domenica,Agosto 7 2022

America al voto, tutte le rughe di zio Sam

L'America torna a votare per scegliere il nuovo presidente. Sfida Biden-Trump. Ma è stata una brutta campagna elettorale.

America al voto, tutte le rughe di zio Sam

Gli Stati Uniti sono da tempo un Paese lacerato. Il duro rimbalzo socioeconomico e sanitario degli ormai quasi dieci milioni di contagi da Covid-19 ha sublimato tensioni da almeno due decenni presenti nella società, nella politica e nella cultura statunitensi. Persino la sconfitta di Trump, data per certa dagli osservatori, ne sarebbe l’ennesima conferma: dagli anni Settanta ad oggi è stato frequentissimo (al punto da sembrare ai politologi una regola algebrica del consenso elettorale) che i Presidenti uscenti trovassero ampie conferme.

Una solida amministrazione quadriennale genera sostenitori, orientamenti, programmi. Cementa realtà civile, prima che competizione tra partiti. Il miliardario avrebbe fallito anche in questo, e diversamente non poteva essere da parte di chi, già quattro anni addietro, aveva preso molti meno voti in termini assoluti della sua competitrice Clinton. Si disse all’epoca che quella era candidata di sistema, legata alle lobbies e ai gruppi egemoni. E lì a Trump il miracolo era riuscito per davvero: sembrar proprio lui, il drago delle operazioni societarie, un outsider antiestablishment.

Oggi i democratici gli oppongono Biden, e gli oppositori hanno comunque buon gioco a dirgliene di ogni tipo: favoritismi familiari, sfiducia nella sinistra del partito, decenni di presenza nel deep State americano, età anagrafica quasi fuori tempo massimo per l’amministrazione attiva del Paese.

Negli Usa, certo, si vota poco: mediamente la metà degli aventi diritto. In zone anche popolose all’incirca un terzo. Vincere non significa unire, specialmente oggi dove le tante Americhe che fanno l’America si spaccano e ricompongono a velocità supersonica. C’è ancora, fortissima, la questione razziale, dura come poche anche perché fondamentalmente mai davvero risolta. Un presidente “black”, in carica otto anni, non conta nulla fuori dall’immagine se gang e reparti speciali (le riot-squad) sbancano nei casermoni con linguaggi, usi e forme di prevaricazione, vessazione ed esclusione.

Al conservatorismo esasperato della tradizionale destra cristiana (circa un quinto dell’elettorato), si è aggiunto un crescente suprematismo bianco che, magari violento e minoritario, detta agenda, producendo un immaginario ben superiore alla sua stazza reale. Fa paura lo stallo economico, ma lì i singoli Stati si son saputi difendere dignitosamente. È il dato di sistema contraddittorio come pochi: la misconosciuta, quasi lunare, Pechino è l’azionista di maggioranza del debito pubblico americano. E un debitore malato non giova nemmeno al più forte dei creditori.

In politica estera, un tema che negli States ha meno aplomb di un tempo, il quadro è ancora più incerto. Non ci sono alleanze chiare, Trump ha deliberato nei fatti una sorta di tutti contro tutti a geometria variabile: amici e nemici lo si è lo spazio di un secondo (Russia, Iran, Turchia, Corea del Nord, persino Cina, che forse sul virus ha effettivamente detto e fatto per gli altri molto meno di quello che ha detto e fatto per sè).

L’impressione è che negli Usa sia all’ultimo stadio il crinale tra l’opinione liberal – mediamente più aperta, più istruita, multilaterale, sociale – e quella conservative, ma è una spaccatura strutturale che non si risolve più nella sola dicotomia tra repubblicani e democratici. Il loro così spesso elogiato pluralismo interno (liberismo ed ecologismo, proibizionismo e antiproibizionismo, laicismo e confessionismo, rappresentanza dei gruppi etnici e di quelli sociali) li ha paradossalmente spogliati di quel minimo di parole certe che è da sempre utile a lievitare piattaforme di coesione sociale. È stata una brutta campagna elettorale, ma sarebbe ancor più brutto doverla rimpiangere se le cose peggiorassero ancora da dopo il voto in avanti.

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