in questo periodo già molto complicato». 

La giornata della dottoressa Liguori inizia con la tappa in degenza dove controlla se non ci sono stati nuovi accessi e poi si valuta il da farsi circa le cure da somministrare. L’ossigeno terapia per chi presenta rischi tromboembolici e si ricorre all’eparina, o in altri casi al Tocilizumab, farmaco utilizzato contro l’artrite, autorizzato dall’Aifo anche per i pazienti affetti da virus Sars-cov-2. «Se invece c’è bisogno dell’intubazione – conclude – la palla passa agli anestesisti e rianimatori che operano in terapia intensiva».  

Gioconda Ferraro, anestesia rianimatrice Ulss 5 Polesana, in Veneto

Qui, infatti, si combatte la lotta più difficile. Entrare in quel reparto «per me è come calarmi in un acquario, un’altra dimensione rispetto al resto dell’ospedale, dalla quale possiamo entrare e uscire una sola volta nel turno di lavoro». In effetti anche quando si sprofonda negli abissi, come i sub, bisogna fare attenzione all’ossigeno nella bombola, che ha una precisa durata.  Ed essere pronti a riemergere. Cosa, purtroppo, non facile per i pazienti covid. In alto mare, sta provando a salvare i “naufraghi”, da inizio emergenza, anche la dottoressa Gioconda Ferraro, 33 anni, anestesista rianimatrice che opera nell’area più ad alto rischio delle strutture delle Ulss di Trecenta e Rovigo

Cosentina anche lei, dopo la laurea nella Capitale, a Tor Vergata, ha svolto la specializzazione a Ferrara e un anno come volontaria, nella sua città, nel gabinetto medico dell’Auser, curando poveri e immigrati insieme al dottore Valerio Formisani. Quando ci risponde, al termine di una delle tante notti in corsia, è in attesa di sottoporsi a tampone dopo aver curato un paziente positivo. «Mi raccomando, poi apri la finestra e fai arieggiare», le suggerisce una collega mentre parla con noi al telefono. 

Tampone, per fortuna, risultato negativo. «Certo – mette in chiaro – si dovrebbero estendere questi controlli il più possibile per scovare gli asintomatici. Ma è anche vero che i laboratori sono intasati, e forse è più difficile gestire un numero maggiore di analisi». In alcuni casi è pure capitato capitato di avere falsi negativi, il responso può non essere del tutto preciso. «Purtroppo è un virus subdolo, di non facile individuazione e si manifesta in modi diversi – ammette la dottoressa – Ci sta mettendo molto alla prova».

Gli anestesisti rianimatori in genere, lavorano molto nelle sale operatorie, adesso però, per forza di cose che gli interventi sono previsti solo per le urgenze, vengono impiegati di più per fornire supporto vitale ai pazienti critici. Per cui bardati da capo a piedi, accedono in reparti, in parte trasformati, in cui anche usare un fonendoscopio adesso può essere rischioso. «Sì, dobbiamo prestare molta attenzione perché guai se entra in contatto con le orecchie dopo aver toccato la cute del paziente». 

Rispetto ad altri covid Sars questo virus è meno virulento, ma più furbo e subdolo – analizza Ferraro -. Si manifesta in numerose forme diverse. Da chi è asintomatico e per caso viene sottoposto a tampone, a chi soffre di insufficienze respiratorie, a chi sviluppa un’insufficienza d’organo multi sistemica. Non è detto che si accanisca per forza su soggetti che hanno già altre eco morbidità, bronchite cronica o individui ipertesi, diabetici, o con insufficienze renali. «Abbiamo gestito anche pazienti sani che hanno sviluppato polmoniti molto gravi – avverte la dottoressa – ma grazie al cielo coloro che abbiamo trasferito in terapia intensiva, per adesso, sono una minoranza del totale degli ammalati».

Se le chiediamo se in questo periodo si sente un’eroina in trincea o un angelo benefattore, col camicie bianco al posto delle ali, paragoni più in voga da quando è scoppiata la pandemia, Gioconda Ferraro risponde decisa: «Assolutamente no. Nessuna delle due. Paragonarci ai soldati in trincea è del tutto improprio. In periodi normali capita spesso di beccarci denunce o di essere aggrediti per problemi di organizzazione che neanche dipendono da noi. Ora, invece, veniamo osannati, perché questo virus riguarda tutti». Lo ripete come un monito, la dottoressa Ferraro – per invitare tutti a riflettere: «Noi medici lavoriamo ogni giorno nei reparti ospedalieri terminali, di rianimazione e malattie infettive e ogni giorno può essere un’emergenza». E ribadisce: «Voglio di ricordare che per fortuna abbiamo ancora una sanità pubblica che garantisce le cure a tutti». Chissà se, quando le acque si calmeranno, anche per i nostri ospedali ci saranno nuove risorse.  E una profonda e salutare boccata di ossigeno.

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