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Ancora controvento

Ho visto Occhiuzzi ad Empoli dopo il 90': era una maschera di ghiaccio di chi probabilmente pensa già a come trasformarli in 22 punti in 10 giornate.

«Una squadra senza capo né coda – tuona il collega locale alle mie spalle, parlando dell’Empoli, dopo la rete di Carretta che firma il momentaneo 0-3 -. Ma come l’ha preparata la gara Marino? Questi segnano sempre così: entrano da destra e cercano il taglio al centro…». Se per il Cosenza la sfida di lunedì sera rappresentava l’ennesimo dentro o fuori, per i toscani era invece la prova del nove verso la promozione dopo la vittoria con la Salernitana.

Ho sempre provato una enorme stima per la società del presidente Corsi. Una città di 50 mila abitanti che, dal 1991, ha disputato 11 campionati di serie A e lanciato gente come Montella, Di Natale, Rugani e Caputo (spesso dal vivaio), e dal 1996 non è mai scesa al di sotto della cadetteria, è una lezione per molti. Capita però, a volte, che gli stessi “insegnanti” siano pessimi esecutori dei loro precetti. E, infatti, il collega sferra un pugno sul tavolo e dice: «Massì, alla fine li faremo pure questi playoff, ché venerdì vinciamo a Livorno; ma che senso ha? Le squadre di calcio non si fanno con le figurine!».

Arrivato al Castellani, la distinta delle formazioni metteva paura. Mi sorprendeva la scelta di Occhiuzzi di confermare in blocco l’undici uscito vittorioso all’ultimo tuffo contro il Pisa – novanta minuti che temevo avessero consumato le batterie, fisiche e mentali, di una squadra in rincorsa permanente da otto turni. Marino, infatti, faceva turnover in difesa e lasciava in panchina Antonelli, Gazzola, Pinna, Ricci, ma soprattutto La Mantia e Tutino, due ex rossoblù che farebbero gola a tanti attacchi anemici della cadetteria (e, forse, non solo).

Sappiamo invece com’è andata. E, soprattutto, cosa è successo alle dirette concorrenti nella lotta salvezza. Dopo una serie di quattro vittorie consecutive, dopo aver faticato a schiodarsi persino dal penultimo posto, l’ennesimo stop della Juve Stabia e la sconfitta del Perugia consentono al Cosenza di affrontare l’ultimo turno dal quartultimo gradino della classifica, a due passi dagli umbri e dal Pescara e davanti ai campani.

«Vedrai che la 38esima sarà un anticipo dei playout», profetizzava un amico prima della ripresa del campionato – e c’è andato vicino. Perché la sua idea era che i playout li avremmo giocati noi e la Juve Stabia. Cioè uno dei pochi scenari impossibili al termine dei prossimi 90 minuti. Meno di quaranta giorni fa il Cosenza ripartiva dal terzultimo posto e 24 punti. Venezia e Ascoli erano 8 lunghezze più su. Il Pescara 11. Juve Stabia e Perugia (appaiate col Pisa, che ora è sul punto di conquistare i playoff) addirittura 12, una differenza pari alla metà dei punti che i Lupi avevano conquistato in 28 giornate. Una rimonta da urlo, che paradossalmente è cominciata davvero dopo le cinque sberle del Picco.

Ricordo bene quel momento, la vigilia del match con lo Spezia. Perché il giorno prima un collega mi disse «che Occhiuzzi ancora ci crede, dice che siamo ancora in tabella di marcia», e insieme cercammo di analizzare se si trattasse di parole di circostanza o speranze concrete (capire, prima di raccontare). E il giorno dopo, quando il Principe che si assunse le responsabilità di quel tracollo, mi convinsi che il finale di campionato sarebbe stato un lunghissimo “de profundis”. “Vincere col Perugia ha solo prolungato l’agonia”, commentò un altro amico – in effetti, ne convengo con voi, sono circondato da amici che coltivano con me il senso meridionale del tragico. Ma è vero anche che le gare contro Pordenone, Pisa e Empoli costituivano razionalmente un vero e proprio triangolo delle Bermude nel calendario, nonostante le tante défaillances delle squadre di testa. Per cui, se mi avessero chiesto se ritenessi più probabile fare 9 punti in questi incontri o trovare la neve a Ferragosto a Sangineto, mi sarei presentato al vecchio Borghetto con un “lupo di mare” addosso in anticipo di un mese e mezzo.

