La Riva della Moka

Ultras a misura Covid

Il 2021 rischia di consegnare ai signori del pallone il tipo di tifoso che per vent'anni, insieme alle leggi speciali e ai decreti, hanno ossessivamente cercato di creare.

L’emergenza sanitaria non è alle spalle. E alcuni aspetti ricordano la micidiale storia dell’influenza spagnola del 1918/1920: tante ondate favorite da disuguaglianze sociali, condizioni di vita, terapie inesatte. Alcuni aspetti della vita sociale di tutti, se non per sempre, cambieranno per anni: concerti dal vivo, condizioni per l’espatrio, accesso alle cure, presenza negli stadi.

La situazione è grave e sono state spesso proprio le tifoserie a dichiarare che il calcio doveva fermarsi, davanti a una mattanza da alcune centinaia di migliaia di morti. Gli interessi economici delle serie maggiori hanno però subito costretto a immaginare come ripartire, e come ripartire ovunque nel mondo: con coppe nazionali che giocano le finali in Asia, mondiali ed europei che si giocano in Paesi a democrazia zero, gli introiti di sponsor, media e televisioni da garantire per oliare ingaggi, premi, acquisti e dividendi.

Da quello che si può capire, almeno al momento, il 2021 rischia di consegnare ai signori del pallone il tipo di tifoso che per vent’anni, insieme alle leggi speciali e ai decreti, hanno ossessivamente cercato di creare.
A sedere anche nei settori popolari, impossibilitato ad andare in trasferta, sanzionabile alla minima violazione. Nessuna coreografia a contatto ravvicinato, divieti su cibi e bevande, perquisizioni, sequestri e multe tutte le volte che un oggetto o un comportamento potranno integrare condizioni anche solo ipotetiche di contagio.

Sia chiaro: esser tifosi di calcio non significa voler male alle persone. Al contrario, spesso è il modo più sincero e diretto per amare una città, una comitiva, i loro campanilismi. Nell’immediato almeno alcune di quelle disposizioni saranno utili e anzi c’è da chiedersi come mai tutto questo rigore non sia richiesto ai padroni del football. Pensiamo alla questione della Germania: in panchina, indicazioni restrittive su come e dove sedersi. In pratica, gente che in campo suda, spintona, in alcuni casi si graffia, ferisce e sputa.

Quanto al tifo organizzato in Italia, esso è stato considerato negli anni Settanta, Ottanta e parte dei Novanta una vacca da mungere. Comprava gadget delle squadre, pagava biglietti, incitava giocatori. È stato e talvolta è corteggiato politicamente, è stato e talvolta è ampiamente corteggiato dalle società sportive: sedare i facinorosi, garantire seguito e spettatori, abbassare fin quando possibile le contestazioni nell’ambiente calcistico.
Poi è venuto il momento di trasformare gli ultras in alibi: alibi per le restrizioni di ordine pubblico, alibi per le limitazioni alle libertà associative e di movimento.

Inseguiti dalle norme e dalle mode gli ultras si sono divisi. Era inevitabile e finanche comprensibile. Dagli anni Zero ad oggi, sono entrate in vigore disposizioni che naturalmente hanno fatto emergere le posizioni discordanti e di nuove ne hanno creato: le diffide in gruppo a giorni di distanza dall’eventuale commissione dei fatti, la tessera del tifoso che distingue l’ultrà tesserabile dall’ultrà non tesserabile, le autorizzazioni agli striscioni applicate discrezionalmente e persino i posti assegnati. Quel mondo di appartenenza, faziosità, irruenza e folklore è andato a sbattere contro il cambiamento degli stili di vita e la naturale divisione tra chi si è adeguato e chi non lo ha fatto.

Per anni ci siamo detti che gli ultrà resta(va)no una delle poche oasi rimaste di divertimento aggregativo e di socialità. Vorremmo poter dire che non ci siamo sbagliati, e in fondo sappiamo che non è così. Sempre più ristretto però lo spazio di vita, un’ennesima volta molto di quello che verrà stabilito per un tempo provvisorio diverrà la regola. Che fare? Certamente una parte significativa ma non maggioritaria di quello spirito sopravviverà ormai quasi del tutto slegata dal collante sportivo: nei quartieri, nelle strade, nei rapporti umani.

A chi rimarrà dietro una pezza è giusto non piacciano le alternative che il mondo calcistico ha coltivato dal Duemila in poi: non ci vediamo bene a diventare una ong del luogo comune e tantomeno la sezione di idee xenofobe e forcaiole. E ancor meno ci riuscirà di adattarci a fare un club di tifosi col telecomando e lo smartphone al posto della sciarpa e del Borghetti. Ma molte cose da tempo spingono in quella direzione, anche per chi se ne sarebbe scelta una ostinata e contraria. Intanto, in questi mesi di fuoco in giro per l’Italia, a portare coperte, pasti e medicine c’erano ragazze e ragazzi con la sciarpa. Quelli con lo smartphone commentavano su Facebook: noi lo usiamo pure ma non ci viviamo dentro. Non ancora almeno.

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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