Minamò

Sei differenze (e un augurio)

Negli anni Ottanta si diceva spesso portiere e cannoniere mezza squadra. La dura legge del gol ci ricorda che, anche in un calcio molto diverso, in buona parte è ancora così.

Più o meno un anno fa, Cosenza-Empoli è stata l’ultima partita che ho visto al Marulla in mezzo ai tifosi. Ricordo che mi rimisi in viaggio verso la Toscana con l’insana convinzione che, grazie a qualche puntello, quella squadra avrebbe potuto addirittura disputare i playoff. Contro gli azzurri la squadra di Braglia aveva appena trovato la seconda vittoria consecutiva ed ero persuaso che, proprio come un anno prima con i successi con il Crotone e il Padova, i Lupi avessero trovato la quadra.

Quel Cosenza aveva 20 punti, e con quelli avrebbe chiuso poi il girone d’andata dopo la sconfitta di Castellammare di Stabia. Alle sue spalle aveva il Venezia (che poi avrebbe chiuso a ridosso dei playoff), Perugia e Pescara viaggiavano in zona promozione (e finirono, come sappiamo, a giocarsi i playout), ma soprattutto a sole quattro lunghezze da noi c’era lo Spezia (che oggi è in serie A con gli stessi punti del Torino).

La serie B è sempre stata un campionato imprevedibile. E lo sarà anche quest’anno. Dalla vittoria del Cosenza ad Ascoli sono trascorse poco più di due settimane. Eppure, nell’arco di cinque turni, è cambiato moltissimo. Con tre pareggi e due sconfitte, i rossoblù sono rimasti al palo o quasi. Solo la Reggiana (un punto) ha fatto peggio. L’Ascoli, dopo l’arrivo di Sottil, ha infilato due vittorie e un pari; la Virtus Entella addirittura nove punti in tre gare. Il risultato è una zona retrocessione molto compatta: in attesa del recupero della Reggiana, nel giro di sei punti troviamo otto formazioni.

E, dunque, ragionare sulle affinità e divergenze tra le squadre in lotta per non retrocedere non è più una formalità.

La prima differenza che salta agli occhi tra il Cosenza e queste altre sette squadre è che, al netto dei gol realizzati e subiti, solo Reggina, Reggiana ed Entella hanno una pericolosità offensiva inferiore alla nostra. Sto parlando dei cosiddetti “expected goals”. Sempre le statistiche dicono che soltanto Ascoli e Reggiana concedono più occasioni agli avversari (gli “expected goals against”). In entrambi i casi, tuttavia, non troppo distante dai rossoblù troverete anche la Salernitana. Che significa? Che si può arrivare al secondo posto in classifica creando pochissimo e subendo molto (come la squadra di Castori), ma avendo terminali come Tutino e Djuric che finalizzano in modo spietato e un portiere come Belec.

La seconda differenza tra il Cosenza e le altre formazioni in zona retrocessione è che quasi tutte le altre hanno un bomber – e questo, alla lunga, avrà il suo peso. Mazzocchi ha segnato da solo quasi la metà dei gol della Reggiana (6 su 15), mentre Mancosu (Virtus Entella), Ceter (Pescara) e Bajic (Ascoli) hanno messo a segno un terzo delle reti complessive delle rispettive formazioni. Un bomber, per ora, non ce l’ha nemmeno la Reggina: nonostante i nomi roboanti di Menez e Denis, il capocannoniere amaranto si chiama Daniele Liotti.

Negli anni Ottanta si diceva spesso portiere e cannoniere mezza squadra. La dura legge del gol ci ricorda che, anche in un calcio molto diverso, in buona parte è ancora così. E al Cosenza, come ho scritto più volte, santificati i guantoni di Falcone, il bomber manca come l’aria.

C’è una terza e una quarta differenza tra il Cosenza e le squadra tra il tredicesimo e l’ultimo posto in classifica. La terza è che il Cosenza (come Entella, Reggiana, Cremonese e Vicenza) non ha cambiato allenatore. La quarta è che, mentre nelle ultime cinque gare i rossoblù hanno smarrito consapevolezza (e così anche la Reggiana), altre sembrano averla trovata. Se c’era un vantaggio, che il Cosenza aveva (e ce l’aveva quella squadra che, dopo la seconda sosta, ha battuto Frosinone e Ascoli), era quello di possedere un’identità di gioco. Poteva sbagliare approccio, ma sapeva ritrovarsi. Subiva, ma riusciva a reagire. E, nonostante l’attacco spuntato, si rendeva pericoloso. Nelle ultime cinque partite i Lupi hanno tirato in porta 13 volte contro le 26 delle avversarie che affrontava.

