Minamò

Tutto su mia madre (e il mercato)

Quando penso a mia madre, scomparsa ormai dodici anni fa, a volte mi accorgo che faccio fatica a ricordare che voce avesse. Dopo un po’ di tempo, con le persone che se ne vanno, succede. Dimentichi certi particolari del viso, l’odore che avevano. Tutte cose che la realtà ha il potere di riportarti indietro senza preavviso. Nella fantasia a fiori di un vestito, nella risata di una figlia, in quel eh, eh, eh polemico con cui mi ritrovo a chiudere una discussione come faceva lei. Oppure, incredibilmente, nel mercato del Cosenza.

Mia madre, infatti, aveva una caratteristica tipica della sua generazione. Nata nel 1945, quindi cresciuta in pieno dopoguerra, anni di faticoso ricostruire e, in certa provincia calabrese, spesso di fame. Era la terza di quattro fratelli. E forse anche per questo, cioè per la necessità di ritagliarsi uno spazio tra i bisogni degli altri, era un’imbattibile negoziatrice.

Quando c’era da comprare vestiti e scarpe per me, di solito si andava ai saldi da Alfieri in piazza Autolinee, quello che aveva l’insegna della ruota luminosa (che fosse una ruota l’ho capito a vent’anni). La scena che si svolgeva era sempre la stessa. Il signor Alfieri sosteneva di praticare sconti mirabolanti, questo costa 195mila lire, ma io glielo faccio 79mila, e la quasi totalità dei clienti comprava a bocca chiusa, prima di essere inseguita dall’eco dei suoi grazie fino a piazza Fera. Mia madre no. Mia madre negoziava. Sessantamila, proferiva serissima, non una lira di più.

A quel punto cominciava la battaglia. Alfieri considerava la cifra proposta da mamma offensiva e la prendeva quasi sul personale. Mia madre considerava offensive le diciannovemila lire di troppo. Finché dopo mezz’ora di stremante negoziazione o cedeva di schianto lui (e allora Alfieri la salutava con ccà un ci viniti cchiù, signò) o mollava lei (e allora si metteva la borsetta sottobraccio con uno scatto nervoso e diceva cca a mia un mi ci viditi cchiù). Ovviamente nessuno dei due manteneva la promessa e tutto ricominciava ogni volta ai saldi successivi.

Dimenticavo: mia madre era nata a Parenti. Luogo sul quale un vecchio zio aveva persino coniato i seguenti versi: O tu Parenti infame come un signor ridente, ovunque spira il vento, puzza di merda io sento. Per dire.

A prima vista mia madre era ispirata dal più tirchio dei risparmia e cumparisci. In realtà lei conosceva il valore delle cose. Quando io entro in un negozio e desidero qualcosa, faccio molta fatica a fare lo stesso. A lei invece riusciva un’operazione di distacco: conosceva il valore reale della cosa desiderata. Al tavolo con Vrenna, se mia madre avesse voluto comprare Riviere, si sarebbe seduta sapendo che riportare il francese a Cosenza avrebbe fatto forte questa squadra e felici i tifosi, dopo una stagione indecorosa e un’estate tribolata, ma pure quale fosse il valore reale dell’attaccante. Magari l’avrebbe preso a sessantamila e avrebbe fatto un affare, oppure si sarebbe accontentata di vedermi felice spendendone diciannovemila in più. Ma, quel ch’è certo, è che in un modo o nell’altro l’avrebbe portato in riva al Crati.

Mia madre non si sarebbe mai presentata allo Sheraton di Milano con il portafogli vuoto. Oppure pieno all’ingresso come all’uscita, perché quando qualcosa costa zero il più delle volte zero è il suo valore reale. E il Cosenza, in questo mercato, non ha speso un euro in cartellini.

Magari ha fatto degli affari (Vaisanen e Rigione, Panico, Venturi e l’ultimo arrivato Pandolfi), ma, se una settimana fa confidavo in Goretti e nella linea verde per questo organico, oggi mi riservo di dire che nella rosa i giovani sono troppi. Penso al Cosenza di Reja che sì aveva Biagioni, Di Cintio, Tramezzani, ma pure Marulla, Marino e Storgato: cioè gente che, allenamento dopo allenamento, era in grado di farli crescere quei giovani. E gente così in questo Cosenza non ce n’è.

Mi piace invece il pacchetto di mediana, perché lì, tra Carraro e Palmiero, ma anche Gerbo, c’è la sostanza che è mancata negli ultimi due anni. Confido in Anderson a destra e in Bittante a sinistra sulle fasce, ma le seconde linee mi paiono un po’ leggere. In difesa, dove male non siamo messi (soprattutto con l’arrivo di Vigorito in porta, se è sempre quello di due anni fa), un elemento con esperienza più robusta di Pirrello avrebbe fatto più comodo. Se non altro avrebbe facilitato il lavoro di Zaffaroni, che già di complicazioni ne ha più del San Sebastiano di Mantegna.

Il grosso punto interrogativo è in attacco. Qui torno a mia madre per dire che il punto non era Riviere a tutti i costi: solo gli stupidi si incatenano a un obiettivo solo nel calciomercato (come nella vita). Il punto era: ho fatto la difesa con gli svincolati, il centrocampo e le fasce con i prestiti; siccome incasso otto milioni di contributi da Lega e Sky, e siccome ho ancora i soldi di Baez e Falcone in cassa, garantisco al ds almeno un milione per formare una coppia d’attacco che mi garantisca la doppia cifra. Dopo Gori, su cui ho già scritto, arriva Millico (in prestito) dal Torino. Un giocatore sul quale mezza serie B avrebbe fatto carte false uno o due anni fa e che, però, è reduce da stagioni funestate da infortuni e senza squilli. Kristoffersen è un’altra incognita, Pandolfi una scommessa e, considerata la presenza di Caso, è lecito chiedersi perché Sueva non sia stato ceduto in prestito in serie C a fare il pieno di autostima. In due parole, my two cents, il mio voto al mercato è 5. Spero ovviamente che la realtà mi faccia ricredere.
Intendiamoci: a me le scommesse piacciono e quelle sui calciatori giovani, l’ho scritto più volte, in modo particolare. Quello che non mi piace è l’azzardo. La scommessa è un’altra cosa. Quando trattava con Alfieri, mia madre scommetteva sul fatto che prima o poi il negoziante avrebbe ceduto, conoscendo anche lui il valore reale di ciò che vendeva. Non avrebbe mai azzardato diecimila per una cosa che valeva sette volte di più.

E il punto dev’essere questo, infatti. Guarascio non conosce il valore reale di ciò che ha in mano. Azzarda una cifra, sempre più bassa, ogni anno e costringe il ds a fare miracoli (stavolta, va detto, Goretti si è sbattuto molto più del Trinchera 2020) (cioè, a occhio, Gori e Millico mi sembrano meglio di Petre e Gliozzi) (e non ci voleva molto, avete ragione voi). Il suo core business è un altro e l’appalto per i rifiuti scade infatti a breve: quello è l’unico valore reale che riconosce. Il resto fa volume. Con buona pace di mamma.

Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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