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Il Principe e un venerdì da Supereroi

Non so voi, ma io aspetto questo momento dal 16 maggio 1993...

Non so voi, ma io aspetto questo momento dal 16 maggio 1993. In quel campionato il Cosenza lottava per la promozione per il secondo anno di fila e quella con l’Ascoli era la seconda di due partite in casa, proprio come stavolta (ma eravamo quinti a un solo punto dal quarto posto). Ed eravamo tutti sicuri di farcela, perché quando mai ti capitano due gare casalinghe consecutive nelle ultime sei di campionato, mentre ti giochi l’Olimpo del calcio? Ricordo pure che Silipo, l’allenatore di allora, l’aveva detto il giorno della presentazione dei calendari: «Tutti guardano le prime giornate; io le ultime, perché sono quelle decisive». Appunto.

Segnò Bierhoff a dieci minuti dalla fine e pareggiò Bia a tempo scaduto. Fu un pari inutile per entrambi. E, tanto per ricordare ai Millennials il livello tecnico di quella serie B (o tempora, o mores), al nazionale argentino Troglio e un giovane Benny Carbone in bianconero il Cosenza opponeva gente come Balleri, Negri (dalla panchina), Marulla, Napolitano, Catanese e De Rosa. Risultato? Un punto in due partite (l’altra, con la Cremonese, era stata decisa da una sfortunata autorete di Ciccio Marino).

Molti si dicono convinti che quella serie A il Cosenza (leggasi: la società) non la volle raggiungere. Io invece ricordo partite vere. E ricordo due portieri (Turci e, soprattutto, Lorieri) che pararono l’impossibile. Tre, se aggiungete anche Pazzagli (ex Milan) nella sfida col Bologna due settimane dopo (2-2). Le vendette, come insegna Beatrix Kiddo in “Kill Bill”, sono un piatto che va servito freddo (anche a costo di uscire sepolti vivi da una bara) e 27 anni mi sembrano un tempo congruo (in quel film, Uma Thurman ne concesse appena quattro ai suoi nemici) per restituire quel mezzo sgambetto (che alla fine penalizzò entrambi, perché in A non andarono nemmeno loro) con gli interessi.

Lo so che per molti di voi il pareggio con il Trapani è stato un passo falso, ma per me invece è forse il più importante dei primi tre risultati della gestione Occhiuzzi. Primo: tra il rigore fallito da Bruccini e il gol annullato a Riviere, poteva (doveva) essere la terza vittoria consecutiva. Ma fino a due giri d’orologio dal termine era una sconfitta che ci ricacciava al penultimo posto. Secondo: è stato comunque un pareggio in rimonta, e sullo 0-2 non era scontata una reazione contro una squadra che nella ripresa si è chiusa benissimo a riccio. Terzo: per la prima volta in stagione il Cosenza ha inanellato tre risultati utili di fila con due vittorie (Braglia tra gli 1-1 con Livorno e Chievo era arrivato a cinque gare, ma con una vittoria e 4 pareggi). Quarto: è un punto che, complici le X di Ascoli e Cremonese, tiene inalterate le distanze dalle altre concorrenti (anzi, ci permette pure di guadagnare una lunghezza sulla Juve Stabia). Quinto: è stato un pari caparbio, strappato coi denti, proprio in quegli ultimi minuti che, troppo spesso, ci sono stati fatali durante il torneo e di cui avevo ricordato l’importanza proprio una settimana fa.

La prima delle note dolenti, invece, è il turnover. Con due partite così ravvicinate (tre giorni appena tra Cremona e la gara del Marulla) Occhiuzzi doveva fare per forza qualche cambio. Temo che abbia esagerato. Il sostituto di Idda, fuori per squalifica, era una scelta obbligata. Asencio e Machach potevano starci. Meno ragionevole la scelta di Broh al posto di Prezioso – e, purtroppo, si è visto. L’eccesso di staffette ha mostrato la corda (era già accaduto con Braglia a Chiavari, ricordate?). Ora contro l’Ascoli serve, senza fronzoli, la migliore formazione possibile. E la migliore partita possibile, contro una squadra confusa e spaventata, che ha cambiato due allenatori in poche settimane e non ha vinto nessuna delle ultime 4 gare (recupero compreso). Finora il Cosenza ha corso in rimonta, ora deve raccoglierne i frutti (che, forse, è l’operazione più delicata). In questo senso il pari con il Trapani, per come è stato ottenuto, è il miglior sprone possibile a non abbassare la guardia, come troppo spesso questa rosa ha fatto nei momenti cruciali della stagione.

