Minamò

Ara squagliata d’a nivi

La retrocessione, se tale sarà, avrà un grande (Guarascio) e un piccolo colpevole (Trinchera). Il "delitto" si è compiuto per un eccesso di dilettantismo.

Legittimo e Monaco respingono due volte l’imbucata ma non azzardano il pressing su Ninkovic. L’ala serba, con un movimento degno del romanista Andrade detto “er Moviola”, copre la palla e cerca l’imbucata. La linea del fuorigioco sale, ma Casasola tiene in gioco Scamacca, libero di controllare un prevedibilissimo assist e infilare alle spalle di Perina.

L’ormai probabile ritorno in serie C del Cosenza, dopo due sole stagioni tra i cadetti, è riassunto plasticamente dal gol che sigilla lo 0-1 con l’Ascoli – una delle peggiori formazioni viste all’opera in tutto il campionato – e seppellisce quelle ambizioni alla Kill Bill che avevo invocato nel mio ultimo pezzo. Peccato. La squadra di Occhiuzzi era reduce da un buon primo tempo, ma centrocampo e difesa non sono stati in grado di chiudere sull’unica vera occasione da gol di marca bianconera in novanta minuti.
Non si è trattato di sfortuna. Non è stata nemmeno una “leggerezza”, come sostiene Occhiuzzi per giustificare i suoi – perché di leggerezze simili, durante la stagione, se ne sono viste troppe, quindi sono limiti tecnici. E non c’entrano nemmeno gli interpreti specifici nell’azione (che prende il via con un tunnel subìto da un impalpabile Carretta). In ultima analisi non è nemmeno colpa del Principe: a caldo, tra amici, ho criticato le mancate sostituzioni dopo l’intervallo (quando per me era chiaro che Prezioso e Sciaudone fossero ormai cotti) e l’ingresso di Corsi e Bruccini (ripeto: Corsi e Bruccini) subito dopo lo svantaggio. Ma sarebbe ingeneroso puntare il dito contro un tecnico investito di una missione impossibile che finora ha interpretato con coraggio e impegno. Ai rossoblù, contro i piceni, sono mancati soprattutto i “cinque minuti in più” rispetto alle energie di un avversario che ha avuto il merito di saper incassare per 45 minuti e, poi, la fortuna di colpire al momento giusto.

La matematica non condanna ancora i Lupi, ma i volti a fine gara raccontano di una squadra arresa. D’altronde battere l’Ascoli avrebbe fatto schizzare il Cosenza in zona playout e a sole 3 lunghezze dalla salvezza diretta. La sconfitta, invece, uccide a tradimento come la scena finale di “Carlito’s way”. Difficilmente tra Spezia, Perugia e Pordenone arriverà più di un punto. Sarei ovviamente lieto di ricredermi. E tuttavia me ne stupirei molto.

Il Cosenza crolla nel secondo tempo con l’Ascoli soprattutto per una ragione: la tenuta atletica. Essere obbligati a vincere contro Entella e Cremonese per rilanciarsi nella corsa salvezza, dover rimontare due reti al Trapani e, in poche parole, giocare quattro gare in due settimane: tutto questo, alla fine, ha presentato il conto. Finché la condizione ha retto, gli schemi offensivi di Occhiuzzi (detto in modo molto semplice) sono riusciti a occultare le lacune difensive. Ed è una strategia che potrebbe funzionare anche contro le squadre della zona playoff che stiamo per affrontare. Troppo tardi, forse, dopo un punto in due scontri diretti. Ma è solo l’ultima cosa andata storta in questa stagione.

E cos’altro non è andato? Tutto. A cominciare dal ridicolo ritiro estivo, con una decina di effettivi agli ordini di Piero Braglia. Per continuare col mercato e una prima punta, Riviere, acquistata ai saldi di settembre. Una squadra è un meccanismo complesso e non basta comprare buoni giocatori per farne una. Assemblarla a singhiozzo è stata la nostra condanna. Rientro tra quelli che hanno sostenuto che questo organico fosse più forte di quello dell’anno precedente. Per me Kanoute era davvero un buon sostituto di Palmiero (che intanto a Pescara è sparito dai radar ormai da febbraio) e Riviere avrebbe potuto assicurare quei gol che dodici mesi prima avevamo improvvidamente chiesto a Maniero. Sono i fatti a dimostrare che mi sono sbagliato, e non posso confutarli. Tre diversi tecnici hanno provato a guarire il paziente e hanno riscontrato più o meno lo stesso inghippo: le individualità non fanno una squadra. 

