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Parlamentari in meno, danni in più

Meno spazio per regioni piccole come la nostra. Un referendum costituzionale è un'idea insieme più autentica e alta, più ideale e pratica al tempo stesso, di ogni eventuale posizionamento di partito.

Il voto per un referendum costituzionale non può essere ridotto a ragioni di tattica politica. È un voto di sistema sulla qualità di un andamento istituzionale. Ha implicazioni politiche, certo. In Italia si va avanti da anni con governi di coalizione, che sono a turno o particolarmente lenti e attendisti o decisamente sbilanciati nell’imponderabile (al netto di tanto clamore, l’esperienza Salvini-Di Maio ha realizzato male anche gli obiettivi con cui era nata negli accordi di palazzo). E tuttavia un referendum costituzionale è un’idea insieme più autentica e alta, più ideale e pratica al tempo stesso, di ogni eventuale posizionamento di partito. Ce lo insegna la storia giuridica del referendum in Italia, non solo quello avente ad oggetto modifiche della Costituzione (spesso largamente respinte: la Costituzione inattuata, svilita, logora e chi più ne ha ne metta, ha ancora un senso di collante e realtà per chi esercita il diritto di voto). I grandi partiti della Prima e della Seconda Repubblica hanno avuto a ogni referendum voci di dissenso interno contrarie ai diktat del momento: la libertà non si negozia con le pettorine. 

Oggi questo voto sul taglio dei parlamentari, appena poche settimane addietro “cotto e mangiato”, ci dice qualcosa di più. La critica neghittosa e sbrigativa sui costi della politica ha prodotto tutto tranne che un abbassamento reale di quei costi. Esercitare i diritti democratici costa. Il problema non è la spesa, ma la destinazione di quella spesa. Nel bilancio della “macchina” politico-costituzionale il taglio proposto dal Movimento Cinque Stelle non ha un concreto impatto snellente: davanti a quella reclame contro gli sprechi, sarebbe stato molto più utile, coerente e credibile aggredire i bubboni della spesa parassitaria. Ridurre i rappresentanti non fa bene ai rappresentati: meno seggi significa aritmeticamente meno spazio per le liste più piccole e d’opinione (quelle che mettono un po’ di “sale” al dibattito tra i grandi competitori) e meno spazio per regioni piccole come la nostra, che già partono da un gap economico e sociodemografico incidente e indecente.  

Facciamolo davvero il riformismo costituzionale e legislativo: cambiare i poteri e le attribuzioni tra le due camere, se occorre; evitare gli errori materiali nei testi di legge (crescentemente frequenti); modificare le norme con le quali l’Italia (non) attua gli obblighi internazionali: da quelle inadempienze prendiamo annualmente condanne, sì, salatissime ed evitabilissime col mero buon senso, con la semplice lucidità, col lavoro d’aula serio e corretto. E allora se il problema è il “costo” delle cose smettiamo di spendere per ciò che non ci serve. La democrazia costituzionale, più radicale di tanti “spazzatutto” degli ultimi anni, mi pare, serva ancora eccome. 

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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