Minamò

Giochi pericolosi (e trottolini amorosi)

Se oggi gli stadi fossero aperti, temo che il Marulla sarebbe mezzo vuoto. Pericoloso descrivere la piazza come pro e contro Guarascio

In attesa che la Cremonese scenda in campo, il girone d’andata della serie B si conclude con almeno un terzo delle squadre sotto quota 19, e cioè meno di un punto a partita. Non ho controllato gli annali, ma credo sia un record assoluto nei tornei con i 3 punti per vittoria. E, a occhio, ci descrive un campionato irreparabilmente diviso a metà (difficilmente assisteremo a una remuntada come quella dello Spezia, un anno fa).

Tra Reggina, Reggiana, Cosenza, Entella, Pescara e Ascoli, i Lupi sono la formazione che ha ottenuto meno vittorie (due, entrambe esterne), più pareggi (11) e meno sconfitte (6), fatto (13) e subìto (16, quasi quanto Empoli e Cittadella) meno reti.

Una fredda analisi di queste cifre ci porta a dire un paio di cose. La prima ce la ripetiamo spesso: quasi mai il Cosenza di questa stagione è stato inferiore all’avversario che aveva di fronte. Anche quando ha perso (fatta eccezione contro Empoli e Chievo) o pareggiato (tranne contro il Pisa). È un fattore che, spesso, io stesso tendo a sottovalutare. Aggiungo che, in cinque gare, il pareggio è arrivato in rimonta. Tre volte in prolungata inferiorità numerica.

L’ultima sabato. Quando i rossoblù di Occhiuzzi sono andati negli spogliatoi, chi scrive era convinto che saremmo andati incontro a una sconfitta netta. E, se è vero che il Cosenza deve ringraziare Falcone, anche i Ramarri debbono almeno una preghierina a Perisan (il colpo di reni sull’incornata di Bittante).

La seconda riflessione è speculare alla prima: solo contro Frosinone e Ascoli (le uniche due vittorie), il Cosenza è stato nettamente superiore al proprio avversario. Potrei aggiungere, forse, la sfida con la Cremonese. La terza considerazione è che, quando la squadra di Occhiuzzi è passata in vantaggio per prima (tranne contro il Pisa), ha sempre vinto. Contrariamente alla stagione scorsa con Braglia (pensiamo alle rimonte subite ad Ascoli e Trapani, come a quella sventata a Pisa dal rigore parato da Perina), il Cosenza ha portato a casa l’intera posta in palio quando è riuscito a colpire per primo.

Questo mi porta a riflettere sulle tre sostanziali differenze rispetto alla rosa di un anno fa: Riviere (e Asencio), Casasola e Monaco. Troppo spesso ci siamo concentrati sui primi, meno sugli ultimi. A Riviere arrivavano moltissimi palloni dalle corsie esterne, una soluzione di gioco a cui questo Cosenza ha quasi rinunciato (e, considerato il rendimento di Vera e Bittante, se ne comprende il motivo), per puntare invece a verticalizzazioni per vie centrali. Non credo che sia casuale. Ultimamente vedo che Occhiuzzi viene accusato di non tenere conto le caratteristiche dei proprio calciatori: io penso esattamente il contrario.

L’assenza di una prima punta killer e di un esterno molto tecnico hanno obbligato il Principe a rivedere (e molto) i propri principi di gioco. Io stesso, al termine dello 0-0 contro il Pordenone, mi sono chiesto perché il tecnico di Cetraro non abbia puntato su altre forze fresche (Sueva, Sacko, Bouah) e utilizzato solo tre cambi sui cinque a disposizione. E la risposta che mi sono dato è che così si comporta chi conosce bene le caratteristiche degli uomini che ha. Il Pordenone veniva da tre vittorie consecutive (due delle quali contro Salernitana e Venezia) e mi pare che nella ripresa non abbia mai sfondato, nonostante la superiorità numerica. Credo che Occhiuzzi abbia evitato di squilibrare una formazione già piuttosto rabberciata per le squalifiche. E, alla resa dei conti, ha fatto bene.

