Minamò

Che la fretta non sia “prescia”

È vero, i corsi e ricorsi non indicano per forza un destino. Però qualcosa ci dicono. La prima è che nel calcio la dote più importante è la pazienza.

Gli appassionati di calcio si dividono, credo, in due categorie. Quelli che credono nelle statistiche, nei corsi e ricorsi; e quelli che le ritengono un’autentica boiata. Nelle due settimane di sosta, per esempio, me n’è tornata in mente una piuttosto curiosa. Sapete che, nel 1960-61, il Cosenza si ritrovò in bilico all’ultima giornata, proprio com’è accaduto a quello di Occhiuzzi dopo il fischio finale con la Juve Stabia? È vero, allora c’era in ballo la promozione in serie B e stavolta la permanenza. Eppure, pensate anche a questo. Sessant’anni fa i Lupi, a pari punti in vetta alla classifica con il Trapani, pareggiano in casa per 0-0 col Cirio e sono costretti a incrociare le dita. Il 31 luglio 2020, invece, il 3-1 al Marulla non basterebbe a evitare i playout. Serve pure la sconfitta del Pescara.

Una delle prime liturgie rossoblù, prima di “Simoni, Marino, Lombardo”, cominciava con “Sartori, Follador, Trocini” e finiva con “Gallo, Rizzo, Lenzi; Ardit, Costa”.

Il 4 giugno del 1961 non ci sono diretta.it e simili, così è il presidente Biagio Lecce a prendere il microfono e annunciare dagli altoparlanti a un “Emilio Morrone” strapieno che il Trapani ha perso e il Cosenza è promosso in serie B. Sessant’anni dopo, invece, sapete tutti com’è finita.

Non accadeva invece dal campionato 2013-14 che, alla terza giornata, la serie B non avesse almeno una squadra a punteggio pieno. E non molte volte, allo stesso punto, il Cosenza si era ritrovato imbattuto: l’ultimo precedente, non felicissimo, è con Gigi De Rosa in panchina (2001-02: una vittoria e due pareggi).

È vero, i corsi e ricorsi non indicano per forza un destino. Però qualcosa ci dicono. La prima è che nel calcio la dote più importante è la pazienza.

Sulle tre di testa, Cittadella e Salernitana hanno il maggior numero di reti segnate; i veneti e l’Empoli, invece, un solo gol al passivo. Insomma, la B pare non avere un padrone come il Benevento dello scorso torneo. O, almeno, chi era candidato a farlo, come il Monza, è partito (al netto del rinvio del match col Vicenza) col motore ingolfato. Il Lecce, abbastanza convincente nei primi due turni, è crollato a Brescia (dove, dopo l’addio a Tonali, hanno scoperto una nuova stella del vivaio, il difensore Papetti). Spal e Pordenone, anch’esse in pole position secondo le griglie di partenza, dopo un pirotecnico 3-3 si ritrovano con tre punti. Gli stessi del Cosenza, per la prima volta senza sconfitte alla partenza dal ritorno tra i cadetti.

Non stapperei ovviamente lo spumante, ma i dati vanno analizzati. Su tre gare, due volte il Cosenza è andato in svantaggio e due volte ha rimontato. Non è una novità, ma è bello ugualmente ricordarlo: il carattere è una dote che avevamo smarrito e che, invece, Occhiuzzi è riuscito a trasmettere ai suoi già dal finale della scorsa stagione. Capacità di reazione, giocare alla pari e restare in partita fino alla fine restano iscritte nel dna delle formazioni che ha via via messo in campo.

Le reti subite: a Ferrara su calcio d’angolo (e sui corner qualche debolezza si è rivista anche sabato al Marulla), contro il Cittadella su azione manovrata. Qui servono due precisazioni. Sul gol di Rosafio in molti hanno dato la colpa a Ingrosso – in realtà sono Corsi, che si perde l’ala, e Legittimo a non salire per far scattare il fuorigioco. Insomma, è un errore del reparto.

In rosso sono cerchiati Corsi, in marcatura su Rosafio, e Legittimo. Idda è salito su Tsadjout. Nell’azione da gol il Cittadella ha coinvolto in maniera attiva appena quattro giocatori, capaci di eludere anche il supporto in copertura di Baez, Carretta e Sciaudone.