Perché mi dilungo su questo, direte voi, proprio dopo la goleada del Castellani? Perché se non ricordiamo da dove siamo partiti, e ci limitiamo a contemplare la classifica alla vigilia del match più importante dell’anno e i suoi possibili scenari, rischiamo di non capire quello che potrà succedere dopo. E non parlo (solo) dei risultati. Mezz’ora dopo il triplice fischio di Illuzzi, in attesa che uscissero i giocatori dagli spogliatoi, il Principe scrutava su un tablet la classifica e gli esiti della 37esima giornata. La sua faccia era proprio quella che volevo vedere da un allenatore che, al debutto in panchina, ha inanellato 19 punti in 9 giornate. Seria. Imperturbabile. Zero sorrisi e ancor meno compiacimento per quella parte d’impresa. La maschera di ghiaccio di chi probabilmente pensa già a come trasformarli in 22 punti in 10 giornate. E sa che potrebbero appena essere sufficienti a conservare il posto per i playout. La faccia di chi ha capito che la barca non è ancora in porto.

Ci sono infatti due pericoli che corrono paralleli all’ultimo turno. Il primo è credere di averla già fatta, l’impresa, ancor prima di scendere in campo contro le Vespe. Ed è un rischio (specie dopo un risultato così rotondo, schiacciante e senza ombre come quello del Castellani) che può essere fatale, di fronte a una squadra che non ha più nulla da perdere, può contare su un solo risultato a disposizione (la vittoria) per riagguantare i playout e probabilmente deciderà di buttarla da subito sul piano della caciara agonistica – quindi, serviranno lucidità e nervi più saldi del solito per non cedere al tranello della battaglia campale. Il secondo è lasciarsi cadere le braccia, qualora gli incastri di risultati obbligassero i rossoblù a tornare in campo per il doppio spareggio il 7 e 14 agosto. Quasi che la rimonta, in quel caso, culminasse in un traguardo minore, perché la salvezza sarebbe ancora tutta da conquistare. È sufficiente ripensare al salvataggio sulla linea di Capela contro il Perugia o alla zampata allo scadere di Asencio col Pisa per mettere a fuoco che, invece, avremmo potuto affrontare quest’ultimo turno con la strizza che una vittoria forse non sarebbe bastata nemmeno per farli, i playout.

Le squadre non si fanno con le figurine, diceva appunto il mio collega empolese. Cioè non si costruiscono sui “nomi”, ma sulla base di progetti. È una trappola nella quale sono cadute anche Ascoli e Cremonese, negli ultimi campionati. L’Empoli è stato spesso pericoloso, al di là del gol della bandiera nel secondo tempo, ma sempre nello stesso modo: diamo palla a Ciciretti e vediamo cosa inventa. Oltre ad aver ricostruito un gruppo squadra, Occhiuzzi ha invece ridato smalto proprio alla trama offensiva (che, prima di lui, nel girone di ritorno viaggiava sulla media di 0,7 gol a partita). È vero, le reti rossoblù arrivano spesso in ripartenza e su assi di gioco ricorrenti, ma sono sempre state frutto di manovre corali e veloci – e, infatti, le diciotto messe a segno dopo il lockdown (un solo rigore) portano la firma di sei diversi marcatori (i quattro attaccanti, ma anche Bruccini e Bittante).

Il rischio che la Juve Stabia arrivasse a questo punto con una o più lunghezze di vantaggio, e che quindi potesse piazzare un pullman davanti alla porta di Provedel a difesa del pari, era concreto. Il fatto che la squadra di Caserta (messo pesantemente in discussione dopo l’ennesima sconfitta con la Cremonese) questo vantaggio non ce l’abbia permette al Cosenza di essere finalmente padrone di buona parte del proprio destino a 90 minuti dal termine. E, anzi, di mettere persino pressione sugli altri due campi principali: il Bentegodi e il Penzo. In un certo senso, anche dopo l’1-5 di lunedì sera, la faccia di Occhiuzzi ci conferma che non è cambiato niente: sapevamo di dover battere la Juve Stabia già dal 20 giugno scorso.

Quello che è certamente cambiato è il contesto. La strada strettissima verso la salvezza ora è diventata un campo di regata, dove il Cosenza ha viaggiato per lunghissimi tratti di bolina, cioè col vento contrario. E lo ha fatto con una cazzimma che non credevamo potesse tirar fuori, strappando punti a tre formazioni che probabilmente (figurine o no) si giocheranno la serie A ai playoff. Ed è la stessa cazzimma che serve venerdì. E oltre ancora, se necessario.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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