Il presidente del Cosenza Eugenio Guarascio
Il presidente del Cosenza Eugenio Guarascio

A conti fatti quel che è mancato più di tutti è stato un vero sostituto di Dermaku. Legittimo, Idda e forse anche Monaco sono discreti difensori, ma non in grado di guidare un reparto – l’unico è Schiavi, ma è prossimo alla pensione. Gente come Lazaar, Machach o Pierini erano autentiche scommesse: un affare se fossero entrati presto in forma, avessero messo la testa a posto o creduto nella causa; una “sòla” in caso contrario. Altri, come Sciaudone, si sono rivelati lontani parenti dei calciatori apprezzati un anno prima. Altri ancora hanno speso il loro tempo a mugugnare in spogliatoio o sui social sotto profili fake anziché fare una corretta convergenza ai piedi per essere utili sul terreno di gioco.

La chiave di volta, purtroppo, è stato il mercato di gennaio, quando era chiaro che troppe scommesse si erano rivelate “sòle” e servivano giocatori affidabili. La società ha invece inopinatamente confermato l’azzardo, Braglia lo ha avallato e questi 31 punti in classifica (e, sui 10 del girone di ritorno, 7 sono merito del Principe) ne sono la conseguenza.
La retrocessione, se tale sarà, avrà un grande (Guarascio) e un piccolo colpevole (Trinchera). Il presidente ha la responsabilità di non aver compreso che la serie C è un purgatorio dal quale si esce con enorme difficoltà e la B un patrimonio culturale (e anche una fonte di profitto economico) da preservare. La promozione strappata da Braglia doveva essere una base da cui partire per elevare a potenza le stagioni successive; è invece stata ridotta di volta in volta a una radice quadrata (“Ho speso 100 e mi sono salvato; allora proviamo a spendere 10”: e dire che, visto il livello di questa serie B, sarebbe bastato 50). Nel ripartire le colpe non dimentichiamo mai che è il presidente a dettare la linea e mettere i soldi per cantare le messe. Ciò che fanno i suoi dipendenti è, primo fra tutti, responsabilità sua.

Stefano Trinchera (foto Mannarino)

Dal canto suo il diesse leccese ha dimostrato di avere contatti e canali di scouting modestissimi (la rubrica del suo smartphone inizia e termina con la “C” di Corvino) e sclerotizzati per un incarico delicato come il suo. 
A parere di chi scrive, Trinchera è un buon direttore sportivo in serie C, non oltre. Detto col massimo rispetto, perché la serie C ha la sua dignità.
Il calcio a Cosenza non avrà “appeal”, come disse Trinchera a inizio stagione, ma ha una storia importante di cui la società non ha saputo essere all’altezza – e di quella storia i “titolari” sono, come sempre, i tifosi. Ed è ai tifosi che il presidente deve restituire, direi “risarcire”, la serie B. Questa retrocessione è talmente sciagurata da oscurare i meriti della politica dei piccoli passi, culminata nella promozione del 2018, attraverso una gestione societaria oculata. Guarascio ha l’obbligo di riportare i Lupi in B, come Pagliuso dopo la retrocessione del 1997. Stavolta il “delitto” si è compiuto per un eccesso di dilettantismo che però confina tristemente con quel “familismo amorale” che ha segnato il decennio pagliusiano del Cosenza (e il suo caricaturale “reprise”).

Se Guarascio crede davvero di non aver commesso sbagli, molli tutto sùbito. Lo faccia per sé prima ancora che per noi.  Se invece si è finalmente convinto che Monaco non valeva Dermaku (e ha così imparato anche a diffidare da chi lo ha spinto a credere simili cialtronerie), si rimbocchi le maniche e costruisca attorno a Occhiuzzi (se accetterà di restare) una rosa (e, vivaddio, una struttura societaria, compreso in vero settore giovanile) in grado di riportare il Cosenza in B. E tenercelo.

Eppure non dovremmo dimenticare un’ultima cosa. La prossima stagione, se questa si concluderà con la retrocessione, sarà la numero 32 dei rossoblù in serie C. Il Cosenza è la terza società in Italia per anzianità in terza serie, dopo Piacenza e Lecce. E, mentre vedo il Crotone giocarsi di nuovo la A e la Reggina programmare ambiziosamente quella B dove noi abbiamo disputato finora 21 campionati, mi chiedo: cosa davvero impedisce di scommettere seriamente sul calcio a Cosenza?

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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