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Covid e Calabria, abbiamo perso tutto ciò che ci mancava

Passato il Covid, il sistema della sanità privata va ripensato, non vissuto come il lucrativo corridoio che è stato negli ultimi decenni.

I vecchi contratti collettivi del polo industriale di Marghera sovente prevedevano per i manovali del posto una bicchierata di pesciolini bianchi in salamoia e un mezzo litro del bianco leggero, acidulo, da scossa all’alba. Ora che molti “mostri” di quell’esperienza di fabbrica pesante sono seppelliti, abbattuti da un volatile terziario leggero, la gente del posto si chiede cosa abbia fatto peggio all’economia e alle persone: sbaraccare o distruggere? Annientare o stravolgere? 

Più recentemente, i veleni di Taranto hanno mosso in noi lo stesso sgomento: l’indotto che ha fatto sopravvivere un proletariato urbano fatto di circoli, scolarizzazione di massa, prove tecniche alle soglie del benessere, era in realtà il killer più silenzioso e inesorabile per quel popolo. Statistiche oncologiche con picchi mai sperimentati prima, situazione marittima e ambientale insostenibile, miasmatici effluvi in giro per le città come corvi di malaugurio. L’industria di base non è andata in vacanza al tempo del lockdown: i pezzi da novanta del comparto non hanno mai chiuso le saracinesche e anzi è probabile che almeno i primissimi giorni siano trascorsi con l’assente profilassi del pressappochismo. Forse si doveva stoppare molto prima, cose diverse, e per meno tempo. Chi può dirlo?

Le intuizioni suffragate da una qualche risposta statistica non sono la soluzione premasticata e pronta per l’uso. Si è fatto molto chiasso sulla Calabria e sul suo modo di gestire la pandemia. Prima, capofila del Sud col contagocce, il Sud assistenziale e pigro, il Sud che non si ammala perché non ha conosciuto l’illuminismo e il movimento di persone; il Sud che non si ammala perché non ha conosciuto l’industrializzazione. Poi, i buoni risultati sul numero di contagi e l’incisività purtroppo di fattori esterni (contagi cioè sorti dal contatto con soggetti positivi che non venivano dalla regione) hanno fatto credere si dovesse improvvisamente essere capofila della riapertura.

Sono due metodologie incrociate come i capi di un nodo sul collo di chi soffre d’asma: spiegazioni parziarie, atecniche, sbrigative. La verità è che non siamo immuni all’incoscienza, ma non siamo del tutto alieni nemmeno alla coscienziosità, alla solidarietà, all’attenzione. Anzi: senza un minimo di tessuto associativo gratuito e volontaristico, le nostre città sarebbero malamente crollate.

A Cosenza gli ultras, l’associazione Terra di Piero, i centri sociali e i collettivi femministi sono stati spina dorsale di una offerta di pasti caldi ai poveri della città che è arrivata dai quartieri fino ai detenuti. A Catanzaro, Potere al Popolo ha garantito la circolazione dei prodotti farmaceutici per le persone bisognose e incapaci di esercitare la mobilità necessaria per procurarsene. Non si vogliono dare letture politiciste, per fortuna la Calabria tutta ha dato buone prove di non dimenticarsi degli altri, anche in cornici associative meno schierate e militanti. Si è cercato di fare quel che si è potuto, quel che suggeriva il metodo.

Le università hanno continuato a offrire didattica, a fare ricerca, a tentare di mantenere un’interlocuzione adeguata tra studenti e docenti. Poteva essere la bancarotta, l’anno zero di tutto. La schiena dritta di molti è stata più efficace dei proclami (di guerra) di pochi. Certo: molto manca. Mancava già prima, non ce l’ha tolto il signor Covid, con la sua falce sporca mietivittime e i suoi tentacoli color veleno. Una pianificazione sanitaria regionale dovrebbe cogliere la palla al balzo per lanciare centri di eccellenza in campo virologico ed epidemiologico: le risorse intellettuali non sono poche. Gli operatori dentro e per le comunità separate provano a far cose egregie in un silenzio normativo che troppo spesso è silenzio di opportunità concrete.

Il sistema della sanità privata va ripensato, non vissuto come il lucrativo corridoio che è stato negli ultimi decenni, adagiandosi su standard di rapporti negoziali e non sulla tutela del diritto alla salute. La politica dovrebbe cercare un po’ meno di accontentare i suoi grandi elettori e un po’ più di comprendere i disagi e i malcontenti dei suoi cronici non votanti. Se tutto questo potrà mai servire a qualcosa, che non sia l’ennesima traversata nel deserto. L’arrivo all’oasi con la lingua di fuori e le visioni negli occhi. La speranza, piuttosto, di metter a valore tutto quel che sappiamo e possiamo fare. 

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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