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Farina (Confesercenti): «Troppe imprese escluse dai finanziamenti»

Il presidente Vincenzo Farina promuove il decreto "Riparti Calabria" ma dice: «L'autocertificazione è un limite rischioso, in altre regioni non c'è».

Quando il posto è stretto e c’è poco ossigeno, c’è chi deve sacrificarsi perché qualcun altro possa respirare più a lungo e magari salvarsi. «Il “Riparti Calabria” è stata un’ottima iniziativa, scritta e lanciata in pochissimo tempo, ma qualcosa manca. Ci sono troppi paletti. La richiesta di autocertificazione è qualcosa che potrebbe penalizzare tante piccole e medie imprese che per una ragione o per l’altra hanno pendenze, ma non per questo vanno considerate evasori fiscali». Vincenzo Farina è il presidente di Confesercenti Calabria. L’11 maggio si è seduto al tavolo lungo della Regione Calabria, con il governatore Santelli e il suo vice Spirlì dall’altro capo, per discutere del bando che ha promesso un’iniezione di duemila euro alle aziende calabresi.

«Penso alla Regione come a una famiglia, se c’è un pezzo di pane si mette a disposizione di tutti, ma se non c’è neanche una briciola nel cesto, inutile parlarne».

Presidente, secondo lei questa fetta di pane del “Riparti Calabria” basterà per tutti o il click day sarà un bagno di sangue?

«Parliamo di 40 milioni che dovrebbero coprire una platea di circa 24/25mila aziende che rientrano nel pacchetto dei 150mila euro di fatturato. Se applichiamo uno scarto del 20%, escludendo aziende che non sono interessate ad aderire al bando o non ne hanno i requisiti perché non in regola con i contributi, è chiaro che il click day è come se non esistesse. Se accederanno 20mila aziende che devono ripartirsi 40 milioni, dovrebbero essere tutte soddisfatte».

Penso alla Regione come a una famiglia, se c’è un pezzo di pane si mette a disposizione di tutti, ma se non c’è neanche una briciola nel cesto, inutile parlarne

Quasi tutte.

«Quel giorno in Cittadella, avevamo chiesto di rimuovere il limite dell’autocertificazione. Le norme, in un Paese civile, si fanno per disciplinare i rapporti di una società. In tempi ordinari valgono delle regole, in tempi straordinari, però, valgono regole straordinarie. Se già siamo in una fase di depressione economica, che si è agganciata alla coda di una crisi che va avanti da dieci anni, e si vuole dare un contributo, un obolo, un pezzo di pane per non finire in mano agli usurai, allora bisogna agire in modo diverso».

Duemila euro di contributi possono secondo lei salvare un’attività?

«Duemila euro sembrano nulla, ma permettono di pagare una bolletta della luce o mettere nel serbatoio dell’auto 30 euro di carburante per spostarsi e fare un lavoro fuori città. Io ho apprezzato l’iniziativa della Regione, che come dicevamo col vicepresidente Spirlì, potevamo ribattezzare “Resisti Calabria”, però quello che non mi ha convinto è il vincolo che hanno posto».

Chi è già in difficoltà non lo è da ora e quindi potrebbe non avere tutti i conti a posto, perché dargli il colpo di grazia?

«Qui da noi la crisi globale è arrivata dopo ma è durata di più. Il decreto non è un contributo per lo sviluppo commerciale di un’azienda, ma si tratta di somme d’emergenza erogate per sopravvivere. Non si può chiedere a queste imprese un’autocertificazione. Rischiamo che qualcuno, o senza rendersene conto o preso dall’esasperazione, dichiari di non avere pendenze col Fisco pur di tentare il tutto per tutto e prendersi questi soldi. E magari poi finirà nei guai per aver dichiarato il falso. Non dobbiamo arrivare a questo punto».

Siamo in una fase di depressione economica, se si vuole dare un contributo, un obolo, un pezzo di pane alle aziende in difficoltà per non farle finire in mano agli usurai, allora bisogna dare una possibilità a tutti

Ha fatto presente questo rischio?

«Assolutamente sì, ma evidentemente non sono stato ascoltato. Io credo che una bella operazione come “Riparti Calabria” ha, purtroppo, questo neo che impedirà a tantissime piccole aziende in difficoltà di accedere a un contributo che è una boccata d’ossigeno. Molte altre regioni hanno messo in campo operazioni simili senza l’obbligo dell’autocertificazione».

Se la situazione continuasse a precipitare, secondo lei quante aziende calabresi chiuderanno da qui a pochi mesi?

