Minamò

I nostri “cinque secondi”

Il calendario offre subito un intreccio da libro “giallo”: il Cosenza nella città di Stradivari e l'Ascoli in Laguna. Zanardi insegna che...

La stringa rossa sulle agenzie, preceduta e seguita dai classici ++, è comparsa alle 17.48 di venerdì. Sono i segni convenzionali che segnalano le notizie urgenti, e questa purtroppo lo era. Un’ora dopo ero all’ingresso del Policlinico Le Scotte, insieme ai primi colleghi arrivati sul posto. E dopo le prime informazioni raccolte, eravamo convinti che di lì a poco saremmo stati costretti a dare l’unico annuncio che, in casi del genere, non vorresti mai dare.

Esattamente ventiquattr’ore più tardi invece ero ancora lì, sul marciapiede. Con un occhio seguivo il montaggio dell’ultimo servizio di giornata su Alex Zanardi, mentre l’orecchio era collegato alla radiocronaca di Cosenza-Virtus Entella. In testa, però, non facevo che ripetermi le parole dei medici: “stabile, ma grave”, dicevano ora, e non più “gravissimo” come appariva all’inizio, cioè quasi in fin di vita. Non se lo aspettavano neppure loro, che il campione bolognese reagisse così a un incidente devastante come quello che è accaduto venerdì a Pienza.

Non sto azzardando un parallelo tra Alex Zanardi e il Cosenza – me ne guardo bene –, ma le coincidenze servono a gettare ponti anche tra rive molto diverse e ragionare sulle loro suggestioni. Così, quando Bruccini e poi Carretta hanno segnato in pochi minuti le reti del momentaneo 2-0, ho ripensato alla regola aurea che il quattro volte oro paralimpico ci insegna da anni: Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più.

Per il Cosenza i “cinque secondi” sono nove, tanti quante le giornate di campionato che restano dopo la vittoria contro la Virtus Entella. Fino a venerdì la lotta salvezza sembrava tagliare fuori le ultime tre della classifica – e una sconfitta o un pareggio al Marulla sarebbero stati forse una sentenza in Cassazione. Il 2-1 finale e i risultati delle altre hanno invece portato a 6 le lunghezze di ritardo su Cremonese e Venezia. E il calendario offre subito un intreccio da libro “giallo”: il Cosenza nella città di Stradivari e l’Ascoli in Laguna.

Firmeresti o no per un pareggio a Cremona?, mi domandano gli amici come se fossi il Mago Silvan e il risultato di venerdì dipendesse da me. E la verità è che non lo so. Perché, a scorrere l’organico dei grigiorossi, verrebbe da rispondere affannosamente . Eppure ci dev’essere un motivo per cui una squadra che può contare su Ceravolo, Ciofani, Gaetano, Palombi e Parigini in attacco ha segnato il nostro stesso numero di reti (e i primi due, sommati, non fanno quelle di Bruccini), subendone solo due in meno. Finora ci hanno provato tre diversi tecnici (Rastelli, Baroni, di nuovo Rastelli e ora Bisoli), senza venirne a capo.

Occhio, però, perché sia contro Ascoli che Benevento i grigiorossi e il loro 4-3-3 hanno espresso grinta e intensità. Se per il Principe il debutto era una prova difficile per tante ragioni (l’esordio, lo stadio vuoto, la responsabilità, le incognite sulla condizione atletica), la partita di venerdì è una palla break al terzo set sul 2-6, 0-6, 4-3. Servirà una prestazione accortissima, in difesa, molto più di quanto sia avvenuto nel secondo tempo contro l’Entella. D’altra parte Occhiuzzi è un perfezionista della fase offensiva e, durante l’era Braglia, ci ha assicurato spesso risultati fulminanti con le ripartenze. In sintesi, e per rispondere ai miei amici, guai a giocare per il pari ma pure a farsi prendere dalla fregola disperata di voler vincere ad ogni costo. È possibile infatti che il doppio turno casalingo che seguirà (Trapani e Ascoli) sia il primo, vero set point di una lotta salvezza che, subito dopo i primi 90 minuti, si è inaspettatamente riaperta.

Per quel poco di calcio che si sta vedendo in campo dopo il lungo lockdown, la vittoria contro l’Entella qualche segnale positivo lo offre. Rivière e soci non sono partiti all’arrembaggio. Hanno gestito il primo quarto d’ora, affondato i colpi subito dopo il primo “cooling break”, per poi amministrare la gara, sfiorare il 3-0, rilassarsi, concedere un po’ troppo agli avversari e vedere i fantasmi nei minuti di recupero (complice, anche, la follia di Asencio). La “paura” è sempre stato il vero dramma di questa stagione – per me l’emblema rimane il fallo da rigore di Monaco sull’1-3 a Pisa – e il Principe non deve trascurarla. Anche perché difficilmente la Cremonese giocherà per il pari.

Dopo una sola partita non me la sento di giudicare i singoli. Quel che è certo è che il Cosenza continua a essere una squadra incapace di resistere a lungo alla pressione avversaria. Non a caso Perina è rimasto imbattuto solo quattro volte in tutta la stagione. Troppe distrazioni in difesa. Quella di Capela è apparsa più macroscopica solo perché c’è scappato il gol, ma nel secondo tempo anche Schiavi aveva concesso troppo a Morra. Ci sono pugili capaci di incassare per interi round e poi colpire a tradimento – e il Cosenza non rientra tra questi. Il gioco deve cercarlo (come ha fatto nel primo tempo contro l’Entella), più che subirlo (come invece è avvenuto nel secondo). Dopo mesi di inattività, sono queste le fondamenta su cui ora Occhiuzzi deve immaginare moduli (ok il 3-4-3), tracciare schemi e scegliere uomini.

E, quindi, un attimo prima che ripartano quei “cinque secondi” che ho “rubato” alla metafora di Alex Zanardi, chiudo spiegando cosa significa davvero secondo me. I più riducono il tutto a una mera questione di volontà contingente: uno è in gara e tira fuori tutto nel rush finale, mentre gli altri si arrendono. E invece le cose sono più complesse. Perché bisogna avercele, quelle energie, e quindi allenarsi per costruirle. È necessario arrivare sul filo, insieme agli altri. E soprattutto serve una strategia, per riconoscere il momento opportuno in cui utilizzarle, perché farlo quando ormai è troppo tardi suona persino beffardo. Per il Cosenza, in questa stagione, i “cinque secondi” potevano non arrivare più. E invece, forse, sono appena iniziati.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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