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I migranti non fuggono per contagiare

I migranti, positivi e negativi, malati e non malati, si allontanano perché trovano condizioni di vita decisamente disagevoli nelle strutture d'accoglienza.

Pochi episodi di questa estate hanno ritmato un ben misero dibattito collettivo. Alcune decine di migranti hanno abbandonato i centri d’accoglienza cui erano destinati (è accaduto, ad esempio, in Sicilia, Basilicata, Sardegna, Lazio) e parte di quei “fuggitivi” risultava, volta per volta, positiva al coronavirus. Se intendiamo il diritto alla salute nella sua complessivamente accolta configurazione collettiva, è in effetti opportuno che chi può contagiare altri mantenga un certo isolamento “assistito”, quantomeno sufficiente a favorirne la guarigione. Così intesa la famigerata “quarantena” può recuperare un’effettiva utilità anche sul piano della salute individuale (ancor più, è medicalmente chiaro, per il soggetto positivo in condizioni critiche, che nel contatto con l’esterno può ulteriormente rischiare d’aggravarsi). Queste notazioni riguardano pacificamente tutti: migranti nigeriani, studenti romani, imprenditori veneti o brianzoli e chi più ne ha, più ne metta.

Queste precisazioni però non riescono a correggere come troppe volte arrivi la “percezione” delle notizie. Nelle fasi caotiche rielaborare le informazioni crea marmellate tossiche.

Nel corso dell’inverno, gli untori ufficiali sono stati i cinesi, gli anziani, i runner. Poi si è arrivati alla movida, ai giovani e ai migranti. L’allarme razzista ha in fondo una tecnica comunicativa facile: smonta un piccolissimo pezzo di verità occultandone la fonte, lo allarga, dilata, sgrana e confonde fino a proiettare un’ombra radicalmente diversa dalla sagoma su cui la notizia avrebbe dovuto portare luce. Certo: il Covid-19 ha avuto il primo outbreak in Cina; certo: gli anziani affetti da patologie gravi lo hanno subito di più e talvolta hanno contagiato famiglie e sanitari; certo: molti hanno adoperato la “corsetta” per poter molto parzialmente affrancarsi dalle restrizioni del primo lockdown. E continuiamo: piazze e aperitivi pieni in violazione delle norme igieniche facilitano i contagi; i giovani contagiati si muovono di più e più facilmente perciò possono entrare in contatto con gli altri; i migranti, tutti quelli che sono subito sottoposti a tampone, palesano percentuali tenui ma esistenti di positività. Ebbene? Il Covid lo hanno forse inventato e imposto i ristoratori cinesi, i nonni, chi fa jogging, chi beve birra, chi scappa da guerre, persecuzioni religiose, regimi, carestie, mancanza di cibo, acqua e reddito? Pensarla così significa disporsi all’autodistruzione. Scientifica e politica.

Per quanto riguarda i migranti positivi al coronavirus che hanno abbandonato le strutture loro destinate, una mera mappatura dei primi numeri ci rende alcune conclusioni inoppugnabili. Tenta di sottrarsi al controllo dei regimi speciali una quota molto limitata di migranti e all’interno d’essi i positivi al Covid-19 sono ulteriore “minoranza di minoranza”. V’è soprattutto da dire che a prima traccia i migranti, positivi e negativi, malati e non malati, si allontanano perché trovano condizioni di vita decisamente disagevoli nelle strutture d’accoglienza. Queste ultime hanno evidentissime differenze territorio per territorio; le loro regole sono state modificate troppe volte, senza criterio se non quello di infittire, infoltire, sbiadendo le poche esperienze positive irriducibili a sistema. Non solo: nell’organizzazione della rete cooperativa tra Stati di provenienza, Stati di transito e Stati di destinazione, l’Italia ha perso la chance di dare un nuovo impulso ai negoziati bilaterali e multilaterali, in modo da cogliere le diverse sfumature e i differenti contrasti zonali di cui s’avvantaggiano le associazioni criminali dedite alla tratta e al traffico di esseri umani. Soprattutto, se non quando esclusivamente, nell’area mediterranea, ove non riusciamo a incidere ancora significativamente, nonostante la posizione di enorme privilegio geostrategico.

E sia detto per inciso: la condizione della positività asintomatica induce in tutti, immigrati e residenti, un senso frammisto tra inquietudine e insofferenza al ciclo restrittivo. Da emendare sul piano comportamentale e però non meno da fronteggiare anche nel sussidio psicologico occorrente proprio a non far inavvedutezze. La condizione di deprivazione, di trattenimento e di alienazione non ha molti confini, non è una passeggiata. Non risultano casi di prigionieri di guerra fuggiti, oltre un secolo indietro, per contagiare l’influenza Spagnola ai rivali sul fronte del primo conflitto mondiale. Scappavano, malati e non, semmai, in cerca di dignità e libertà. Chi è garantito nella sua dignità di solito non attacca gratuitamente la libertà degli altri.

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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