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The redblue side of life

"Un Cosenza rinunciatario di cosa?". La cosentinità di Occhiuzzi sta tutta in questa risposta a difesa di una squadra fino all'altro giorno allo sbando.

“Avrei una o due cose da dire”, prova a contenere l’entusiasmo dei fedeli il protagonista di Brian di Nazareth, uno dei miei film preferiti, in una delle scene più divertenti di quello che molti considerano il capolavoro dei Monty Phyton.

La folla ha appena eletto a messia uno sfortunato trentatrenne col nasone, dopo avergli sentito pronunciare poche frasi di ragionevole buonsenso. E io, che non mi sento certo Graham Chapman (o tantomeno l’unto del Signore), scopro che la prima delle cose che ho da dire, dopo il 2-1 di venerdì sera, paradossalmente riguarda il gol del Pisa.

È stata la prima volta, credo, in tutta la stagione, che la difesa rossoblù abbia subìto una rete per intera bravura degli avversari anziché per demeriti propri. Sul cross di Birindelli, sia Moscardelli (che fa il velo) che De Vitis (che irrompe di destro) sono ben marcati. Ed è l’unica vera occasione su tre tiri totali in porta concessi a un attacco che pure contava su Marconi, uno dei bomber più prolifici della cadetteria. Parto da qui perché ho spesso puntato il dito sul reparto arretrato – l’ultima volta, dopo la sconfitta con l’Ascoli –, a lungo uno degli anelli deboli di questa squadra, ben al di là dei gol effettivamente subiti. Tante reti gridano vendetta: dal corner contro il Benevento all’andata, al 2-0 contro il Chievo. Le ultime, contro Pisa e Pordenone (e, cioè, due formazioni piuttosto quotate), invece no. A soli 15 giorni dalla batosta della Spezia, e in vista del match contro un Empoli che può contare sulla potenza di fuoco di gente come Ciciretti, La Mantia e Tutino, mi pare una buona notizia.

Il Pisa non era un avversario facile da battere. Farlo al 93esimo lo era ancora di più, perché proprio nei minuti di recupero i nerazzurri avevano costruito gran parte del bottino che, dopo il lockdown, li ha spinti in zona playoff. L’incubo di molti, dopo che il Cosenza non era riuscito a portarsi sul doppio vantaggio, era proprio che la squadra di D’Angelo potesse pareggiare in zona Cesarini. Averla vinta un attimo prima del “gong” ha un significato enorme perché, sempre per restare ai deficit di casa nostra, fino a marzo il Lupi nei secondi tempi avevano perso ben 7 punti rispetto ai risultati dei primi 45 minuti. Mai, in tutta la stagione, il Cosenza aveva vinto tre partite di fila (Perugia, Pordenone, Pisa) e mai due gare consecutive in casa. Solo a Cittadella, cioè una vita fa, era riuscita a rimontare un risultato sfavorevole (in quel caso, da 1-0 a 1-3). Sui 40 punti in classifica, 16 sono arrivati nelle otto gare dopo la ripartenza del torneo. E proprio al Marulla, dove fino a marzo erano arrivate solo due vittorie (contro Cremonese ed Empoli) e i rossoblù avevano costruito gran parte delle proprie sfortune, la gestione Occhiuzzi ne ha conquistate già tre (più un pareggio).

Ora la lotta, direbbe De Andrè, si fa davvero “scivolosa e profonda”. Sia in alto che in basso. Meno di 72 ore dividono il fischio finale di venerdì da quello d’inizio del Castellani – ma questo vale anche per l’Empoli, vittorioso 4-2 a Salerno sì, ma dopo un secondo tempo di battaglia. Dosare le energie è stata una delle frasi chiave del Principe nel dopopartita del Marulla, e la ricerca dell’equilibrio tra questa necessità e l’altra (quella di fare risultati) è una fatica che davvero non gli invidio.

Dopo il 2-1 contro il Perugia scrissi che c’era una strada strettissima verso la salvezza. Quella strada è ancora stretta e in rimonta. A questo punto potrei tediarvi con tabelle e scontri diretti, ma sarebbe come tornare al 10 giugno 2018 e puntare ai rigori dopo l’1-0 di Baclet al Sudtirol anziché sull’ultimo corner di Loviso. Fare calcoli è vietato e il Cosenza ha un unico vantaggio: non poter concedersi il lusso di farne. A seconda dei risultati altrui, i rossoblù potrebbero sorpassare almeno una concorrente o avvicinare un grosso treno di squadre alla vigilia dell’ultima giornata. Ed è una chance da non sprecare.

Sento però il bisogno di dire un’ultima cosa – l’ultima e la più importante di quelle “una o due” che avevo da dire. “Davvero vorreste affidare a Occhiuzzi, un debuttante, la prima panchina della sua vita in B, a Cosenza, e con una squadra terzultima? Cosa vi ha fatto di male?”, erano le improvvide parole con cui, il 16 dicembre scorso, prima delle vittorie contro Pisa ed Empoli, commentavo l’ipotesi di un avvicendamento tra Braglia e il suo vice. Potrei cavarmela con una battuta e dire che era necessario sprofondare invece al penultimo posto, ma la realtà è che i numeri dicono che mi sbagliavo. Credo che il lockdown abbia dato una grande mano al difficilissimo lavoro del Principe – forse, senza l’interruzione, le cose sarebbero andate diversamente, ma non c’è controprova e non mi interessa. Quello che importa, invece, è che allora avevo sottovalutato una cosa, e l’ho percepito in un momento della conferenza stampa di venerdì, quando i colleghi hanno chiesto conto a Occhiuzzi di un atteggiamento un po’ rinunciatario nella ripresa, che ha agevolato il momentaneo pari del Pisa.

Andate a rivederla anche voi. Un Cosenza rinunciatario di cosa?, la risposta del mister comincia così. E, nel momento in cui tono e discorso cedono a un’inflessione quasi cetrarese, gli scappa pure un sorriso. Non è tanto la risposta quasi brusca a interessarmi (se proprio volete saperlo, per me erano fondate sia l’obiezione che la replica), quanto la cosentinità (rinunciatario di cosa?) offerta a difesa di una squadra che, solo l’altro ieri, sembrava allo sbando.

Quello che voglio dire è che l’importanza di queste radici, forse, l’avevo sottovalutata. Anzi, ho pensato che per Occhiuzzi sarebbe stata un problema, più che una risorsa. Un carico da novanta insostenibile (“Salvare la miasquadra dalla retrocessione, alla prima esperienza”). E, del resto, l’ultimo cosentino ad allenare il Cosenza in B (e l’unico, anche se per un tempo brevissimo) era stato Ciccio Del Morgine più di mezzo secolo fa. Non solo il Principe ha rigenerato i Lupi attraverso il gioco – e, con la sua calma, ha dimostrato di avere spalle più solide dei suoi 40 anni –, ma sospetto che abbia persino trasformato quel peso emotivo nelle fondamenta del munzieddruche è riuscito a costruire. Quello che spinge due subentrati dalla panchina a spaccare l’ultimo quarto d’ora (Bahlouli) e vedere la squadra raccogliersi intorno a lui, dopo il fischio finale (Asencio).

Non ho certezze da offrire per blindare le coronarie verso i prossimi (almeno) centottanta minuti, tranne una. A differenza di sette giorni fa, ora il destino del Cosenza dipende solo dal Cosenza. Parafrasando ancora con Brian di Nazareth, è “il lato rossoblù della vita”. La conquista più preziosa, in una stagione come questa.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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