Minamò

Adda passà a nuttata

Guardate la classifica, il Cosenza contro il Pordenone si gioca tutto. Trieste mi ricorda l'ultima trasferta di Mimmo Corrente e Alfredino Rende.

Con quattro punti nelle ultime quattro partite, tutto avrei pensato fuorché il Cosenza sarebbe stato ancora in gioco. Anche solo matematicamente. Soprattutto dopo la figuraccia rimediata alla Spezia, una partita chiave affrontata con lo spirito di una scampagnata di Pasquetta. E invece, nonostante i risultati di lunedì sera siano stati meno benevoli di quanto auspicabile, siamo ancora lì. Quattro punti dal quart’ultimo posto; sette dal quintultimo.

C’è chi in queste quattro giornate è riuscito a fare persino peggio: Pescara, Perugia e Juve Stabia. Cremonese e Ascoli sembrano essersi tirare fuori dai guai, ma a quota 41 si è creato un gruppetto (formato proprio da Pescara, Perugia e Venezia) che, fortunatamente, ha esteso i confini della lotta salvezza mentre bianconeri e grigiorossi se ne allontanavano.
Questo è quel poco che rimane da credere “mezzo pieno” di un bicchiere desolatamente sempre più vuoto, alla vigilia della trentacinquesima giornata. Dentro ci metto anche la vittoria contro il Grifo (la terza dell’era Occhiuzzi, sulle 8 ottenute in tutto il torneo: 10 punti su 34 il bottino complessivo) (li ricordi bene questi numeri, chi intendesse criticare il lavoro del Principe), il gol di Baez, uno dei giocatori più in palla tra i rossoblù in questo finale di torneo.

Il calendario, tuttavia, da ora in poi non è particolarmente benevolo. C’è un filotto con due trasferte (a Trieste contro il Pordenone e a Empoli) e, nel mezzo, la gara casalinga col Pisa. Tutte e tre formazioni impegnate nella zona playoff. I Ramarri con la certezza quasi matematica di disputarli e la sconfitta appena patita a Crotone. Le altre invece in piena bagarre.
Questo significa una cosa sola: il prossimo match – dopo il quale ci saranno 7 giorni per preparare la sfida col Pisa – sarà decisivo. A Pordenone il Cosenza si gioca la salvezza. E Dio solo sa cosa avrei dato perché fosse una qualsiasi altra squadra al posto loro. Purtroppo quella di Tesser è forse la più ostica possibile, da un punto di vista tecnico. Il Pordenone è una delle formazioni più belle del torneo. Un undici giovane e paziente, una neopromossa tenace e votata al bel gioco che lotta da inizio torneo nei piani alti. Al rientro dopo il lockdown ha pareggiato col Venezia e poi è stata surclassata dal Trapani, ma ha saputo riprendersi velocemente. La speranza per i rossoblù è che tra i neroverdi si faccia sentire il contraccolpo di aver fallito l’aggancio al secondo posto dopo la sconfitta all’Ezio Scida.

Per il Cosenza è davvero una gara da “dentro o fuori”, in una giornata piena di incroci pericolosi tra parte alta e bassa della graduatoria (e non solo). Il Pescara ospita il Frosinone, il Perugia la Cremonese e la Juve Stabia il Chievo, mentre il Venezia andrà alla Spezia e il Trapani a Pisa. Venerdì sera, per continuare a sperare nei playout (che, a questo punto, sono l’unico scenario plausibile), il Cosenza deve avere almeno un punto in più e tre a scelta tra le squadre sopra (preferibilmente Juve Stabia, Pescara e Perugia) (odio fare questi discorsi, ma “è uno sporco lavoro ecc ecc”) restare al palo. Meglio se i nostri punti fossero 3 – ma lo dico sommessamente, perché in casa il Pordenone ha perso solo due gare in stagione e subito appena 9 reti. Inoltre, conviene ricordarlo, se tra quartultima e quintultima ci sono 5 punti di differenza i playout non si giocano neppure e le retrocessioni dirette diventano quattro.

