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Quannu chiova porta buanu: la vittoria della “Rodda”

Sono passati alcuni giorni dalla conclusione della festa popolare “a Rodda” in centro storico. Una due giorni tenutasi tra il 3 e il 4 ottobre, che ha superato le incertezze meteo del primo rinvio (il 26 e il 27 Settembre), quando su Cosenza si temevano piogge torrenziali e la chiara difficoltà di poter celebrare in spazi chiusi eventi che hanno complessivamente convogliato centinaia di persone. Si è trattato di festa autenticamente gratuita, popolare, nata nel quartiere e aperta a, e vissuta da, tutta la città.

Lo è stata innanzitutto nella “mentalità”, nella prospettiva. Chi vi ha partecipato attivamente, anche nello svolgimento dei diversi adempimenti organizzativi, lo ha fatto con dedizione, collaborazione, sudore. Senza lucro. E la stessa esperienza di condivisione ha guidato i performer, i banchetti, gli apprezzati vivandieri, la diretta radio ciromista, gli attivisti, i poeti e gli autori arrivati in centro storico. Molte le realtà contestuali coinvolte, dall’editoria all’associazionismo civile, dai comitati alla solidarietà sociale. Non è peraltro un demerito o una primogenitura sottolineare, per genius loci, anche il ruolo del gruppo ultrà radicato e fondato in Cosenza Vecchia ormai nel 1989.

Elemento trainante di una rivitalizzazione spontanea del quartiere che aveva avuto un altro bel momento, non ancora concluso, nella ripresa decorativa di saracinesche dismesse e/o sottutilizzate: per tale via, sono diventate piccole, grandi, teche di racconto sociale sentimentale metropolitano. Tributi a personalità del quartiere, del calcio, della città; soggetti artistici e locandine cinematografiche; seminali gruppi musicali e gag da cartone animato. Ma belle tutte le generose realtà coinvolte.

L’esperienza di ONCOMED, compagine associativa di diagnostica e prevenzione nel contrasto ai tumori e piccolo, enorme, presidio di calore umano, oltre che di competenza a condizioni agevolate; la terra di Piero, coinvolta in progetti di solidarietà e scolarizzazione in Africa, ma anche vettore del primo parco cittadino senza barriere architettoniche e con espliciti intenti di socializzazione antirazzista. E molto vasto ancora sarebbe il dar voce e menzione di tutti i segmenti di una diversa narrazione di Cosenza in quei due giorni orgogliosamente e prontamente convenuti.

Ogni festa dona ricordi e ogni bilancio offre spunti. Senza la meravigliosa partecipazione volontaria di alcuni, la “Rodda” non avrebbe girato. E tuttavia queste esperienze vogliono essere intelligenti riscoperte di tradizioni, forme di socialità liberata e recuperata, vivacità relazionale e intellettuale. Non possono né vogliono sostituirsi a ciò che sul piatto servirebbe di serissimo e continuativo intervento pubblico (nell’ambito della raccolta, dell’edilizia, del fabbisogno idrico e molto altro). C’è però la voce di un territorio ricco di idee, dignitoso, che esprime discontinuità alla noia e al disinteresse. Che balla senza tregua ma rispettando la pulizia e le precauzioni. Che sa ricevere e accogliere perché in fondo sa regalare (e viceversa).

E chi non ha capito l’intensità emotiva del lungo racconto collettivo di Cosenza Vecchia, mosaico di altrettante storie individuali tra libertà e fatica, tra errore e risalita, tra semplicità e articolazione, ha ruotato soltanto su se stesso. Il che è un peccato in una terra di lupi e non di pavoni. Qualche goccia di pioggia minacciava ancora gli astanti alla fine del concerto dei Lumpen. I presenti risciamando verso casa potevano ben ricordare l’insegnamento dei gradoni del San Vito-Marulla: quannu chiova porta buanu.

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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