«Sono convinto che ognuno di noi attuerà una “resistenza commerciale”, mi passi il termine. Faremo di tutto pur di non abbassare le saracinesche delle nostre attività di famiglia, quelle su cui abbiamo investito tutto ciò che potevamo; magari ci venderemo quel pezzo di terra che ci aveva lasciato il nonno o ci ipotecheremo la casa, noi siamo fatti così. C’è tutto quel gruppo di aziende o di partite Iva che non ha messo in piedi un’attività per puro calcolo ma ha investito per passione, ed è quella che non ci farà arrendere. Non è un problema di partita doppia, di costi e ricavi. In altri momenti storici abbiamo già lavorato in perdita, ma lì c’erano prospettive diverse per superare le difficoltà. Ora mi preoccupa che molta gente, pur di non ammettere un fallimento, cercherà di stringere i denti appendendosi alla speranza che qualcosa migliorerà in futuro, peggiorando la propria situazione».

Però si arriverà a un punto che la passione o la speranza non basteranno più a pagare le bollette.

«Se dovessi dire, da qui a fine anno, quante aziende chiuderanno in Calabria io le rispondo molte meno di quante per opportunità commerciale dovrebbero chiudere».

Sarà dunque una resistenza breve e crudele.

«Come dicevano i saggi: “Ogni ventiquattr’ore è mondo nuovo”. Speriamo che dopo un periodo così buio ci sia una ripresa ,e quando sarà noi dobbiamo esserci. Ma la ripresa va indotta, non può essere spontanea. Da parte nostra ci sarà resistenza ma le istituzioni dovranno fare un gesto di buonsenso e uscire dai vincoli normativi e dalle procedure che ci imbrigliano, e ragionare da buon padre di famiglia modificando le regole. Alcune forzature vanno fatte per recuperare il nostro patrimonio sociale ed economico».

Perdere una fetta dell’imprenditoria potrebbe provocare un collasso globale?

«Basta farsi due conti: 4 milioni di partite Iva sono un patrimonio che non possiamo permetterci di perdere per strada. Sarebbe un errore storico imperdonabile. E il sistema bancario deve fare la sua parte».

Quello stesso sistema bancario che nonostante il Decreto liquidità ha respinto molte richieste di prestito?

«A che serve questo decreto se poi non si può usare? Quando il sistema del credito ha problemi si rivolge allo Stato e lo Stato utilizza i fondi di tutti per coprire i buchi. Ma quando lo Stato ha detto al sistema del credito: siamo in una fase delicata, io garantisco al 100% i prestiti alle imprese, dategli i soldi, allora le banche si sono trincerate. Per la paura di un default, hanno bloccato tutto, subordinando l’erogazione del credito a una valutazione di merito che il governo, con l’assunzione di responsabilità, aveva scongiurato. Quindi non vorrei pensare che quel provvedimento è stato solo una presa in giro e che intanto che si rassicuravano tutti, nell’orecchio alle banche è stato sussurrato: fate attenzione, non date il finanziamento a tutti. E infatti ad oggi chi li ha visti questi soldi?».

Per non parlare del decreto Rilancio, che mette come condizione di accesso al contributo a fondo perduto la fatturazione solo di aprile.

«Lei mette il dito nella piaga. Visto che la crisi è stata ad aprile allora il governo ha messo come parametro di riferimento il fatturato di aprile 2019 paragonato a quello di aprile 2020. E così si è pensato di risolvere il problema. Ma se in Italia sappiamo che il settore più colpito è quello turistico, e se sappiamo che del 15% del Pil che deriva dal turismo, i due terzi girano intorno al turismo balneare che copre maggio-ottobre, fare una parametrazione del fatturato solo su aprile è inutile».

Scelta dolosa o colposa?

«Una scelta scientifica. Ci sono delle zone in cui il turismo funziona tutto l’anno. Le risorse non sono infinite e di certo non sarebbero state sufficienti per coprire tutte le aziende. Non vorrei pensare male, ma credo che si sia voluto escludere qualcuno. È un decreto che non impatta per niente sulla nostra regione dove non c’è Pisa, Firenze o Roma».

Abbiamo le montagne e il mare.

«E ce li terremo per gli uccellini».

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Alessia Principe

Alessia Principe è una giornalista professionista. Nata a Cosenza, si è laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Messina. Durante gli studi, ha iniziato a lavorare come cronista per il quotidiano Edizione della Sera, occupandosi di cronaca. Subito dopo la laurea è diventata parte della redazione del quotidiano regionale Calabria Ora occupandosi delle pagine di spettacoli e cultura. Con la nomina di Piero Sansonetti come direttore de L’Ora della Calabria, ha ricoperto il ruolo di responsabile del settore Spettacoli e Cultura dell'inserto “Macondo”. Nel 2014, è stata responsabile per la Calabria delle pagine di Cultura del quotidiano Il Garantista. Nel 2016 la sua mostra video-fotografica “Stati Uniti della Sila”, è stata esposta a Palazzo Arnone, prima personale realizzata interamente con smartphone a essere ospitata da una galleria nazionale in Italia. Nel 2018 ha pubblicato “Tre volte”, il suo primo romanzo per i tipi di Bookabook. Scrive di cinema per il blog dell’Huffington Post e racconti per riviste letterarie. Ha partecipato alla stesura della sceneggiatura del documentario “Il sogno di Jacob” ispirato alla vita di Nik Spatari e alla nascita del Musaba.

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