Minamò

Ard(ec)ore

Buono l'esordio casalingo. Due settimane fa avrei firmato per giocare il playout, oggi no. È c'è una parola chiave nello "Zaffaroni pensiero"...

Lo hanno notato in tanti, e dunque mi metterò disciplinatamente in fila, ma c’è stata una parola su tutte, tra quelle pronunciate da mister Zaffaroni alla vigilia della sfida col Vicenza, che mi aveva colpito. E quella parola era “ardore”: su tutto il tecnico lombardo si era detto disposto ad accettare imperfezioni da parte dei suoi nel debutto casalingo, fuorché su quello.

Ci ripensavo domenica, dopo la prima vittoria stagionale del Cosenza, mentre mi trovavo a Roma – e finalmente, dopo mesi, il rosso e il blu tornavano a dare soddisfazione a me e ai miei amici. E proprio a Roma, parecchi anni fa, feci la conoscenza con una band (che avrebbe meritato molta, molta più fortuna) che si chiamava Ardecore, gioco di parole tra un genere musicale (l’hardcore, praticato in origine dai vari componenti, da Geoff Farina dei Karate agli Zu) e la tradizione romanesca, di cui ripescavano vecchi brani (da Barcarolo romano Lupo de fiume).

Il pezzo è stato reso famoso soprattutto da Claudio Villa e Lando Fiorini. È una storia dolorosissima, in cui il fiume traditore si porta via un padre coraggioso e un figlio troppo piccolo.

Penso che ardore sia una parola bellissima. Non solo perché mi riporta col pensiero agli arditi che furono tra i primi oppositori del fascismo, ma soprattutto perché indica un sentimento preciso e fortissimo: il desiderio vivo, l’impegno alacre, l’impeto. Gli stessi che animano Lupo de fiume, insomma, nonostante l’epilogo tragico di quella storia.

Per il Cosenza centrare un successo dopo tre sconfitte tra Coppa Italia e campionato, la bellezza di dieci gol subiti e uno solo all’attivo, era vitale. Serviva anzitutto a dare corpo e sostanza a un’altra frase di Zaffaroni, il nostro campionato comincia col Vicenza. Un altro passo falso, mezzo o intero, avrebbe alimentato mostri o, perlomeno, eroso convinzione.

È vero che la squadra di Di Carlo è apparsa piuttosto inconsistente, ma le griglie di partenza della B la indicano ancora come possibile rivelazione del torneo, forte di un mercato che ha portato in Veneto gente come Proia e Diaw. È vero pure che la sosta di due settimane può aver livellato, nel breve, certi valori. Ma quel che è sicuro è che il Cosenza visto al Marulla aveva ardore. E non solo quello. Aveva idee tattiche, individualità e ha avuto l’esperienza di non cedere alla paura quando, con un rigore piuttosto generoso (se quello con cui Pandolfi si scherma il viso è un tocco “volontario” in posizione “innaturale”, io sono Carl Bernstein), il Vicenza ha accorciato le distanze.

L’ardore non basterà da solo a centrare la salvezza, ma permette a gente valida e affamata di ottenere i risultati che si è prefissa. Il Cosenza dello scorso campionato ne era drammaticamente a corto e sappiamo bene com’è finita. Va detto anche che, a volte, l’eccesso di ardore nei guai aiuta proprio a cacciarvisi dentro a piè pari. Tuttavia, se quindici giorni fa mi avessero proposto di mettere la firma sui playout, avrei detto sì. Oggi no. Oggi dico che questa squadra la salvezza, anche faticosamente, potrebbe centrarla.

Scrivo faticosamente perché credo anche che formazioni come la Ternana, partita col piede sbagliato, si ritroveranno al massimo entro ottobre. Così Lecce (un calorosissimo buona pesca al ds Trinchera) e Crotone, e già vedete che in classifica il plotone oggi alle nostre spalle si assottiglia. È partito malissimo il Pordenone (zero gol fatti dopo tre giornate è un bel campanello d’allarme), mentre tra le neopromosse Como e Alessandria (occhio a Corazza) per ora hanno raccolto molto poco. Sulle tre in vetta, il Cosenza ne ha già affrontato due: Brescia e Ascoli. I primi mi paiono ben lanciati, mentre ai piceni forse sta solo girando tutto nel verso giusto (e chissà che le prossime sfide con Benevento e proprio coi lombardi possano rivelare il loro vero volto).

Tra la sconfitta di Brescia e la vittoria col Vicenza, Zaffaroni ha modificato cinque pedine di partenza. La più importante è sicuramente il ritorno del Professore: la presenza di Palmiero, assieme a Carraro in mediana, ha garantito idee e geometrie che mancavano da troppo tempo (e che in un 3-5-2 sono imprescindibili). Sulle corsie esterne mi è piaciuto molto Situm. Da rivedere Sy, anche se è probabile che, con l’ingresso di Anderson, il croato torni all’ala sinistra.

La grande incognita era la coppia Gori-Caso, ma qualche amico mi aveva segnalato la buona intesa tra i due ai tempi dell’Arezzo. La si è vista anche al Marulla e qui, va detto, bene ha fatto Goretti a semplificare il quadro portando una coppia d’attacco (come quella Rigione-Vaisanen in difesa) che partiva da una reciproca conoscenza di base.

Qui, però, mi fermo. Potrei aggiungere che Caso mi ha ricordato il primo Biagioni e che anche Pandolfi sembra avere buoni numeri, ma fate finta che non l’abbia nemmeno scritto, perché c’è sempre una parte di me che continua a vedere in campo Idda e Monaco al posto di Rigione. La storia di Lupo de fiume (e, ahimè, anche quella degli arditi) ci insegna infatti che spesso l’ardore non basta. Che, oltre l’ardore che evidentemente è riuscito a trasmettere, Zaffaroni deve continuare a costruire mattone su mattone un progetto tattico in una B molto competitiva. Il calendario adesso è stato piuma (con due settimane di sosta), ma sarà presto un po’ fero con la trasferta di Perugia e il derby col Crotone. Per ora il silenzio operoso, le idee tattiche e le scelte lessicali di Zaffaroni mi sembrano già un bel passo avanti rispetto al passato recente.

Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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