Giustizia e Criminologia

Indignazione e rabbia per la morte di George Floyd. Le colpe della polizia

George Floyd viene ammanettato e un poliziotto gli cagiona la morte tenendogli premuto il collo con un ginocchio senza alcuna ragione.

In questi giorni sta destando forte indignazione il video shock in cui si vedono alcuni agenti di polizia di Minneapolis che, dopo aver bloccato a terra George Floyd, un uomo afroamericano, lo ammanettano, ed uno di loro gli cagiona la morte tenendogli premuto il collo con un ginocchio senza alcuna ragione. 

Un episodio raccapricciante che ricorda il caso del newyorchese Eric Garner del 2014 o tanti altri tragici fatti rintracciabili molto facilmente sul web, come  quello di due persone (bianche) arrestate e picchiate selvaggiamente ad Austin per aver attraversato la strada a piedi con il rosso. 

La circostanza che negli USA la polizia usi metodi a dir poco brutali non è certo nuova ed è stata sollevata da diverse associazioni che si adoperano per la tutela dei diritti umani, nonché da molte testate giornalistiche come il Washington Post. Un lavoro molto attento è stato poi svolto, attraverso l’interazione con la polizia negli Stati Uniti dal 1 gennaio 2000, la collaborazione di ricercatori, dei media e di alcuni gruppi di attivisti, dal giornalista D. Brian Burghart. 

Decessi negli Stati Uniti d’America, numeri a confronto

Secondo il database di Fatal Encounters (sito fondato e diretto da Burghart e facilmente consultabile) se nel 2018 gli Stati Uniti hanno compiuto 25 esecuzioni capitali, la polizia ha ucciso 1810 persone: questo significa che la polizia ha ucciso circa 72 volte più persone di quante ne siano state giustiziate, in modo ugualmente barbaro, a seguito di un procedimento penale.

Sempre secondo i dati reperibili su FE, alla data del 6 gennaio 2019 venivano elencate 1810 vittime della polizia colpite tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2018. Divise per sesso, le vittime sono 1606 maschi, 189 femmine, 2 transgender, e 13 il cui nome e altri dati sono stati omessi dalla polizia.

Divise per razza, le vittime sono: 649 bianchi, 377 neri, americani di origine africana, 240 ispanici, 23 nativi americani o alaskani, 23 asiatici, o delle isole del Pacifico, 1 mediorientale e 497 di origine non specificata. Di 133 vittime (7,3%) non si conosce l’età. Della restante parte, 15 avevano meno di 10 anni, 27 tra gli 11 e i 16 anni, 59 tra i 17 e i 18, 281 tra i 19 e i 25, 720 tra i 26 e i 40 anni, 464 tra i 41 e i 60, 81 tra i 60 e i 70 anni, 20 tra i 70 e gli 80 anni, e 10 tra gli 81 e i 90 anni. Nel complesso, 101 delle 1.677 vittime di cui si conosce l’età era minorenne. Dunque questa insensata realtà appare essere ben diversa da un problema meramente legato al razzismo.

La matrice razzista è smentita dai fatti

La matrice razzista, nasce infatti esclusivamente dalla percezione, da parte dei bianchi, che la maggior parte dei reati sia commessa dai neri, un po’ come avviene in Italia nei confronti di alcune minoranze etniche e sociali. Cosa che è assolutamente smentita dai fatti, dato che i bianchi commettono crimini differenti e frequentemente  non legati alla microcriminalità per via del loro stile di vita più agiato ed elevato, mentre i neri vivono in condizioni obiettivamente spesso precarie, situazione che in qualche modo, purtroppo, favorisce in effetti comportamenti antisociali.

Il vero allarme sta dunque nel fatto che se è vero che i metodi della polizia americana si registrano essere sempre più violenti e prevaricatori, nonché più simili a quelli di uno stato totalitario che ad un Paese democratico, tanto che negli ultimi dieci anni, la polizia di tutti gli Usa è stata dotata di equipaggiamenti da guerra, è altrettanto riscontrato che quello della brutalità delle forze dell’ordine non è un fenomeno solo d’oltre oceano. Si tende, infatti, ad ignorare che esso riguarda chiunque eserciti un lavoro connesso al mantenimento dell’ordine anche attraverso, se necessario, l’uso della forza o delle armi.

I comportamenti violenti

Il comportamento violento, purtroppo, può infatti radicalizzarsi negli anni di attività avendo le forze dell’ordine – spesso frustrate da turni lavorativi massacranti – a che fare quotidianamente con situazioni disagiate ed estreme, che diventano normalità. In sostanza, può succedere che la mente degli addetti ai lavori subisca una forma di regressione, facendo sì che si assumano posizioni di carattere eccessivamente autoritarie e repressive, autogiustificate dall’idea che sia l’ unico mezzo per far rispettare la legge. Una evidente distorsione della realtà e dell’interpretazione delle norme che intendono far rispettare, e che come è noto, ha portato anche in Italia, a casi di violenza ingiustificata e persino all’omicidio.

Ovviamente nella maggior parte dei casi si tratta di fenomeni individuali dovuti anche allo scarso controllo dei superiori nei commissariati o nelle caserme, ma è anche vero che in alcuni paesi occidentali la brutalità della polizia sta diventando manifestazione tipica di una “cultura dell’ordine” sorta come risposta ad un percepito (a volte irreale) elevato tasso di criminalità o di pericolosità sociale, che porta cosi le autorità a travalicare la legge e ad agire in modo contrario rispetto ad essa, eccedendo in modo drammatico nell’esercizio delle loro funzioni.

Tags
Mostra altro

Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

Articoli correlati

Back to top button
error: Contenuto Protetto Da Copyright Cosenzachannel.it
Close

Adblock Rilevato

Supporta Cosenzachannel.it, disabilita il tuo Adblock per la nostra pagina