Minamò

Togli Gliozzi e ti tirano le Petre

Al centro del discorso c'è Roberto Occhiuiuzzi. Stavolta non scala il Monte Bianco, ma è lungo l’ascesa dell’Everest nel mezzo di una bufera ed ha bisogno di rifornimenti.

Secondo una vecchia regola del giornalismo, gli articoli “contro” qualcuno devono iniziare con un ampio preambolo “a favore”. Per creare una sorta di effetto sorpresa. Per intenderci: è come quando incontrate un imbecille che comincia una frase con le parole “Io per carità non sono razzista, ma…” oppure “Niente contro i gay, anzi, ho tantissimi amici omosessuali, però…”.

In casi del genere, ricordatelo, vale sempre la regola di Willie Peyote.

Nel caso di questo pezzo, ovviamente, procederò al contrario. Primo: perché odio l’ipocrisia del ragionamento capzioso. Secondo: perché si parla del Cosenza. Terzo: perché, al centro del discorso, c’è Roberto Occhiuzzi.

Chi scrive, come ricorderete, quando la società decise di esonerare Piero Braglia, era molto contrario all’ipotesi che fosse proprio il Principe a prenderne il posto. E il motivo è presto detto. Sono nato nel 1982, cresciuto con il mito della squadra che riportò la città in serie B dopo venticinque anni. E, quando nel 2001, a prendere il posto di Bortolo Mutti fu chiamato il suo “secondo” dell’epoca, e cioè Gigi De Rosa, mi brillavano gli occhi: una bandiera in panchina – tra l’altro, in un periodo in cui la società non mostrava particolare rispetto per le bandiere.

Invece, andò malissimo. Forse De Rosa non era pronto per allenare in solitaria (e i tecnici sono gli uomini “soli al comando” per eccellenza). Forse la cadetteria non era il proscenio adatto al suo debutto. Forse la squadra non lo aiutò – e fece altrettanto con Mondonico, il suo prestigiosissimo successore, almeno da un certo punto in avanti. La carriera di De Rosa, che pure molti ritenevano predestinato alla panchina già da calciatore, finì di fatto con quella salvezza “conquistata” all’ultima giornata a Empoli.

Sappiamo invece che, con Roberto Occhiuzzi, è andata diversamente. Subentrato a Pillon, è riuscito in un’impresa incredibile. Vedendo oggi quanta fatica faccia il Cosenza a vincere una partita, mi domando ancora di più come sia stato possibile inanellare cinque successi di fila nelle ultime cinque giornate e salvarci la pelle. Mai il Cosenza aveva conquistato una promozione così rocambolesca, come quella di Braglia; mai i Lupi si erano salvati con così tanto onore nei campionati cadetti, come accaduto con il Principe nel luglio scorso.

Quello che pensavo all’epoca (e cioè quando la panchina di Braglia, un anno fa di questi tempi, scricchiolava già) era che uno come Occhiuzzi, per quello che aveva fatto e faceva per il Cosenza, per la preparazione che tutti gli riconoscevano, meritasse una chance vera, piena, autentica. E non di subentrare in corsa in una situazione come quella che si trovò a sbrogliare. Andò bene. Anzi, di lusso. Anche, e soprattutto, grazie alla bravura, alla lucidità e all’attaccamento ai colori del Principe. Pure con un pizzico di fortuna, ma quella, si sa, aiuta gli audaci.

Cosenza, da Bittante un indizio per il nuovo attaccante
Se c’è una foto che sintetizza la bravura, la lucidità e l’attaccamento ai colori di Occhiuzzi, e la fortuna in quella rincorsa salvezza, credo che sia questa.

Vorrei che, quando parliamo di questa stagione, ricordassimo tutto questo. E anche quello che segue. Il mercato estivo, per il quale il presidente Guarascio ha stanziato la mirabolante cifra di due milioni, ha portato il ds Trinchera a “ingaggiare” (parolone, visto che sono quasi tutti prestiti o formule alla un quarto di Zico e tre quarti di Edinho): un ottimo portiere, Falcone, al quale dobbiamo molti dei 14 punti racimolati finora; un discreto difensore (Ingrosso), che si sta alternando con Tiritiello assieme a Idda e Legittimo; un buon regista (Petrucci) e un esterno di prospettiva (Vera) altalenante ma valido. E poi, di fatto, basta.

Vorrei che ricordassimo che Idda e Corsi facevano parte di questa rosa già in serie C – e, con tutto l’affetto, conoscevamo già allora i loro limiti (ed entrambi, con grande abnegazione, li stanno superando anche in questa stagione).

