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Giù le mani dalle sere di Cosenza

Le reazioni agli episodi di violenza che hanno portato ai due recenti accoltellamenti sono state smisurate. Risolvere il problema significa fare, essere, serenità sociale. Con l'elmetto non ce la fai.

Quando scattano i rumori dei vetri rotti e dei taglierini qualcuno pensa sempre sia una buona idea chiamare l’esercito, rinforzare le pene e buttare le chiavi. Certo esiste nelle nostre città un disagio spaventato che produce naturalmente violenza; sono fenomeni non lievi, peraltro datati. Più che nella cronaca, che se fatta bene è sale di vita, dovremmo trovarli (e combatterli) nell’antropologia. Un aspetto realmente piacevole dell’estate che afosa marcia su Cosenza consiste sicuramente nel piccolo vissuto che ravviva le sere intorno ai quartieri. Possono essere iniziative di solidarietà sociale come in centro storico o esercizi privati che hanno rinforzato la dotazione esterna di tavoli, come alla villetta di Via Roma. O possono benissimo essere ragazze, genti e ragazzi in giro.

Non stiamo accumulando o accomunando i fenomeni, ci sono mille modi di associarsi, per un fine sociale o un fine di lucro o anche senza nessun fine preciso e invece un caso. Il movimento quest’anno ha peraltro un innegabile valore aggiunto. Come in un’escatologia profana, ci si ritrova con la grazia negli occhi dopo i mesi della paura e magari quelli più duri che verranno. O alle prese con nuovo panico e morbo o a confrontarci coi problemi di sempre, quelli che le emergenze aggravano proprio perché promettono di risolverli, mentendo sapendo di mentire. Si sente persino l’irresponsabilità di una traccia di sollievo, di voglia di urlare al pericolo scampato. Lo vedi nel caotico entusiasmo timido degli studenti che hanno festeggiato gli esami, nelle famiglie in pizzeria, nella voglia di ricongiungersi all’ordinario del proprio perimetro di vita.

È la dimostrazione plastica che alla pandemia prima e al blocco poi ci siamo arrivati certo inavveduti quanto all’economia, all’amministrazione della giustizia, alla tutela della salute e del lavoro, ma anche e soprattutto sul piano dell’etica, dell’empatia, della libertà individuale e della responsabilità sociale. In fondo, le pandemie sono la declinazione biovirologica di tutti i fenomeni di allarme: dopo la rissa chiudi i locali, dopo la ressa chiudi le strade. Questa mentalità però è meramente denigratoria e palliativa: etichetta senza difesa, agisce senza progetto, allarma senza sicurezza. Risolvere il problema significa fare, essere, serenità sociale. Con l’elmetto non ce la fai.

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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