La Riva della Moka

“Il centravanti è stato assassinato verso sera”. Paolo Rossi: il calcio che non c’è più

Paolo Rossi è il simbolo di un'Italia e di un calcio, di un caldo rovente, di bombe in affitto e di chi tanto non segna ma tantissimo sogna.

*”Il centravanti è stato assassinato verso sera” è un romanzo di Manuel Vázquez Montalbán. E’ soltanto la citazione di un libro dove il protagonista è Pepe Carvalho.

C’è del vero negli elogi incondizionati che sul piano sportivo sta ricevendo Paolo Rossi. Il capocannoniere di Spagna ’82 e anche l’uomo immagine della Juventus metà anni Ottanta (quando il realizzatore e il fantasista coincidevano però nella figura di un certo Platini). Bello tuttavia soffermarsi anche sul Rossi “minore”, sul calciatore che ebbe pagine meno memorabili e più concrete, più in linea col football degli anni che visse. Alla fine dei Settanta era il genietto veloce sotto porta del Lanerossi Vicenza, una di quelle squadre di provincia, ben tipiche nel pallone dei suoi decenni migliori, che con un buon telaio e un bomber da doppia cifra potevano sognare l’assalto al cielo senza avere i miliardi in cassa. A fine carriera fu chiamato a rianimare esperienze spolpate dal tempo. Prima al Milan, ma era un Milan finito: la squadra della stella (del decimo scudetto) un lontano ricordo, sarebbero dovuti arrivare i fenomeni esteri e le forze fresche di produzione propria dell’era Berlusconi per issarsi ancora. E, per strano che sembri ricordarlo ora, quel primo super-Milan globale ebbe bisogno di una punta di provincia: quel Virdis snobbato in Nazionale e scaricato senza troppi rimpianti quando in via Turati arrivarono i fenomeni olandesi. 

Infine, Paolo Rossi chiuse baracca, trentunenne o poco meno, all’Hellas Verona, che appena due anni prima aveva vinto a sorpresa un campionato noioso, di pochi goal e molte emozioni di bottega, in faccia all’ultimo Torino davvero competitivo ai primissimi piani del calcio italiano. Ma il tempo nello sport è un assassino innocente: lascia i cadaveri dei sogni passati. E Verona aveva già avuto: al tricolore non s’avvicinerà mai più. Così diverso, quel Rossi di fine carriera, paciosa reliquia, dal funambolo freschissimo di neanche un decennio prima, quando nel 1978 argentino mise in pensione la generazione dei Bettega, più tecnica certo e nondimeno più legnosa e più lenta. Così simile invece al mito in affitto che, con la stessa maglia numero 20 delle magie spagnole, non vide mai il campo del Mondiale 1986: quello di Maradona, un altro cambio di generazione. Paolo Rossi deve la sua gloria imperitura ai diciotto mesi più strani della sua vita calcistica: torni da una squalifica, fai un mondiale da outsider cenerentolo, ti svegli sbandando con tre goal Sua Maestà il Brasile. Campione del mondo, campione del mondo, campione del mondo. Capocannoniere del mondiale, dieci mesi dopo capocannoniere della Coppa dei Campioni. Difficile alzarsi al mattino e pensare di fare qualcosa di più. Persino in quel calcio. Quell’Italia e quel calcio, di caldo rovente, di bombe in affitto, di chi tanto non segna ma tantissimo sogna. 

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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