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Vallanzasca, 50 anni in carcere e quella richiesta di libertà

La storia di Renato Vallanzasca, pluriomicida, da 50 anni in carcere, che quasi un mese fa ha chiesto ai giudici un minimo di libertà.

«Sono nato per fare il delinquente, il resto sono balle. Non sono una vittima della società. Non mi reputo tale. Sono un ragazzo che poteva avere la possibilità di studiare. Anche se non ero di una famiglia benestante, non ci mancavano i mezzi, eravamo in una condizione agiata. Ma fin da piccolo mi piaceva rubare i soldatini». Renato Vallanzasca ha settant’anni, ne ha passati in tutto cinquanta dietro le sbarre e quando parlava di sé stesso si descriveva cosi.

Oggi, da uomo anziano, scrive in una lettera indirizzata al tribunale di Sorveglianza che: «Quell’etichetta continua a perseguitarmi. Per tutti resto il bandito. Eppure di anni ne sono passati tanti (…) Il bambino del circo ha fatto il suo tempo, così come il bel René». La richiesta era quella di: «un percorso in comunità, magari per poter essere utile a chi, più giovane di me, potrebbe trarre qualche giovamento dalla mia vita assurda» rivendicando anche la sua scelta di non essersi mai rivolto ai parenti dei due poliziotti uccisi durante gli anni Settanta, perché il silenzio rappresenta per lui «“il massimo rispetto per le vittime”».

Ma per il Tribunale di Sorveglianza di Milano, che lo scorso 23 giugno ha rigettato la richiesta di libertà condizionale o semilibertà avanzata dal Dillinger della Comasina, non sono abbastanza né le argomentazioni tecniche della difesa, né gli anni passati in carcere dal condannato, né l’età avanzata di Vallanzasca, né il rispettoso, secondo il punto di vista di quest’ultimo, silenzio nei confronti delle vittime. Perché: «…Il dolore, questo dolore, seppur personale, deve diventare tangibile» scrivono i giudici mentre, al contrario, «non risulta affatto provato che Vallanzasca abbia risarcito le vittime dei reati».

In realtà le osservazioni mosse dalla difesa nell’ istanza presentata appaiono più che fondate, così come perfettamente in linea con la sua personalità appare l’atteggiamento dell’ex bandito dagli occhi di ghiaccio: ciò che viene visto come un mancato segno di pentimento ha una sua consequenziale logica, che diversamente sarebbe suonato come una presa in giro. 

Nonostante vi fossero tutti i presupposti di legge e due comunità avessero dato la loro disponibilità per ospitarlo, l’istanza viene dunque rigettata per mancanza, secondo il tribunale, del requisito del «sicuro ravvedimento» di Vallanzasca, cui viene ancora attribuita una elevata «”pericolosità sociale”», nonché una «prematura e continua devianza che è accresciuta nel corso degli anni e lo ha accompagnato durante tutta la vita». In effetti il bel Renè, durante la sua «vita assurda», ne ha combinate tante. 

A partire da quando a soli otto anni, con un compagno, cercò di far uscire da una gabbia la tigre di un circo che aveva piantato il tendone proprio nelle vicinanze di casa sua. Il giorno successivo il piccolo Vallanzasca venne prelevato direttamente dalla polizia mentre giocava a pallone con i propri amici e condotto nel carcere minorile Cesare Beccaria. E qui ci sarebbe molto da dire sul trattamento riservato ai minori prima della riforma del 1988, anche considerando il fatto che giovanissimo, è proprio al Giambellino, che Renato forma la sua prima combriccola di piccoli delinquenti dediti a furti e taccheggi.

Da quel momento inizia la sua ascesa criminale, che viene interrotta per la prima volta nel 1972, con l’arresto e la detenzione nel carcere di San Vittore, da cui però viene trasferito per continui disordini e incitamenti alle rivolte carcerarie: il suo atteggiamento di insubordinazione arriva a fargli contare circa 36 trasferimenti da un istituto penitenziario ad un altro.

Il 1976 è l’anno della sua prima evasione, a cui seguono una serie di nuove rapine ed azioni fino al secondo arresto, avvenuto nel 1977. Dopo tre anni di detenzione (nuovamente a San Vittore), progetta la fuga del 28 aprile 1980: durante l’ora d’aria, munito di tre pistole non si sa come introdotte nel penitenziario, Vallanzasca guida un gruppo di detenuti, prende in ostaggio un brigadiere e si fa strada fino all’uscita dell’istituto.

Si scatena una sparatoria per le vie di Milano al termine della quale Vallanzasca, ferito, viene catturato insieme ad altri nove evasi. Ormai, grazie alle sue “gesta” e complice il suo aspetto fisico, il fascino creatoglisi attorno alimenta schiere di fan, quasi fosse una rockstar, intente ad inviare valanghe di lettere alle quali Vallanzasca fa fatica a rispondere, per quanto numerose.

D’altra parte è impossibile non rimanere impressionati dalla sua evasione dell’estate del 1987, quando, durante un suo trasferimento in nave verso il carcere di Nuoro, Renè riesce a scappare dalla sua cabina svitando i bulloni del piccolo oblò ed infilandocisi dentro. Dopo appena pochi minuti, con la nave ancora attraccata, il fuggitivo è sul ponte mescolato ai passeggeri: riesce a sbarcare, a perdersi nella folla e ad arrivare da Genova a Milano facendosi quasi tutta la strada a piedi, non prima di aver tinto i capelli per passare inosservato.

Tornato in carcere, tenta un’altra evasione nel 1995. A partire dal 2010 Vallanzasca usufruisce del beneficio del lavoro esterno, ma nel 2011 gli viene sospeso poiché, in violazione delle disposizioni, utilizzava il beneficio per incontrarsi con una donna. Riottiene il permesso di lavoro esterno nel 2012, poi nuovamente revocato e nel 2014, durante il regime di semilibertà, viene arrestato e processato per direttissima con la contestazione di rapina impropria in un supermercato.

Insomma, si fa fatica a comprendere se Renato Vallanzasca sia diventato il famigerato bandito per via della ossessiva attenzione mediatica che ha sempre ruotato intorno alla sua figura, o se è la sua personalità che non poteva non destare l’attenzione dell’opinione pubblica, dal momento che la sua vita è in effetti molto più avvincente persino del film a lui dedicato. Certamente non bisogna dimenticare che Renato Vallanzasca è un criminale condannato a 4 ergastoli e 295 anni di carcere per concorso in omicidio, evasione, sequestro di persona, furto, detenzione e uso di armi, tentato omicidio, lesioni, rapina e associazione per delinquere.

Ma è altrettanto vero che nessuno dovrebbe “marcire in galera” per un tentato furto di biancheria intima di sei anni fa” – come correttamente osserva il suo Avvocato – dal momento che questo ultimo reato è il vero ostacolo tecnico alla concessione del beneficio richiesto. Se da un lato sono comprensibili, dunque, i timori che un criminale come Vallanzasca possa ricommettere altri reati o peggio, creare proseliti attorno alla sua famigerata figura, è altrettanto pericoloso torturare in carcere un settantenne facendolo diventare un simbolo della detenzione ostinata.

Forse, allora, accogliere la sua richiesta rappresenterebbe una vittoria per uno Stato civile e di diritto, mentre seppellirlo in carcere potrebbe al contrario alimentare la sua leggenda da sopravvissuto, oggettivamente indenne, a mezzo secolo di carcerazione. 

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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