Giustizia e Criminologia

Antonio De Marco, quella faccia da bravo ragazzo con l’istinto del killer

Antonio De Marco, autore del duplice omicidio di Lecce, viene definito come un ragazzo educato e per bene. Come tutti i killer insospettabili

È ormai usanza consolidata quella di anticipare i particolari delle indagini ed esprimere valutazioni sulla personalità di chi è coinvolto a vario titolo nei fatti criminosi che più turbano l’opinione pubblica. Nel caso del terribile omicidio dei fidanzati di Lecce (LEGGI QUI) ho addirittura ascoltato qualcuno degli inquirenti affermare che ci troviamo di fronte – testuale – «ad un caso unico nella criminologia penale». Affermazione tecnicamente non solo poco corretta, ma anche prematura ed inesatta. 

In primo luogo perché non ci sono allo stato elementi per esprimersi in tal senso, visto che non risulta ancora alcuna perizia psichiatrica sull’indagato, né alcuna perizia criminologica sulla criminodinamica e sulla criminogenesi dell’accaduto, ma anche perché, in secondo luogo, se effettivamente di azione lucida e premeditata mossa dalla vendetta trattasi, di casi del genere la letteratura scientifica è piena.bBasta ricordare la vicenda del famigerato “Canaro”.

Quello che si sa attualmente è, dunque, che Antonio De Marco, 21 anni, avrebbe massacrato Daniele De Santis ed Eleonora Manta perché erano – testuale dalle fonti investigative «troppo felici e per questo mi è montata la rabbia. So di aver sbagliato. Li ho uccisi».

Sarebbe già stato, pertanto, escluso il movente passionale, perché le ragioni andrebbero ricercate nell’esclusione dell’indagato dall’abitazione dove De Marco viveva in affitto, per via dell’inizio della convivenza della coppia, la cui felicità potrebbe avere infastidito il presunto omicida.

Nello specifico, a motivare l’assassino sarebbe stato il desiderio di vendetta poiché secondo quanto appena ricostruito dagli inquirenti, egli aveva vissuto per quasi un anno in affitto in una delle stanze dell’appartamento dove successivamente i due giovani avevano deciso di andare a vivere insieme. A quanto si è appreso, per almeno due mesi i tre sarebbero stati coinquilini, ma la convivenza non sarebbe stata facile, pertanto De Santis aveva deciso di non rinnovare il contratto al giovane e di tenere l’appartamento per sé e la fidanzata.

Secondo gli inquirenti, inoltre, De Marco avrebbe pianificato il delitto fin da agosto poiché dall’analisi del profilo personale del social network Facebook, nel mese di luglio pubblicava un post tratto dal blog “Universo psicologia” dal titolo “il desiderio di vendetta” riportando il seguente commento: “Un piatto da servire freddo…è vero che la vendetta non risolve il problema ma per pochi istanti ti senti soddisfatto” accompagnato da due faccine sorridenti.

Anche in questo caso, dunque, come sta emergendo dagli ultimi fatti di cronaca, si utilizzano i social media per spiegare movente e personalità di chi si trova coinvolto in fatti di interesse giudiziario, a mio avviso in modo un po’ troppo ampio per quanto attiene l’aspetto interpretativo.

Restando ai fatti concreti, allora, quello che emerge in modo certamente inquietante è l’esistenza di un crono programma preciso e meticoloso dell’azione omicidiaria, vista la presenza di alcuni foglietti manoscritti dove sarebbe riportato lo svolgimento dei lavori di pulizia della scena del delitto. La premeditazione risulterebbe infatti riscontrata anche dal cappuccio ricavato da un paio di calze di nylon da donna per camuffarsi, dalle strisce stringi tubi e dalla mappa con il percorso da seguire per evitare le telecamere. 

Che le intenzioni fossero quelle di legare i fidanzati per torturarli e poi ucciderli, ma che qualcosa sia andato storto, al momento non possiamo saperlo. Apprendiamo soltanto che nei giorni che hanno seguito il delitto, l’aspirante infermiere si è comportato in modo assolutamente normale e che non si è scomposto al momento dell’arresto.

In particolare all’uscita dall’ospedale, con gli stessi colleghi con cui qualche giorno prima era andato ad una festa, prima di entrare in auto con una tirocinante che lo avrebbe riaccompagnato a casa, vedendo arrivare i carabinieri avrebbe affermato: “Da quanto mi stavate seguendo?”. Le considerazioni che possono farsi ad oggi sono, dunque, da calibrare.

Di certo c’ è che la vendetta è da sempre considerata come uno dei quattro principali moventi criminogeni in grado di provocare nell’uomo condotte e comportamenti antisociali. I moventi criminogeni abituali, che spingono le persone a commettere un reato, sono rappresentati infatti da: piacere, odio, vantaggio personale ed appunto vendetta.

In particolare la dinamica comportamentale della vendetta si compone di tre fasi: una iniziale esperienza frustrante di una perdita subita (un no, una sconfitta, un fallimento, un’offesa, l’allontanamento dall’abitazione e l’esclusione dal trio in questo caso), una mancata gratificazione di aspettative e bisogni personali in grado di produrre una instabilità emotiva ed una insopportabile frustrazione poi, ed infine la liberazione dell’aggressività verso la causa che viene ritenuta responsabile della perdita. Niente di insolito per gli addetti ai lavori, dunque, se le cose sono andate effettivamente come riportano le cronache in relazione al caso di Lecce.

Di fronte alla frustrazione della perdita e della mancata gratificazione dei suoi bisogni il soggetto psicologicamente immaturo, infatti, tende ad esprimere i propri sentimenti con una esplosione risentita di aggressività, con l’isolamento o con il rabbioso e delirante risentimento paranoico. Sono la frustrazione narcisistica subita e la insopportabile ferita nell’orgoglio, che scatenano la vendetta.

E la persona immatura o con disturbi di personalità risponde con un profondo sentimento di odio ed un marcato bisogno di mettere in atto comportamenti rivendicativi. Nell’individuo psicologicamente sano, invece, la frustrazione per la perdita subita si orienta verso altre direzioni.

Nel caso specifico, dunque, al di là delle argomentazioni suggestive e delle descrizioni superficiali del ragazzo, oggi ritenuto soggetto taciturno, schivo, solitario, ma come tutti i killer insospettabili molto educato e per bene, lascerei le valutazioni tecnico scientifiche sulla personalità dell’indagato agli esperti, dopo un attento esame sul soggetto, invitando chi non lo è ad evitare di cimentarsi nel tracciare profili psicologici sulla base del sentito dire o dei post su facebook.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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