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Covid dai barconi e ‘Ndrangheta alle porte

I migranti irregolari che risultano positivi al coronavirus non sono i responsabili di un indiscriminato rafforzamento del virus stesso.

Siamo lontanissimi dal giorno a contagio zero. Il mondo non ha sconfitto la “strana influenza” che ci affligge da mesi. E forse non lo ha neanche voluto, se guardiamo al flusso caotico di informazioni istituzionali intervenuto nelle prime settimane, alla prosecuzione indefessa e silente di attività di rischio nei grandi comparti internazionali e alla mattanza che le epidemie fanno nelle zone popolari, poco protette, poco medicalmente assistite, sempre troppo poco per troppi. 

Nell’Italia che prova oggi a fare i conti con una fase di relativa stabilizzazione, si è fatto strada un nuovo untore. Non corre al mattino, non beve all’aperto consumazioni da asporto, non va in chiesa la domenica. E se è per questo non affitta case vacanze in regioni diverse dalla propria, non occulta la propria positività conclamata, non fa la spesa a mani nude e a bocca scoperta. No. L’untore della nuova fase è un tipo in fuga, di età indefinibile, non importa il sesso, non importa la storia da cui scappa. È un disgraziato che ha avuto la suprema sfrontatezza di sopravvivere a interminabili viaggi a mare su barche sovraffollate; dove si possono realizzare contagi di qualsiasi tipo. Per qualcuno è un delinquente a prescindere e tuttavia, finanche lo fosse, se lo beccano all’arrivo ancor prima di iniziare a delinquere è sottoposto ai test diagnostici: non si nasconderà in un resort, non entrerà con la carta di credito nella business class di un volo internazionale. Se positivo, poi, sarà opportunamente “smistato”, come suol dirsi, in strutture temporanee dove smaltirà l’alienazione, la perdita di libertà e nei casi migliori anche la o le malattie. Boccaccio, Manzoni, Camus, impallidirebbero: non ci sono più i bravi untori di una volta che contaminano solerti nelle taverne, negli ostelli, nelle bische

Dobbiamo essere ben attenti a non farci contagiare dal morbo del sospetto (anch’esso, come il Covid, sin qui privo di vaccino). I migranti irregolari che risultano positivi al coronavirus non sono i responsabili di un indiscriminato rafforzamento del virus stesso. Qui, e verrebbe da citare Swift, se fosse colpa loro, basterebbe eliminarne in blocco – come più di qualcuno nella storia europea anche recente non ha mancato di suggerire. 

Siamo piuttosto alle prese con una pandemia che ha riscritto i rapporti, le fonti e le forme del potere (anche prolungando un’emergenza che non sempre è duttilità e pragmatismo decisionale, ma più spesso allentamento di tenuta delle istituzioni democratiche e partecipative). 

Per le organizzazioni criminali più radicate, emergenza significa evento, evento significa affare, affare significa perdite pubbliche e lucri privati. E in questo contesto emergenza significa golosamente distrazione, manipolazione e sottrazione dei fondi emergenziali. Alcune inchieste delle ultime settimane hanno dimostrato chiaramente l’attitudine dei cartelli criminali a creare reti associative per intervenire in pienezza nel paniere degli aventi diritto (?) alla torta dei sussidi e delle agevolazioni. Non c’è organizzazione illecita che per radicarsi non abbia il sistematico bisogno di una rete di professionisti compiacenti, imprenditori al soldo e politici prezzolati. Senza know how, senza reinvestimento di liquidi, senza arbitrio decisionale… semplicemente le mafie non esisterebbero. E allora l’Italia e la Calabria si scoprono com’erano anche senza focolai e nuovi mostri: pronte a mettere in croce nuovi presuli del loro immaginario; sin troppo prone ai loro feudatari di sempre. 

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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