Qualsiasi cosa abbia fatto in questi mesi, dal lockdown alla ripartenza, il Principe l’ha fatta bene. Sopra ogni cosa, ha rimesso in carreggiata una squadra allo sbando (ricordate la sconfitta del Bentegodi?). Non abbiamo vinto per caso con l’Entella e non è stato solo il miracolo su rigore di Perina a impedire la rimonta dei grigiorossi allo Zini. C’è stata ovviamente una buona dose di fortuna, ma cercata con la cattiveria di chi ha (finalmente) ritrovato muscoli e testa. E un modulo che, pur non riuscendo del tutto a nascondere le crepe della difesa (si leveranno “sciuaddru” al cielo fino all’ultima giornata ogni volta che la palla finirà tra i piedi dei tre centrali), permette di sfruttare al meglio le catene laterali.
Avevo invocato 7 punti nelle prime tre gare, e sono arrivati. Ma non ho ereditato il pendolino di Maurizio Mosca, quindi non chiedetemi il bis. Non azzarderei una quota salvezza nemmeno con la pistola alla tempia (il Venezia, oggi come oggi, potrebbe puntare i playoff). Un’occhiata veloce al calendario ci dice che la Juve Stabia ha molto da perdere e poco da guadagnare nei prossimi tre turni (Salernitana e Frosinone fuori, in mezzo l’Entella in casa). La Cremonese affronta subito il Pescara (e potrebbe tirare gli abruzzesi nella mischia) e poi ha subito la chance di fare punti col Livorno. L’Ascoli, dopo il Marulla, affronta Salernitana e Empoli. Noi, Spezia e Perugia.

Due notizie sembrano agitare i sonni dei tifosi rossoblù. Sulla prima, la partenza di Kanoute, credo sinceramente che possiamo farcene una ragione – un mistero come un giocatore così lento e macchinoso sia riuscito a trovare un ingaggio in Ligue 1 dopo 18 incolori presenze di rara supponenza in serie B. E in un momento del genere è più importante il gruppo delle (presunte) qualità tecniche individuali.
La seconda, e cioè la scelta di Spinelli di risparmiare sugli stipendi e far correre il Livorno a ranghi ridotti nelle ultime gare, impatta davvero pochissimo sulla lotta salvezza (e i labronici, in tal senso, un regalo ce l’hanno già fatto ed è stato battere la Juve Stabia). Ovviamente una società seria batterebbe i pugni (insieme ad altre) per entrambe le vicende, ma non è il nostro caso. E sorvolo per carità di patria.

Per tornare alla metafora tarantiniana, il Cosenza si è tirato fuori dalla bara come Beatrix Kiddo. Se batte l’Ascoli, avrà sconfitto la rivale Elle Driver. Ma la sfida finale con Bill deve ancora arrivare. E, proprio nelle fasi finali di quel capolavoro del 2003, il grande David Carradine si ritrova sulla bocca uno dei monologhi che amo di più, quello di Superman: «L’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter ego (…) Ed è questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere. Superman non diventa Superman. Superman è nato Superman.
Quando Superman si sveglia al mattino è Superman. Il suo alter ego è Clark Kent».

In tre gare, Occhiuzzi ha convinto una squadra debole e indecisa a riconoscersi nei panni di Superman (e, se vi viene da sorridere, ricordate che le ultime due vittorie di fila marcate rossoblù risalivano al dicembre scorso). Ora deve riuscire a trasmettergli un’ambizione ancora più grande: quella che il meglio debba ancora arrivare.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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