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Ombre rosse, errori da matita blu sulla nostra memoria civile

Ombre Rosse: l'Italia e la sua classe politica hanno volutamente dimenticato gli anni '70 ammassando sullo stesso carro tutte le vittime e obliando le lotte sociali.

Curioso sollievo istituzionale per la retata francese “Ombre Rosse“, riguardante dieci terroristi italiani riparati da decenni tra Parigi e dintorni. L’aggettivo “curioso” ha un fondamento sostanziale, non ideologico. I rapporti giudiziari tra l’Italia e la Francia avrebbero davanti una vera e propria prateria di cooperazione investigativa. Basti considerare i latitanti delle organizzazioni mafiose italiane arrestati in Costa Azzurra negli ultimi due decenni. Pensiamo allo sfruttamento dell’immigrazione irregolare sul confine di terra tra i due Paesi, tra Mentone e Ventimiglia. Prendiamo in esame pure i rapporti non sempre adeguati intessuti dai due Stati rispetto alle primavere arabe e al loro seguito: la Francia attendista e magari opportunista in Libia; l’Italia che non é riuscita ad avere ancora risposte convincenti sull’omicidio di Giulio Regeni o sulla abnorme detenzione di Zaki.

L’attualità detta questi titoli; l’opinione pubblica italiana ha anzi una percezione enormemente inesatta degli anni di piombo. Ancora a un sondaggio di meno di due anni addietro, la maggior parte degli intervistati italiani addebitava la strage di Bologna alle Brigate Rosse (nonostante fosse notoriamente e giudiziariamente opera di pezzi della destra eversiva e degli apparati deviati) e considerava Piazza Fontana non l’inizio della strategia della tensione a Milano, con morti e feriti, bensì un bel monumento di Roma -magarì quello che Totò avrebbe voluto vendere agli americani. 

Lo diciamo a chiare lettere: l’Italia diffusa e in special modo la sua classe politica e la sua società civile hanno colpevolmente dimenticato gli anni Settanta. Hanno ammortato le ragioni e i torti, hanno martoriato le vittime ammassandole sullo stesso carro, hanno obliato totalmente le lotte sociali che domandavano a modo loro una spesa, una politica, una legislazione e una giurisdizione radicalmente nuove. Peccato grave. Alcuni di quei temi erano e restano attualissimi: la tardiva riscoperta della questione salariale nel PCI, le battaglie radical-socialiste per i diritti civili (divorzio, aborto, cure, depenalizzazioni), le tante domande dei movimenti di base (antinucleare, istruzione di massa, questione penitenziaria, ambiente e genere). 

Torniamo a “Ombre Rosse“, titolo che pare riferirsi alla minaccia imminente del terrorismo rosso, e invece ci sembra il retaggio nebuloso e ingrigito di un tempo sepolto prima d’esser morto.  Si tratta di dieci condannati, per reati politici e comuni, che circa quarantacinque anni addietro militarono tante sigle dell’extraparlamentarismo di sinistra (prevalentemente, ma non solo, delle Brigate Rosse). Come altri protagonisti e non protagonisti della lotta armata, tra la fine dei Settanta e l’alba degli Ottanta, ripararono in Francia. Il Presidente socialista Mitterrand stava coraggiosamente quanto ahilui vanamente cercando, come solo in parte provò a fare Craxi, di esercitare anche a livello simbolico e internazionale una controegemonia rispetto ai ruggenti Ottanta, liberisti in politica economica e securitari in politica del diritto, di Reagan e Thatcher, di Usa e Gran Bretagna. Coniò una strategia giudiziaria antiestradizionale; in Italia vigeva una bislacca giurisprudenza “inquirente”, modellata sul cd. Teorema Calogero prima e Caselli poi, che attribuiva delitti individualmente commessi a tutti i presunti dirigenti e promotori delle organizzazioni sovversive. Non potevano non sapere, anzi: non potevano non permettere e consentire, anzi: non potevano non decidere e deliberare. L’obiettivo era prosciugare l’oceano del disorganico radicalismo movimentista, autonomo e insubordinato a ogni costo, certi che presto i tempi avrebbero risucchiato anche l’acquario brigatista.

I tempi erano quelli: si cercavano confessioni, delazioni, si procedeva a tentoni, si usavano ancora gli schiavettoni. Mitterrand giganteggiava rispetto agli emuli italiani ed europei, nonostante quell’appeal discreto di vizi privati e pubbliche virtù. L’Italia approvava leggi di favore per il pentitismo. Prima Linea, rispetto ai numerosi tronconi in cui si erano sfarinate le BR, aveva tentato, in parte riuscendoci, una strada diversa: sciolta l’organizzazione, dichiarata la sconfitta, abiurata la lotta contro le istituzioni democratiche, avviò tramite la dissociazione un processo di decarcerizzazione di molta parte di quel “ceto politico rivoluzionario”. Fu (anche) una vittoria dello Stato: i promotori della dissociazione finirono nell’associazionismo, nella cooperazione, nel volontariato. Tutte quelle figure di privato sociale che esercitano fattualmente una funzione supplente rispetto alle pubbliche inadempienze. 

I transfughi parigini, come son stati chiamati, nei loro eremi sulla Senna non hanno scialato. Ci sono storie personali non tanto meno tristi di una detenzione: tumori avanzati, disagio psichiatrico, occupazioni saltuarie, sospensione dei diritti politici, famiglie disgregate. Una nemesi biologica e biografica del sangue versato. L’impero del male, se non sono stati ieri, meno ancora lo sono oggi. Non si stanno chiudendo pagine, non ci sono vittime che riacquisiscono alla vita salute e familiari, non é il colpo di scena e sipario su crimini individuali e collettivi di decenni e decenni addietro. É una storia che dal dimenticaio passa per direttissima al mattatoio, senza nemmeno una ovvia folla che guardi o plauda alle gesta del boia. Possiamo anche credere di aver catturato finalmente ombre lunghe. Se lo abbiam fatto forse é perché noi pure ci rassegniamo a esser poc’altro che fantasmi di corta memoria. 

Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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