Minamò

Essere (ancora) migliori

Occhiuzzi è riuscito a fare un paio di capolavori: Il primo è stato permettere a una ventina di reciproci sconosciuti di cominciare a percepirsi come una squadra.

Mi fai venire voglia di essere una persona migliore“. Dopo una frase così, credevo che fosse fatta. D’accordo, la sua era una smaccata citazione cinematografica da “Qualcosa è cambiato” con Jack Nicholson e Helen Hunt ma, nonostante questo (o, forse, proprio per questo), ero convinto di averla conquistata. E invece no.

La cosa che ricordo con certezza è che, con lei, non arrivai mai a quello stadio del rapporto in cui comincio a parlare del Cosenza. Era una di quelle persone convinte che il calcio è “ventidue uomini in mutande ecc ecc”: un chiaro segnale che le cose, tra noi, non potevano funzionare – purtroppo ci misi un po’ a realizzarlo. Il calcio ha sempre significato troppo per me. E ha significato sempre quella frase che ho messo all’inizio: essere una persona migliore. Sono convinto che gli anni del Cosenza tra il 1987 e il 2002, nonostante gli alti e bassi, abbiano spinto molte persone nella nostra città a immaginarsi migliori. Sulla scia di una serpentina di Marulla, nel marasma dei fumogeni della curva, “appriessu aru Cusenza”, ci si può sentire a volte capaci di cose che non si immaginavano possibili. Quella di una città e di una squadra di calcio che insieme coltivano e realizzano sogni è una forza micidiale, una delle più rivoluzionarie che abbia mai percepito passare attraverso me stesso. Anche quando quei sogni svanivano.

Ho cominciato a fare tabelle sulla zona retrocessione alle 22.55 di venerdì sera e non ho ancora smesso. Prima della gara di Trieste avevo confidato in un pareggio col Pordenone, convinto che una tra Perugia o Pescara, insieme a Trapani e (soprattutto) Juve Stabia, avrebbero perso. Sappiamo tutti che, nonostante l’impresa del Nereo Rocco, non è andata così. E dunque, come molti, sono tornato a essere pessimista. Furbo Riviere a procurarsi con esperienza quel rigore, brava la squadra a non lasciarsi spaventare dal primo quarto d’ora terribile dei neroverdi, bravissimo Occhiuzzi a impedire al Pordenone di finalizzare il paziente giropalla che lo ha condotto fino ai primi posti della B (credo che, a livello tattico, sia stata la migliore prova finora offerta dal Principe). Tutto bello, ma non è cambiato niente, o comunque troppo poco. Dopo una vittoria così, quattro e cinque punti di distacco da playout e salvezza sono una distanza enorme – significa dover sperare in due passi falsi di almeno due avversarie nelle ultime tre giornate.

Poi però succede che sabato mattina un amico mi gira una foto del suo primogenito insieme a Raul Asencio, sorridenti, su corso Mazzini. Mi sono chiesto: “Quale genitore farebbe mai una foto a proprio figlio accanto al calciatore di una squadra terzultima in classifica a tre partite dalla fine del campionato?“. Allora sono tornato a fare conti e tabelle. Che la strada verso la salvezza fosse strettissima era chiaro, ma oggi lo è ancora di più. Il punto è che venerdì c’è un crocevia pazzesco. Noi con il Pisa, cioè una di fronte all’altra le formazioni che hanno fatto più punti dopo il lockdown.

L’Entella, in zona playoff e in attesa di un passo falso proprio dei nerazzurri, che ospita il Perugia (reduce da un punticino con la Cremonese e stabile a quota 42). Lo scontro diretto tra Venezia e Juve Stabia. E, infine, il Pescara a Trapani. Tutti guardano al match delle Vespe (capaci di una pirotecnica rimonta ai danni del Chievo) (e, quindi, al Penzo da strafavoriti nella corsa salvezza); io a quello del Provinciale. Perché, se il Trapani resta in gioco venerdì, avrà la chance di una clamorosa rentrée nella giornata successiva proprio con il Perugia – ed è l’unica strada che vedo in questo momento.

Occhiuzzi è riuscito finora in due capolavori. Il primo è stato permettere a una ventina di reciproci sconosciuti di cominciare a percepirsi come una squadra – ed è successo subito, al ritorno in campo contro l’Entella. Il secondo è arrivato dopo il 5-1 contro lo Spezia, quando è riuscito a spingere la squadra a non mollare. In casa del Pordenone hanno vinto in pochi e non si vince per caso. Ora serve il terzo.

Perché, in tutte le lotte per non retrocedere della sua storia, mai i Lupi erano stati chiamati a un’impresa del genere. Nel 2002, all’ultima curva, trovarono un Empoli satollo di gioia per la promozione (e infatti vinsero 2-1). Nel 1991, una Salernitana indemoniata (e noi senza Marulla squalificato) che, insieme a un intreccio di clamorosi risultati, ci obbligò allo spareggio. Nel 1990 una Triestina già salva si accontentò di dividere la posta in un soporifero 0-0 – più o meno come nel 1998, con il Cesena, che però sconfiggemmo 2-1.

Mai per salvarsi il Cosenza aveva dovuto rimontare dal penultimo posto con quattro retrocessioni. E mai così tanti punti. Se fossi un calciatore, una storia del genere è esattamente il ricordo che vorrei rimanesse di me: il piccolo Sergio che, tra trent’anni, si rigira tra le mani la foto scattata da suo padre su corso Mazzini una mattina di luglio di tanto tempo fa e, con un sorriso solenne, dice a suo figlio “Questo è uno di quelli della salvezza del 2020. Col cazzo che eravamo in serie A, oggi, se non era per loro…“.

Ancora una volta la prossima è la peggiore partita possibile – e il Pisa una neopromossa quadrata, solida, che arriverà al Marulla senza una pedina importante come Pinato ma con un bomber (Marconi) da francobollare in stile Ugo Napolitano. Per strappare i tre punti serve trasformare l’euforia del dopo Trieste in benzina fresca e riavviare il motore. Serve convincersi, e avere voglia, di essere ancora migliori per raddrizzare una stagione sulla quale, dopo La Spezia, sembrava essere calato definitivamente il sipario.
Anche io, dopo quella storiaccia di cui vi raccontavo all’inizio (a proposito, mi pare di ricordare che fosse pisana…), pensavo di essere al capolinea. Invece, non andò così. E la persona che doveva rendermi davvero migliore era proprio dietro l’angolo. Nemmeno con lei ho parlato subito del Cosenza. Ma, il giorno in cui l’ho fatto, ha capito tutto in un momento.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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