martedì,Febbraio 7 2023

Mafia, corruzione e corvi: così la magistratura perde credibilità

Nuovi scandali travolgono la magistratura italiana. L'ultimo caso è quello dei "corvi" al Csm. E la procura di Salerno indaga su più fronti.

Mafia, corruzione e corvi: così la magistratura perde credibilità

La magistratura italiana, ogni mese che passa, viene travolta da nuovi scandali. L’ultimo è quello che coinvolge (ancora una volta) il Consiglio Superiore della Magistratura, dove alcuni “corvi” hanno fatto recapitare prima a Piercamillo Davigo (2020) e oggi ad Antonino Di Matteo (2021), un plico contenente verbali di interrogatorio non firmati resi dall’avvocato siciliano, Piero Amara – definito il “Buscetta” dei colletti bianchi, già coinvolto nell’inchiesta contro Luca Palamara – alla procura di Milano.

A rendere pubblico quanto successo è stato l’ex pm antimafia, Di Matteo, che nel corso dell’ultimo Plenum, ha dichiarato di aver ricevuto questo pacco contenente dichiarazioni che calunnierebbero uno o più consiglieri del Consiglio Superiore della Magistratura, tra cui Sebastiano Ardita. Parliamo di accuse sulle quali starebbero indagando tre procure. Quella di Milano, quella di Roma e infine quella di Perugia. Secondo Amara, sarebbe stata creata un’associazione segreta, denominata “Ungheria”, nella quale ci sarebbero magistrati, forze dell’ordine, imprenditori e professionisti.

La posizione di Giovanni Salvi

Sul punto, ieri, è intervenuto il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Giovanni Salvi. «Né io né il mio ufficio abbiamo mai avuto conoscenza della disponibilità da parte del Consigliere Davigo o di altri di copie di verbali di interrogatorio resi da Piero Amara alla Procura di Milano – si legge in una nota – Di ciò ho appreso solo a seguito delle indagini delle Procure interessate e della conseguente perquisizione nell’ufficio di una funzionaria amministrativa. Si tratta di per sé di una grave violazione dei doveri del magistrato, ancor più grave se la diffusione anonima dei verbali fosse da ascriversi alla medesima provenienza. Non appena pervenuti gli atti necessari da parte delle Procure competenti, la Procura generale valuterà le iniziative disciplinari conseguenti alla violazione del segreto, per la parte di sua spettanza».

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Prima e dopo il “Palamara-gate”

Dal “Palamara-gate” in poi, tuttavia, la magistratura non ha passato notti tranquille. Ma è anche vero che prima delle indagini sull’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, altri giudici erano stati al centro di procedimenti penali con accuse gravissime. Basti pensare al magistrato Marco Petrini, condannato in primo grado dal tribunale di Salerno per corruzione in atti giudiziari.

Senza dimenticare, inoltre, i casi giudiziari dell’ex procuratore capo di Castrovillari, Eugenio Facciolla, rinviato a giudizio per corruzione e falso, e dell’ex procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Vincenzo Luberto, responsabile – secondo la procura di Salerno – dei reati di corruzione, falso, omissioni d’atti d’ufficio, favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio. O come la storia giudiziaria che vede coinvolto il magistrato campano, Guglielmo Avolio, di recente dimessosi dall’incarico di presidente del tribunale di Trento, per via dei suoi rapporti con un imprenditore in “odor di ‘ndrangheta”. Non ultimo, infine, il caso del gip di Bari, Giuseppe De Benedictis, arrestato per aver favorito alcuni pregiudicati pugliesi.

Cosa succederà

Sembra fin troppo scontato che nuove inchieste travolgeranno esponenti della magistratura italiana nei prossimi mesi. Lo dicono i fatti che mettono in luce i lati oscuri di alcuni appartamenti al potere giudiziario. Di questo se ne sta occupando soprattutto la procura di Salerno che negli ultimi 10 anni ha avuto molto lavoro da svolgere in direzione Catanzaro, Distretto giudiziario s’intende. In tal senso, non si possono non ricordare le vicende giudiziarie che avevano coinvolto alcuni magistrati nelle inchieste contro il clan Mancuso di Limbadi, che a livello penale sono state archiviate, ma che dal punto di vista disciplinare hanno avuto conseguenze notevoli. Uno dei togati coinvolti, Giampaolo Boninsegna, attuale giudice presso il tribunale di Firenze, di recente è stato bocciato dalla quarta commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, che doveva valutare il quarto livello di professionalità.

La procura di Salerno, attualmente diretta dal procuratore capo Giuseppe Borrelli, avrebbe una mole di lavoro così imponente tanto quanto le questioni territoriali che interessano le indagini sulla criminalità organizzata locale. Dai faldoni di “Rinascita Scott“, infatti, sarebbero nati nuovi fascicoli a carico di magistrati e avvocati calabresi. A ciò si aggiungono le dichiarazioni dell’avvocato Francesco Saraco, imputato nel processo “Genesi“, che sarebbero al vaglio dei magistrati salernitani. Accuse che riguarderebbero altri ambiti della magistratura del Distretto giudiziario di Catanzaro, tutti legati alla fase giudicante. E tante altre indagini potrebbero partire alla luce di uno o più pentimenti in corso.

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Uno dei valori più importanti del magistrato è la sua imparzialità, ovvero il modo in cui giudica i fatti che vengono sottoposti alla sua attenzione. 

La credibilità

Uno dei valori più importanti del magistrato è la sua imparzialità, ovvero il modo in cui giudica i fatti che vengono sottoposti alla sua attenzione. Che si tratti di un processo per il furto di galline o dell’incompatibilità ambientale e funzionale di un giudice nel Distretto giudiziario di competenza poco cambia. In entrambi i casi, infatti, i principi di legittimità devono essere applicati allo stesso modo. Così non è stato nell’ultimo periodo. Lo sanno bene al Consiglio Superiore della Magistratura, dove le fratture sono state evidenti quando i consiglieri hanno trattato i primi casi legati al “Palamara-gate”. A pagarne le conseguenze, al momento, sembra essere stato solo il magistrato Valerio Fracassi, la cui pratica è tornata in prima commissione, dopo che il Plenum ha rigettato la richiesta di archiviazione della pratica.

Emblematiche nel corso di quella seduta le parole del consigliere togato, Giuseppe Cascini che, al termine del giudizio espresso da parte del Plenum sull’attuale procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ha sollevato una questione molto importante: il concetto di credibilità. Credibilità, purtroppo, che la magistratura italiana ha perso da tempo. E l’unico modo per riconquistarla è fare piazza pulita. A cominciare dal gradino più alto per finire all’ultima ruota del carro. L’associazione nazionale magistrati dovrebbe farsi carico di questo cambiamento se vuole riscattare una professione che, agli occhi dei cittadini, deve rimanere sempre limpida e trasparente.