Questa rete ci dice anche un’altra cosa: il Cosenza soffre molto il pressing alto, come quello orchestrato dalla formazione di Venturato. Certo, il Cittadella di avversarie ne mette (e metterà ancora) in crisi parecchie, ma mi sarei aspettato di meglio dai nostri. Finora l’idea tattica di Occhiuzzi è piuttosto chiara: costruzione bassa dell’azione attraverso gli esterni, per raggiungere Baez tra le linee, la mediana (Sciaudone e Petrucci) in sola (o quasi) funzione di rottura. Che succede però se l’avversario aggredisce proprio la zona centrale del campo? Che dalla tua area esci male o non esci affatto, come avvenuto nel primo quarto d’ora con i veneti in assedio.

opo un’altra occasione nitida per Ogunseye, sventata da un ottimo Falcone, qui il Cittadella riconquista palla in mediana e va al tiro con Branca, con venti metri liberi davanti. È la prova più nitida di come il pressing dei veneti abbia letteralmente spaccato il Cosenza in due.

Quando dico “mi sarei aspettato meglio” aggiungo anche che il “meglio” dopo è arrivato. Carretta, astutissimo nell’approfittare dell’erroraccio di Adorni, appare in grande forma. Baez è il solito furetto. Da rivedere invece Petre e Gliozzi, quest’ultimo un po’ più in palla. In generale la manovra offensiva, con il romeno spesso largo, cerca di offrire pochi punti di riferimento agli avversari (l’ex Monza, invece, ha agito più da sponda al centro dell’attacco, ma è pure rientrato moltissimo in difesa). C’è da capire se è una strategia provvisoria, in attesa che uno dei due si riveli essere il “centravanti” che Riviere è stato nella scorsa stagione (e quando dico questo non parlo tanto dei gol segnati, quanto del ruolo che assumerà la prima punta), o se invece sarà il lietmotiv del campionato.

accordo, è solo un contropiede, con Carretta innescato in velocità da un lungo lancio di Sciaudone. Eppure questa è una situazione in cui, in corrispondenza della freccia, fino allo scorso luglio avremmo probabilmente visto la corsa di Riviere, per offrire uno scarico o attirare almeno uno dei due marcatori che invece chiudono la percussione del 10 rossoblù.

A questo punto arriva il derby con la Reggina. Sfida assente dai radar della serie B quasi da vent’anni (l’ultima fu proprio nel 2001-02, stagione evocata poc’anzi, e purtroppo furono due sconfitte su due), che si arricchisce d’interesse per la presenza in panchina dell’ex Mimmo Toscano e per le ambizioni degli amaranto, che con la coppia Denis-Menez puntano dichiaratamente alla seconda promozione consecutiva. Occhio a considerare il pari di Chiavari come un passo falso – la Virtus Entella l’ha raggiunto in dieci uomini al novantesimo, ma dopo aver rischiato più volte di subire il raddoppio.

Uno sguardo al calendario ci dice che, fino a tutto novembre, non ci saranno partite “facili” (ammesso che esistano). Lecce, Brescia e Salernitana in casa, Chievo e Frosinone non saranno passeggiate. Eppure è chiaro che è in queste prossime sei gare (inclusa quella al Granillo) che il Cosenza deve cercare la prima vittoria stagionale.

Ha ragione il Principe, insomma, quando con consapevolezza e autocritica abbastanza rare nel suo mestiere dice che tante cose vanno perfezionate e lui deve essere bravo a farlo in fretta. La “fretta” credo sia legata all’idea che non si può restare a secco di vittorie ancora a lungo (eppure sono piuttosto certo che, se avessimo avuto l’organico pronto un mese fa, i tre punti almeno al debutto li avremmo fatti) (forse il nostro problema è che Trinchera lavora in realtà sintonizzato sul fuso orario del pianeta Saturno).

Credo però che, alla lunga, i segni X maturati contro Spal e (soprattutto) Cittadella li riterremo punti guadagnati. Proprio come, a modo suo, lo fu quello 0-0 all’ultima giornata col Cirio sessant’anni fa. E spero che la fretta (giusta e legittima) di perfezionare non si traduca in prescia (e che nessuno la metta addosso all’allenatore), perché il calcio ha anche tempi lunghi e il lavoro del Principe questa pazienza se la sta meritando tutta.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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