Infine, vorrei che ricordassimo che oggi, al posto di Riviere e Asencio, ci sono Petre e Gliozzi. E siccome nessuno dei due sostituti, con tutto il rispetto possibile, è all’altezza dei due attaccanti della scorsa stagione (e tendenzialmente inferiore a qualsiasi altro reparto della serie B), qualsiasi soluzione tattica offensiva si risolve in un disperato surrogato.

E dunque, come cantava Antoine, qualunque cosa fai, sempre pietre in faccia prenderai.

Trovo dunque ingenerosi, irriconoscenti e fuori luogo tutti gli Occhiuzzi vattene che ho letto in giro, nel post partita di Cosenza-Pisa.

In compenso, qualche critica al Principe mi sento di muoverla. I nerazzurri di D’Angelo (organico comunque più solido del nostro) hanno fatto la partita quasi per novanta minuti. La loro occupazione della metà campo ha tagliato fuori qualsiasi rifornimento alla nostra trequarti – un po’ com’era accaduto con la Salernitana. Rispetto al match con i simpatici granata di Castori (che vedo destinati alla promozione) ci era andata meglio, perché il break stavolta lo avevamo trovato noi (e pure nel momento giusto). E sembrava persino una giornata fortunata, visto che dopo due pali e un rigore sbagliato credevo che l’avremmo fatta franca.

Anche stavolta, però, i Lupi (e il loro condottiero) hanno dimostrato di avere poca prontezza nel trovare un piano B (per dirla alla Conte). Nemmeno nella ripresa, infatti, il Cosenza è riuscito a prendere le misure agli avversari. Potevamo vincere, ma non l’avremmo meritato. E, a essere onesti, se gli ospiti avessero trovato l’1-2, ci sarebbe stato poco da recriminare.

Di Occhiuzzi continuano a convincermi poco le strategie nei cambi. Li trovo spesso troppo conservativi (o ostinati contro ogni evidenza, come nel caso del ripetuto ricorso alla Gaccia Charrua). Ci sono tuttavia tecnici molto più blasonati di lui che li sbagliano anche dopo vent’anni. E, siccome u pisci puzza d’a capu, non me la sento di dire che il Cosenza non vince perché Occhiuzzi sbaglia i cambi – perché la realtà è che non ha cambi risolutivi a disposizione (il Pisa, a gara in corso, ha buttato dentro Soddimo e Marconi: averceli).

Vorrei dunque che condividessimo due presupposti.

Il primo è che, se cinque mesi fa Roberto Occhiuzzi aveva da scalare il Monte Bianco (la salvezza all’ultimo minuto del 31 luglio), stavolta è lungo l’ascesa dell’Everest nel mezzo di una bufera. Non vorrei essere al suo posto, con zero vittorie in casa a uno sputo dalla fine del girone d’andata. E, dopo quattro mesi di campionato, mi sarei aspettato qualche soluzione in più – lo ricordavo qualche giorno fa: il Cosenza di Sonzogni/De Vecchi prime punte non ne aveva, ma trovò il modo di trasformare Tomaso Tatti nel bomber di cui aveva bisogno (e il Tamburino sardo, nel 1998/99, segnò la bellezza di 14 reti).

Nessun allenatore ha mai, fino in fondo, la squadra dei suoi sogni, ma trova il modo di fare di necessità virtù – e finora sono troppo poche le quadrature del cerchio che il Principe è stato in grado di trovare. Merita dunque di essere sereno, di sapere che l’ambiente è con lui. Ma deve fare presto.

Da tifoso mi sentirei meno di un occasionale se gli facessi mancare il mio incoraggiamento. E non in nome di una gratitudine per ciò che ha fatto, ma per la stima verso quello che so che può fare. Da giornalista invece non posso fare a meno di notare che, nella bufera e lungo l’ascesa dell’Everest, Roberto Occhiuzzi è senza rifornimenti. Al posto di foie gras e paella, e si ritrova con gli avanzi di una amarissima ciorba (a me quello che indispone di Petre, che vedo tecnicamente migliore di Gliozzi, è che non è mai, mai, mai in grado di prevedere una traiettoria di passaggio) (si chiama istinto, e chi non ce l’ha non può fare l’attaccante). 

Questi rifornimenti a Roberto Occhiuzzi devono arrivare a gennaio. E non il 31 sul gong del mercato, ma molto prima – possibilmente già all’Epifania. E abbondanti. E indiscutibilmente validi. Perché lasciare senza rifornimenti un uomo coraggioso, pieno di talento e innamorato di questi colori sarebbe una vigliaccata senza pari.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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