Capite benissimo che stiamo parlando di una strada strettissima. Potrei disquisire all’infinito sulle occasioni perse e le due sanguinanti sconfitte consecutive contro Ascoli e Spezia, in un momento chiave della stagione. Non lo farò per tre motivi. Il primo è che ho deciso di mettere temporaneamente da parte la rabbia lunedì pomeriggio, quando ho lasciato il computer acceso sulla radiocronaca di Giuseppe Milicchio, mi sono disinteressato della partita col Perugia per dieci minuti e, al ritorno, ho ritrovato mio figlio attaccato al monitor in religiosa attesa del gol. Come me, alla sua età e tra sessant’anni ancora (se esco vivo da questa stagione). Il secondo è che la salvezza era un’impresa impossibile, lo sapevamo prima del fischio d’inizio del match con l’Entella. E, tra rabbia e dolorosa onestà, ho provato a ricordarvelo nel post precedente di questo blog. Infine, perché quella “strada” ancora c’è, ma viene dopo. Se il Cosenza supera la “nuttata” di Pordenone, per dirla con Eduardo De Filippo, la zona retrocessione entra in una ridda di scontri diretti che decideranno tutto: Trapani-Pescara e Venezia-Juve Stabia alla trentaseirsima; Perugia-Trapani alla successiva; Cosenza-Juve Stabia e Venezia-Perugia all’ultimo turno. Ma, per arrivare a giocarsela, il Cosenza deve uscire in piedi dal Nereo Rocco e incrociare le dita sui risultati dagli altri campi.

In realtà c’è un quarto e ultimo motivo. Quando tutti pensano al Pordenone, il pensiero va a quegli sfortunati playoff del 2017. C’è una sensazione, che ho provato dopo il fischio finale del match di ritorno, circondato da occhi lucidi in tribuna A, che non riuscirei a spiegare mai per quanto mi ci provassi. E non lo farò certo oggi, non qui. Ma, quando penso al “Nereo Rocco”, il mio pensiero va invece all’ultima trasferta di Mimmo Corrente e Alfredino Rende. Proprio a Trieste, trent’anni fa esatti. Per chi non lo ricordasse, erano i magazzinieri di quel Cosenza che il 3 giugno del 1990 strappò la salvezza con un pareggio in casa alabardata all’ultima giornata. Morirono sulla strada del ritorno, in macchina, in un incidente mai abbastanza chiarito fino in fondo, sulla Statale Jonica all’altezza di Roseto Capo Spulico. A pochi chilometri da dove era stato ucciso Donato Bergamini, e dopo aver detto ai genitori di Denis che avevano alcune cose da raccontargli su quella vicenda.

Sono storie che sembrano parlarci di nomi ed epoche lontane – a che serve, del resto, la storia? A ricordarci da dove veniamo, diceva qualcuno – e dirci invece troppo poco sul 4-3-3 di Attilio Tesser, l’eventuale recupero di Strizzolo o l’impiego di Tremolada e sulla clamorosa stagione da “craque” di Pobega. Invece, perdonatemi per una volta la retorica, ci dicono tutto. Ci dicono che, senza Anibal Capela, anni 29 da Vila Verde (nomen omen, forse) e il suo piede sulla linea al 93esimo a opporsi al tiro di Capone, oggi saremmo definitivamente spacciati. E questo, forse, vorrà finalmente dire qualcosa. Ci dicono che abbiamo passato altre nottate come questa, ma ci sono state nottate peggiori che ci hanno portato via pezzi di tifo e di storia, pezzi d’amore, che ci hanno allontanato e riavvicinato al Cosenza. Le abbiamo superate e ce le siamo ritrovate sorprendentemente ancora davanti. E le abbiamo superate di nuovo, come in una miracolosa accelerazione di Jaime Baez verso la rete. Ci dicono che il popolo dei Lupi è sempre stato “mmienz’i lotte”, da quando Brettia è salita in cima a Colle Pancrazio. Che niente è più scuro della mezzanotte che vediamo da settimane all’orizzonte. Ma pure che niente, qualunque cosa accada, niente è davvero impossibile.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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