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Chi ha tradito il giudice Antonino Scopelliti? «Un massone»

Il giudice Antonino Scopelliti fu ucciso nel 1991 a Campo Calabro. Maurizio Avola, killer di Cosa Nostra, confessa: «Siamo stati solo noi».

Chi ha tradito il giudice Antonino Scopelliti? «Un massone»

Il teorema secondo cui Cosa Nostra e la ‘ndrangheta avessero deciso di compiere attentati insieme contro lo Stato viene, in qualche modo, smentito dal killer catanese, Maurizio Avola. Lo spietato omicida, un tempo “soldato” della cosca Santapaola, che prese il sopravvento nella provincia di Catania dopo l’assassinio di Peppino Calderone, è il principale protagonista del nuovo libro di Michele Santoro, “Nient’altro che la verità” (edito Marsilio “Specchi”), uscito giovedì mattina in tutte le librerie italiane.

Michele Santoro, giornalista e scrittore, ha presentato il personaggio di Maurizio Avola nel corso di una puntata speciale andata in onda mercoledì sera su La7, condotta dal direttore Enrico Mentana. Tra gli ospiti, la figlia del giudice Paolo Borsellino, Fiammetta, e il giornalista Andrea Purgatori. Santoro, parlando di Avola, ha spiegato di aver avuto titubanze nell’incontrarlo, ma ha raccolto una testimonianza inedita sia sull’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, ucciso a Campo Calabro, sia sulla strage di via D’Amelio. Insomma, Michele Santoro ha fatto il giornalista. Si è posto delle domande, le cui risposte hanno (forse) sgretolato le sue certezze.

L’omicidio del giudice Antonino Scopelliti

Maurizio Avola è un collaboratore di giustizia. I suoi racconti sembrano smentire anni di ricostruzioni investigative che vanno in un’unica direzione. Non parla mai male di Totò Riina, e racconta quale fosse il progetto del Capo dei capi. Per “u zu’ totò”, la Sicilia era più importante dell’Italia e dello Stato stesso. Un concetto condiviso da ogni componente di Cosa Nostra, e in particolare, dal super latitante Matteo Messina Denaro, che Avola menziona nella fase preparatoria e materiale dell’assassinio del giudice calabrese.

E’ il 9 agosto del 1991, quando il commando di fuoco entra in azione e trucida colui il quale avrebbe potuto giudicare “Cosa Nostra”, nel processo di terzo grado davanti alla Corte di Cassazione. Si trattava del “maxi-processo”, che in appello aveva visto ridotte le condanne all’ergastolo (da 19 a 12), motivo per il quale i corleonesi si auguravano di “aggiustare” quella sentenza. Ma così non fu. Perché, quindi, viene ucciso il giudice Antonino Scopelliti? E chi lo tradì? Avola risponde. Santoro lo ascolta ed è sorpreso.

Il racconto di Avola sul giudice Antonino Scopelliti

«Il capo militare della missione in Calabria è Aldo Ercolano. La base dell’operazione è a Messina» e aggiunge come «i catanesi trovano pronte “tutte cose” per la spedizione in Calabria» in un garage «tra cui un fucile da caccia abbastanza piccolo e particolare». «Io sparo con la pistola e mi sentirei strano a fare il killer con un coso così». Avola conosce, scrive Santoro, «la storia di quel fucile», che dovrà essere lasciata nell’auto del giudice «come firma dell’omicidio per sancire l’alleanza indissolubile con i corleonesi», perché «non ci devono essere dubbi sulla matrice dell’attentato e il messaggio a Falcone deve arrivare forte e chiaro».

«Matteo Messina Denaro ed Eugenio Galea, il vicerappresentante della famiglia Santapaola che tiene i rapporti con le altre province, ci raggiungono che siamo già in movimento. Quando sbarchiamo a Reggio Calabria si allontanano per incontrare chi gli deve fornire le informazioni fondamentali. In pieno agosto può essere un conoscente che sta facendo le vacanze vicino a Scopelliti». Ma «Galea non si recherà sul luogo dell’appartamento e aspetterà poco distante. Messina Denaro è quindi l’unico a conoscere l’esatta identità di questo informatore». Ma il boss di Trapani è latitante da quasi 30 anni.

Il massone

«Noi dovevamo sapere con precisione quando il giudice lascia il luogo della villeggiatura per andare a casa e quale delle sue macchine avrebbe usato. E’ importante perché non lo conosciamo di persona. Io sono alla guida della moto», una “Honda 1200” di cilindrata, «e, con un auricolare al casco, sono collegato con Marcello, che ci segue in macchina a distanza». E qui inizia il vero raccolto dell’omicidio, quando la Bmw di Scopelliti sorpassa Avola. «Durante la manovra sto ben attento a non superare. Nello specchietto il dottor Scopelliti incrocia il mio sguardo. E’ un attimo: Enzo Santapaola punta il fucile e spara due volte, poi scarrella e spara ancora» racconta il killer siciliano. «Vedo la testa che si abbassa sul volante; l’auto ha un’improvvisa accelerazione e finisce fuori strada».

Secondo quanto scrive Santoro, sentendo ciò che dice Avola, sul luogo del delitto arriva anche Matteo Messina Denaro. Il giornalista, riportando la sua dichiarazione, scrive: “Avola esclude qualsiasi altra presenza: a uccidere il giudice Scopelliti sono stati Matteo Messina Denaro e i catanesi, nessun altro. L’esecuzione è avvenuta senza il supporto di criminali locali e, men che meno, della ‘ndrangheta”. Prosegue Avola: «A fare la spia con Matteo è stato sicuramente uno delle istituzioni, un massone, uno dei tanti massoni calabresi con cui Matteo stava in contatto. Una persona importante». Sul caso, lo ricordiamo, indaga la Dda di Reggio Calabria che, grazie alle dichiarazioni di Avola, ha ritrovato il fucile in una campagna di Catania. Sull’arma sono in corso verifiche tecniche per chiarire se abbia davvero ucciso il giudice Scopelliti.

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Matteo Messina Denaro, super boss di Cosa Nostra

Totò Riina

Santoro, rimanendo sull’omicidio del giudice Scopelliti, chiede ad Avola come si sentisse dopo l’agguato. «Importante e orgoglioso. Non era il nostro territorio e lo abbiamo fatto lo stesso, siamo imbattibili, nessuno ci può fermare. Che è stata Cosa Nostra, che siamo stati noi, non si deve sapere. Riina non vuole. E’ un messaggio diretto a una sola persona e a me risulta che Giovanni Falcone ne capisce subito il significato». Avola, infine, svela i propositi di sangue contro Pippo Baudo che aveva osato criticare Cosa Nostra, rivelando inoltre che in via d’Amelio non c’era alcun membro dei servizi segreti. «”Tu e Aldo Ercolano a Capaci e a via D’Amelio non fate niente”» chiede Santoro. E Avola lo gela. «Siamo stati noi a procurare parte del materiale necessario. Per Capaci e per Borsellino».

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