Giustizia e Criminologia

Tik Tok e l’incapacità dei giovani di prevedere i pericoli letali

Senza dubbio Tik tok è il social con il più alto numero di utenti preadolescenti, ma bisogna essere consapevoli dei pericoli della rete.

A seguito della morte di una bambina di 10 anni avvenuta, secondo le prime ricostruzioni, a causa di una sfida su Tiktok, il Garante della privacy ha deciso il blocco immediato, per il social, dell’uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l’età anagrafica. Nello specifico, la bambina si sarebbe legata al collo un’estremità della cintura dell’accappatoio, e avrebbe avvolto l’altra attorno al portasciugamani per eseguire un video da postare sul social incriminato.

Il divieto imposto a TikTok sarà, per il momento, in vigore in Italia fino al 15 febbraio, data entro la quale il Garante si è riservato ulteriori valutazioni ed il provvedimento di blocco verrà portato all’attenzione dell’Autorità irlandese, dove ha sede principale il social.

Ovviamente sono state contemporaneamente avviate le indagini, allo stato contro ignoti, per istigazione al suicidioe per altre eventuali ipotesi accusatorie volte a capire in che misura la prova di resistenza chiamata “Blackout challenge”, sia collegata al decesso e, soprattutto, a stabilire a chi possa essere ricondotta la responsabilità.

Il portavoce di Tik Tok ha, del resto, dichiarato come il social utilizzi diversi strumenti per identificare e rimuovere ogni contenuto che possa violare le loro policy, affermando altresì come il dipartimento dedicato alla sicurezza non abbia riscontrato alcuna evidenza di contenuti che possano aver incoraggiato la morte della bambina, ribadendo di monitorare attentamente la piattaforma come parte dell’impegno di Tik Tok per mantenere la community al sicuro. 

C’è da dire che lo stesso Garante già nel marzo 2020 aveva contestato a Tik Tok una serie di violazioni riconducibili proprio alla scarsa attenzione mostrata nei confronti della tutela dei minori, partendo dalla semplicità con la quale è aggirabile il divieto, previsto dalla stessa piattaforma, di iscriversi per i minori sotto i 13 anni, fino ad arrivare alla poca trasparenza nelle informazioni rese agli utenti ed all’utilizzo di impostazioni predefinite che violano la riservatezza di tutti gli iscritti.

L’autorità italiana aveva poi messo in luce una ulteriore serie di criticità, evidenziando la necessità di creare un’apposita sezione dedicata ai più piccoli, scritta con un linguaggio più semplice e con meccanismi di alert che segnalino i rischi ai quali si espongono. Ma facciamo un ulteriore passo indietro.

Cos’è Tik Tok

Conosciuto in Cina come Douyin, TikTok, che oggi registra 2 miliardi di utenti a livello globale, è un social network lanciato nel settembre 2016col nome “musical.ly” attraverso cui gli utenti possono creare brevi clip musicalicon filtri ed effetti, della durata massima di 60 secondi ed eventualmente modificare la velocità di riproduzione.

Il social è popolarissimo tra i più giovani, e purtroppo anche tra bambini, tanto che il 2 luglio 2020 persino Anonymous aveva denunciato la pericolosità dell’app, identificandola come un vero e proprio malware controllato dal governo cinese, che agirebbe, secondo gli hacktivists, per eseguire uno spionaggio di massa.

Pur non essendo queste informazioni ancora verificate, è comunque un dato accertato che il 66% degli utenti ha meno di 30 anni, l’app è distribuita in 150 Paesi ed è tradotta in 75 lingue, così come è dimostrata l’affermazione di uno sviluppatore che, su Reddit, ha dichiarato di essere riuscito a violare le protezioni di Tik Tok, nonché di essere stato in grado di capire quale fosse il dispositivo su cui era installato, di leggere i dati di navigazione e di attivare il Gps ogni 30 secondi per tracciare gli spostamenti. Ancora, si è poi scoperto che nella versione beta di iOS 14 di Apple, TikTok accedeva segretamente agli appunti degli utenti.

I rischi connessi a TikTok hanno dunque dato corso ad una attività di valutazione nell’ambito del comitato che riunisce le Autorità garanti della privacy europee, proprio perché i tempi di conservazione dei datirisultano indefiniti rispetto agli scopi per i quali vengono raccolti e non sono indicate le modalità di anonimizzazione che il social afferma di applicare, né quelle del trasferimento dei dati nei Paesi extra Ue.

C’è da dire, però, che se Tiktok rappresenta un problema su cui intervenire, il social in questione non è certo la causa del male principale, bensì costituisce solo uno dei mezzi attraverso cui si diffondono numerose folli challenge in rete. Più che sfide, esse possono infatti essere definite fenomeni emulativi simili a riti di iniziazione, spesso incentivate da informazioni false e pericolosissime.

Si tratta in alcuni casi di video usati per dimostrare qualcosa a se stessi e agli altri in cui si richiede di superare i propri limiti sfidando la morte. Altri, invece, sono strategie usate per produrre emozioni in grado di rompere la ripetitività quotidiana. Questi “games” possono, inoltre, essere connessi all’abuso di sostanze stupefacenti che consentono di sperimentare l’illusoria convinzione di sapersi fermare prima di farsi del male, non sempre però riuscendoci.

Alcune challenge espongono a rischi medici (assunzione di saponi, medicinali, sostanze di uso comune come cannella, sale, bicarbonato), altre invece inducono a compiere azioni che possono produrre gravi ferimenti a sé o agli altri (selfie estremi, soffocamento autoindotto, sgambetti, salti su auto in corsa, distendersi sui binari).

Nel 2020 è diventato virale, ad esempio, un pericolosissimo gioco chiamato “Skullbreaker challenge” che vede la vittima al centro e altri due ragazzi ai lati che fingono di saltare per poi sgambettare quello collocato in mezzo, mentre un altro complice filma la scena. Nello stesso anno si è diffuso anche “Jonathan Galindo”, un mostro che spinge i giovani all’autolesionismo.

Senza dubbio Tik tok è il social con il più alto numero di utenti preadolescenti, ma non è l’unico che incentiva la propagazione di questo fenomeno, senza contare che questo periodo pandemico non ha certo aiutato a controllarne la diffusione, visto che in generale, tutti gli strumenti tecnologici sono stati sdoganati ed utilizzati ampiamente anche con meno controllo da parte degli adulti.

Allora, oltre ad intervenire per meglio regolamentare l’accesso a determinate piattaforme, si dovrebbe intanto: dialogare con i ragazzini mettendoli in guardia dalle così dette “sfide” che girano in rete, affinché abbiano ben chiari i rischi in cui incorrono, monitorare la navigazioneanche stabilendo un tempo massimo da trascorrere connessi ed eventualmente rivolgersi alla polizia postale.

Spesso del resto, è l’incapacità propria dei ragazzini di prevedere le conseguenze reali delle loro azioni a far valutare come innocui comportamenti invece letali . Il pericolo principale è, infatti, che a causa dell’incessante divulgazione mediatica di contenuti che esaltano la competitività e la scarsa cooperazione, non solo in rete, l’aggressività sia normalizzata.

Non a caso la partecipazione a queste challenge non avviene tanto per trasgressione, quanto piuttosto al fine di accrescere la propria autostima basata sul riconoscimento sociale e per rafforzare il proprio ruolo all’interno del gruppo dimostrando il proprio coraggio.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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