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Costruire una nuova magistratura per difendersi dal Palamara di turno

La magistratura italiana si trova davanti a un bivio: piazza pulita o tutto come prima. Credibilità già minata dal caso di Luca Palamara.

Le chat di Luca Palamara fanno emergere il lato negativo della magistratura italiana. Quella magistratura che intrallazza, premia le correnti e lascia da parte il merito. Ma è arrivato il momento di dire che la vera magistratura non è quella che Luca Palamara descrive nelle conversazioni con i suoi amici-nemici giudici. Il ruolo della magistratura è ben altro. Non è quello di aggiustare i processi, come farebbe intendere Marco Petrini, e non è quello di tagliare le gambe a chi non è iscritto alle varie correnti che tutte insieme formano il “sistema delle toghe”. 

In Italia ci sono tantissimi magistrati capaci e silenziosi che ogni mattina si recano nel tribunale di competenza, svolgendo con scrupolo e trasparenza il proprio lavoro. Sono quei magistrati che, colpevolmente noi giornalisti, non prendiamo in considerazione. La vita del magistrato è fatta di sacrifici e rinunce. La vita privata non può essere condotta come quella di un comune cittadino, perché non è possibile frequentare i salotti cittadini, rischiando di incontrare quel soggetto che domani sarà costretto ad indagare. 

Il caso Palamara ha aperto un mondo nuovo. Abbiamo capito che una parte della magistratura va avanti a raccomandazioni. Attenzione, però. Se qualcuno crede che Luca Palamara sia il male assoluto della magistratura italiana si sbaglia di grosso. Ha ragione chi dice che se avessero messo il trojan ad un altro “correntista” sarebbero uscite le stesse cose, se non peggio. Palamara non è il problema della magistratura italiana, perché ce ne sono centinaia come lui, o peggio di lui, che non sono finiti sotto la lente d’ingrandimento di una procura italiana.

Come Palamara, quindi, ce ne sono tanti sparsi per l’Italia. Ci sono quelli che vanno a cena con i politici e quelli che ci vanno addirittura a braccetto (in gran segreto). Insomma, la situazione è più drammatica di quella sembra. Perché le “correnti” non hanno prodotto solo il “carrierismo”, ma anche tanta arroganza come chi, arrivato nel posto di comando, senza neanche dire buongiorno, chiede gentilmente a un suo collega, che evidentemente non gli sta simpatico, di farsi da parte e scegliere un altro lido. Questi sono i metodi di chi si sente intoccabile, facendosi aiutare dagli amici degli amici per conquistare una delle tante poltrone. Allora vien da chiedersi, perché la magistratura si vuole ridurre a una pattumiera, peggio della politica.

Cosa significa avere dei meriti? Tralasciando le formazioni professionali che ogni magistrato deve avere per fare carriera, il merito è anche quello di aver condotto indagini che si sono tradotte in condanne. Il merito è anche quello di non aver guardato in faccia nessuno, valutando ipotesi di reato contro qualsiasi colore politico. E’ quello di essere scrupoloso, determinato ma obiettivo, quando le indagini ti portano a ritenere che la persona sotto inchiesta non debba essere arrestata o, addirittura, processata. 

Il magistrato più bravo è quello che non si crea un’immagine sulla base di una manciata di arresti, ma quello che dimostra di aver trovato i colpevoli, dopo i tre gradi di giudizio. Eppure, il “sistema delle correnti” ha prodotto l’esatto contrario. Un danno incalcolabile alla credibilità della magistratura che, oggi più che mai, si trova davanti a un bivio: piazza pulita o tutto come prima, cambiando i protagonisti (a cominciare dal ministro della Giustizia) ma non il modo di gestire l’autonomia e l’indipendenza di uno dei poteri dello Stato. E’ un’occasione molto importante che i magistrati non possono farsi sfuggire.

E’ finito il tempo delle chiacchiere, visto che con Palamara ne sono state fatte pure tante, ma è scoccata l’ora di riportare la nave in porto e scegliere un nuovo equipaggio. Chi fino ad oggi è stato in silenzio deve uscire allo scoperto e difendere il suo lavoro, la sua credibilità, perché la gente comune non comprende la differenza tra il bene e il male. Fa di tutta l’erba un fascio. E i magistrati, quelli senza ombre, non possono più consentirlo al Palamara di turno.

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Antonio Alizzi

Giornalista professionista dal 13 giugno del 2012. Dal 2002 al 2006 ho lavorato con "La Provincia Cosentina", curando le pagine del calcio dilettantistico. Nel 2006 passo al quotidiano regionale "Calabria Ora", successivamente "L'Ora della Calabria", in servizio presso la redazione sportiva. Mi sono occupato del Cosenza calcio e delle notizie di calciomercato. Nel 2014, inizio l'avventura professionale con il quotidiano nazionale "Cronache del Garantista", scrivendo di cronaca giudiziaria. Ora collaboro con Cosenza Channel e due riviste nazionali.

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