martedì,Febbraio 7 2023

Il fascino (in)discreto del servilismo patriarcale

Hanno fatto discutere, forse persino più del dovuto se intese in termini troppo riduttivi, le dichiarazioni del professor Gozzini dell’università di Siena contro Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Dai social agli editoriali su carta stampata, passando ovviamente per le trasmissioni televisive, tutti si sono schierati, facendo più cronaca che politica, secondo un tic di

Il fascino (in)discreto del servilismo patriarcale

Hanno fatto discutere, forse persino più del dovuto se intese in termini troppo riduttivi, le dichiarazioni del professor Gozzini dell’università di Siena contro Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Dai social agli editoriali su carta stampata, passando ovviamente per le trasmissioni televisive, tutti si sono schierati, facendo più cronaca che politica, secondo un tic di comunicazione che i nuovi media hanno aumentato, ma che esiste da tempo nell’opinione pubblica. Uno dei primi fenomeni di questa ansia da rincorsa al commento del fatto del giorno è stato il film di Mel Gibson, “The Passion“: tutti si trovarono così coinvolti nel voler dir la propria sul tema del momento che, al confronto, l’ansia cinefila per il bel Joker di Phoenix era roba da dilettanti.

Le opinioni in sostanza si sono divise in due prevedibili tronconi: chi ha visto in Gozzini la replica di un mondo intellettuale a parole forbito ed effettato che poi parla con ancora peggiore sbrigatività e laidezza del popolo al quale sarebbe avverso; chi ha visto in Giorgia Meloni non la persona offesa da una comunicazione sbagliata e spregiativa, ma la politica populista che si è vista restituire pan per focaccia anni e anni di frasi avventate sui migranti, sugli operatori sociali, sulle minoranze etniche e religiose, sulle politiche giovanili. Si tratta di due mezze verità che non arrivano a una cosa giusta.

Si è creata da tempo l’idea di una frattura tra le professioni intellettuali e le classi popolari, e quell’idea è molto più larga della vera frattura reale, anche perché i ruoli precari dei nuovi ceti di formazione sono a tutti gli effetti classe popolare: talvolta per origine, sempre per reddito, più spesso del previsto nelle rivendicazioni sociali minime. È vero tuttavia che ci siamo abituati a un modo di parlare dove l’insulto diventa azzeccato, rumoroso, in una nicchia di soggetti convertiti che già apprezzerebbero qualunque offesa rivolta a una controparte. Di questo calcolato dileggio, invero, è negli ultimi anni stata molto più esperta, peraltro, la destra che la sinistra, ma questo poco ancora vorrebbe dire.

Quella comunicazione è poi specificamente ordinata secondo argomenti tacitamente maschilisti o comunque avversativi della sessualità femminile: un’equazione linguistica che tradisce una rappresentazione culturale dove è radicata la pratica di sminuire la sensibilità e la condizione delle donne. Anche in questo caso, in modo del tutto trasversale, che implica il ricostruire la soggettività femminile come soggezione a un ordine ideologico del vivere, il cui immaginario è stato confezionato da tempo immemore da un potere quasi esclusivamente maschile.

Ciò chiarito, non è meno strano e indicativo di un altro pregiudizio sotterraneo che possa ergersi a vittima di bordate altrui un’esponente politica che del linguaggio intenzionalmente ruvido, istituzionalmente votato a sembrare anti-istituzionale, ha fatto un’arte. Nulla s’è detto quando quella parte politica ingaggiava battaglie verbali e simboliche (o non solo) contro specifiche persone fisiche e persino entità collettive astratte, fossero i rom, gli omosessuali e persino le donne vittime di violenza. La stessa leader politica ha citato – in modo invero inesatto – Brecht in un discorso in cui proponeva il suo partito (Fratelli d’Italia) come l’unico rimasto a fare opposizione nel Paese. Opposizione a che? A quel primo governo Conte che non passerà alla storia come il più benefico per le sorti dell’Italia, ma che in nome di concetti inafferrabili come sovranismo, interesse patrio e chissà che altro, vedeva costantemente FdI pronto a difenderne provvedimenti e azioni? Anche su questo episodio tanti a sinistra hanno forse preso lucciole per lanterne, lamentando che Brecht sia ormai appannaggio degli ultimi rappresentati dalla destra sociale. Mi piacerebbe fosse così. La verità è purtroppo ben diversa. Brecht, che pure resta uno dei drammaturghi più noti e amati in Europa a decenni dalla sua scomparsa, è letto da noi da pochissimi e l’immagine del sedersi dalla parte del torto non è più intesa come strumento di rivendicazione e di lotta, ma come frase per sentirsi anticonformisti solo quando non si ottiene ciò che si vuole. Il partito sedutosi in questo caso dalla “parte del torto” è del resto proficuamente “dalla ragione”, coi vincitori, in governi locali e regionali di coalizione con tutti gli alleati del governo nazionale, inclusi gli altri partiti della destra politica. Ritenerlo simbolo della rivolta è ben che vada un falso storico, più probabilmente una corbelleria. E non perché ci sia nulla di male nel governare o nel farsi eleggere in sé, ma perché se si fa quella scelta è difficile contemporaneamente volersi ergere a baluardi della contestazione disinteressata e verace.

Il vero dramma della questione è, insomma, più disastroso dei due protagonisti della querelle. E sono, ahinoi, due problemi in uno: convincersi che basti apostrofare per argomentare e che basti apparire per esistere.