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Piacenza, la “Caserma degli Orrori” e quella voglia di fare carriera (a suon di arresti)

Ecco cosa sta emergendo dall'inchiesta sui carabinieri di Piacenza, arrestati nei giorni scorsi. Un fatto che scuote il sistema democratico.

Secondo la ricostruzione della Procura, i carabinieri della Levante tenevano in pugno una città attraverso un sistema di violenze, torture, traffico di stupefacenti, arresti illeciti, minacce per pagare auto a metà prezzo e pestaggi ai loro informatori. Non ce la si può cavare, dunque, col discorso delle poche “mele marce” ma, ovviamente senza generalizzare, bisognerebbe focalizzare l’attenzione su un sistema deviato, nonché sull’utilizzo di metodi illeciti con l’idea di perseguire un “fine superiore”: la lotta al crimine.

In questa ottica, infatti, in molti trovano difficoltà ad individuare il limite che esiste tra quanto tracciato dalla legge 146/2006, che consente alle forze dell’ordine di avere una sorta di immunità per alcuni crimini, se l’azione di svolge nell’ambito di una operazione di polizia, e l’agire in modo illegale per perseguire il crimine stesso.

Piacenza e la “Casema degli Orrori”

Nel caso di Piacenza, dunque, se tutto dovesse trovare conferma, la giustificazione a tali azioni, andrebbe ricondotta alla voglia spregiudicata dei militari di fare carriera, attraverso il maggior numero di arresti possibile.

Quanto sta emergendo dalle indagini sulla “Caserma degli orrori” , allora, sarebbe pertanto il risultato malato dell’atteggiamento “produttivistico” che da anni muove l’azione di tutta la P.A. e dei servizi dello Stato, compreso il settore giustizia, attraverso l’applicazione dei criteri di valutazione mutuati dal settore privato.

In sostanza se non si fanno arresti non si giustificano indagini e la verità è che si stabilisce un numero di arresti minimo per evidenziare la “qualità” dell’azione stessa. Esempi sono anche le maxi operazioni che vedono interessati centinaia di soggetti, per i quali una buona parte già il Giudice del Riesame modifica dopo poco tempo la misura cautelare, con sdegno incolpevole di una parte poco attenta dell’opinione pubblica.

Funziona davvero il comparto giustizia?

La ragione è che questo modo di agire, produce una distorsione della realtà: ci si rallegra dell’immagine di apparente efficienza del funzionamento della giustizia a discapito della reale funzione dell’amministrazione stessa, che può sfociare in una mancanza di senso del limite da parte di chi esercita il potere, nonché in una vera e propria devianza culturale del Paese verso una deriva autoritaria.

Certamente, dunque, se da un lato ci si trova d’accordo con quanto ritenuto dal Procuratore Generale militare Marco De Paolis circa la necessità di severi controlli sulle inclinazioni personali dei singoli soggetti che operano in settori cosi delicati, allo stesso tempo non si può minimizzare l’accaduto senza affrontare il problema, che oggettivamente non è un caso isolato.

Il sistema democratico

La vicenda – e gli avvocati penalisti lo sanno bene – investe in realtà la tenuta dei sistemi di controllo sul corretto operato delle forze dell’ordine e dunque la tutela del sistema democratico e della civiltà del nostro Paese. Tale sistema di controllo esiste, va protetto ed altro non è che il nostro sistema processuale garantista, che in molti si ostinano ad attaccare e tentano di far regredire a quello inquisitorio, screditando la funzione difensiva.

Lo fanno evidentemente per profonda ignoranza, dal momento che innanzi tutto, la prima forma di controllo sulle attività di indagine spetta al Pubblico Ministero, unico soggetto con il compito di “ricercare la verità” e che, nel rispetto delle sue funzioni dovrebbe verificare che le azioni svolte di iniziativa dalla Polizia Giudiziaria siano giustificate. Ma soprattutto è sempre il magistrato inquirente che dovrebbe orientare le attività in modo tale da ricercare elementi anche a favore dell’indagato.

Spetta poi al Giudice delle Indagini Preliminari, terzo ed imparziale, operare il controllo giurisdizionale sulle indagini preliminari, anche alla luce delle prime interlocuzioni con la difesa degli indagati. Dopo di che esiste –purtroppo per alcuni – il Processo che si svolge in contraddittorio, dove gli inquirenti, che hanno redatto verbali nelle caserme, operato arresti, effettuato perquisizioni e svolto attività molto invasive nella sfera personale degli individui, devono essere sentiti davanti all’organo giudicante, che nulla conosce della vicenda.

Quel disprezzo per la divisa

Lo scopo è proprio questo: la prova non si può formare di nascosto e le attività della PG non sono la verità assoluta, perché può accadere che tra i soggetti demandati al controllo, alla lotta al crimine ed alla tutela della nostra sicurezza, si annidino persone che invece operano disprezzando la Legge e la loro divisa.

Ed è questo il motivo per cui noi Avvocati penalisti difendiamo i valori del processo accusatorio e ci battiamo per la salvaguardia delle garanzie difensive, non certo per far perdere tempo alla giustizia con le nostre “questioni di diritto” o agli ufficiali di P.G. chiamati a testimoniare, ma per vigilare sull’azione dei controllori e tutelare la legalità, la Costituzione ed il giusto processo.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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