C’è una quinta differenza da esaminare: gli scontri diretti. Se tra le attuali concorrenti per la salvezza il Cosenza ha battuto solo l’Ascoli, le altre formazioni hanno invece conquistato proprio lì la gran parte delle loro vittorie. Non è alla classifica avulsa che sto pensando, ma alla forza della squadra. Perché non è contro l’Empoli che mi aspettavo la prima vittoria casalinga, ma contro formazioni come la Reggiana. Oppure, a Vicenza, Pescara o Cremona, la terza esterna.

La sesta differenza è, forse, la più critica. Se ad Ascoli hanno cambiato tre allenatori in 17 giornate, dubito che siano rassegnati alla retrocessione. Alle spalle di Vicenza, Cremonese, Reggina ed Entella ci sono progetti imprenditoriali solidi – in alcuni casi anche molto più ambiziosi della semplice permanenza – e, in alcuni casi, sono stati fatti investimenti importanti. Dunque la lotta per evitare la serie C sarà vera. Non vedo un Trapani o un Livorno già spacciate, ma un gruppone di sette/otto squadre (ad oggi) più o meno livellate.

Siamo spacciati? No. Un anno fa con Braglia in panchina (e anche per colpe sue) c’era uno spogliatoio spaccato. Stavolta no. Occhiuzzi viene criticato per i troppi cambi di formazione (sedici su diciassette giornate), ma la verità è che le maggiori incertezze oggi le abbiamo su tre fronti: la coppia di mediani; gli esterni; il trio d’attacco. Sono i tre settori su cui sarà necessario intervenire nel mercato di gennaio. Presto. Aggiungerei un difensore centrale, perché le ripartenze basse hanno bisogno di un giocatore diverso da (o alternativo a) Idda. Se in estate la rosa è stata costruita per eccesso di scommesse, stavolta servono interventi chirurgici, elementi esperti – e sono purtroppo profili difficilmente reperibili a questo punto della stagione.

L’involuzione della squadra è evidente. Contro l’Empoli, dopo un discreto primo tempo, è bastato il vantaggio ospite perché si perdessero smalto e convinzione. Per questo servono calciatori “positivi”, sia per caratteristiche di gioco che caratteriali, che sappiano trasferire consapevolezza al resto della squadra. È chiaro tuttavia che, nella ressa dei giocatori in scadenza e dei prestiti, non si possano consumare rivoluzioni. Forse Petre e Bouah andranno via, ma Sacko e Ba pare siano destinati a rimanere. E non escludo che, con gli innesti mirati di cui sopra, alcuni elementi finora in ombra possano riprendersi.

Per cui, se Trinchera è davvero convinto di essere un buon ds (e per me, invece, i Tutino, Okereke e Riviere non bilanciano i troppi Monaco, Greco, Gliozzi), lo dimostri ora. E se Guarascio è convinto che all’ambiente serva “unità d’intenti”, faccia in modo di trovarne anzitutto una tra il suo portafogli e la “rosa” di questa squadra.

E infine, se Roberto Occhiuzzi è consapevole fino in fondo della sua bravura, inizi a pretendere un’asticella più alta da sé e da chi gli sta attorno (società e calciatori). Derubricare la sconfitta con l’Empoli a “figlia di errori arbitrali” fa torto al suo talento. Confina con l’aziendalismo. E l’unico “aziendalismo” possibile nel calcio, invece, è quello con i colori sociali. Quello con presidenti e direttori sportivi è perdente, perché entrambi fanno presto a cambiare cavallo su cui puntare. E, se davvero Occhiuzzi continua a essere soddisfatto dell’approccio in campo di questo Cosenza, il rischio che corre è di pagarne personalmente le conseguenze. Non glielo auguro. E non lo auguro nemmeno a noi.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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