Senza per forza ricorrere alla retorica zen di Luciano Spalletti, la conclusione che ne traggo è che Occhiuzzi sta tirando fuori il sangue dalle rape (con tutto il rispetto per le rape, che amo moltissimo) (in cucina però, non nel calcio).

Per converso, passare da Monaco a Ingrosso (o Tiritiello) e avere in porta Falcone hanno reso la difesa più solida. Di fatto vulnerabile o su disattenzioni individuali (che, nei 90 minuti, possono capitare) o su ripartenze avversarie per vie centrali. Gli undici in campo spendono molte energie, provano a imporre il proprio gioco, ma finiscono per subire (molto, troppo) quello avversario. Di tutti i modi che conosco per centrare una salvezza, è uno dei più rischiosi. E infatti il ruolino di marcia recente del Cosenza, invece, è appena superiore a quello della Reggiana.

Un’occhiata al calendario ci permette di capire che ci sono due partite che i Lupi devono assolutamente provare a vincere da qui a fine febbraio. La seconda è il derby con la Reggina. La prima è la prossima. Tra le sei formazioni in coda, infatti, proprio l’Entella (quattro vittorie nelle ultime cinque gare) sembra aver ritrovato se stessa più delle altre. Servono dunque uomini in grado di aumentare la pericolosità offensiva, senza perdere la solidità del pacchetto arretrato. Bene Tremolada e Trotta, dunque, ma all’appello continuano a mancare un centrocampista, un difensore, un’altra punta e (complice l’infortunio di Bittante) un esterno. Sia messo agli atti che non rinuncerei a Carretta nemmeno sotto tortura.

Forse non vi interesserà granché ma, nell’estate del 1990, era possibile incrociare Amedeo Minghi tranquillamente seduto a un tavolo della pizzeria Il Ragno di Belvedere Marittimo. In suo onore, qualora Trotta superasse le 10 marcature, sono disposto a tatuarmi “trottolino amoroso” sull’avambraccio.

Insomma, io credo che un qualsiasi altro allenatore non avrebbe cavato molto di più da questa rosa rispetto ai 17 punti ottenuti finora. Anzi. E quindi sinceramente trasecolo davanti a chi ha storto il naso davanti alla civilissima contestazione che il gruppo Cosenza Vecchia ha organizzato nei confronti della gestione Guarascio. Se è stata interpretata come un invito alla presidenza a farsi da parte, allora forse dobbiamo prima metterci d’accordo una volta per tutte sul senso della parola “critica”.

Io credo che sia impossibile non riconoscere a questa dirigenza il merito di aver riportato in Serie B una società che, in cento anni di storia, tra i cadetti ha disputato ventidue campionati. E nemmeno quello di saper tenere i conti in ordine mentre persino all’Inter vengono liquidati a gennaio gli stipendi di ottobre.

Tutto bello? Evidentemente no. In queste tre stagioni di B, il Cosenza è stato più o meno stabilmente tra la zona retrocessione e i playout. Non è mai riuscito a valorizzare un giocatore di proprietà, né a trattenere quelli in prestito che più avevano spiccato. E nel mercato di gennaio ha sempre dovuto celebrare il fallimento di quello estivo, rimettendo mano a una rosa deficitaria per qualità o quantità. A casa mia tutto questo si chiama “scherzare col fuoco”. Se oggi gli stadi fossero aperti, temo che il Marulla sarebbe desolatamente mezzo vuoto. E, siccome (lo dico senza retorica) i presidenti sono azionisti transitori e i tifosi proprietari permanenti, credo che evidenziare tutti questi errori sia un atto di onestà doverosa.

Il gioco che, per interesse o inconsapevolezza, alcuni stanno portando avanti – descrivere una piazza divisa tra “guarasciani” e non – è un azzardo pericoloso. Per tutti. A Cosenza l’abbiamo già vissuto venticinque anni fa. E credo sia utile ricordare che quella storia finì molto, molto male.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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