domenica,Maggio 22 2022

L’Antimafia come soggetto elettorale

Che la lotta alla mafia non abbia perciò il pallino delle preferenze nella campagna elettorale per le regionali e, a gradi diversi, per le differenti competizioni comunali stupisce poco.

L’Antimafia come soggetto elettorale

Molte volte si dice che l’impegno contro la criminalità organizzata debba essere valore comune e però tutte quelle volte si finisce per fare e rappresentare esattamente il contrario, credendo cioè che la propria porzione di impegno contro le mafie debba per forza essere quella preferibile, più pura e adeguata.

In campagna elettorale alcuni temi sembrano decisamente out, se ne parla in forma generica, cercando petizioni di principio vaghe, più che addentellati concreti per impostare una discontinuità sostanziale. Si può affermarlo non certo con intento sacrilego, ma con lucidità e amarezza: la narrazione dell’antimafia nell’Italia meridionale è stata troppe volte degradata a mascherina dell’obbligo civile, a evenienza cui tributare una citazione sgradita ben più che un progetto sociale, culturale, calato concretamente nel vissuto delle persone. Che la lotta alla mafia non abbia perciò il pallino delle preferenze nella campagna elettorale per le regionali e, a gradi diversi, per le differenti competizioni comunali stupisce poco.

Un tempo si sarebbe detto, si sarebbe provato a dire. Oggi no: una proposta reale di trasformazione e ribaltamento nelle strutture vessatorie che esprimono il crimine sembra lasciata o alle spigolose connivenze non dichiarate, o a fustigatori del buon mattino che non sempre parlano con cognizione di causa. Entrambi gli atteggiamenti sono a dir poco sbagliati. Bisogna ammettere che l’agire mafioso e la sua capacità di ingerenza sull’amministrazione non sono stati alieni al potere pubblico in Calabria. Sono contemporaneamente non necessari e non sufficienti i processi a dimostrarlo: se il malaffare gode di ottima salute (molto più del rapporto tra i cittadini e giustizia senz’altro), è perché esso ha trovato le condizioni per svilupparsi.

Ci si consenta di dire però che una prospettiva di vita che dia alternative al degrado criminale non può essere lo stemmino per gli alfieri autoproclamati. Non ci può essere – o non dovrebbe – una forza, un movimento, una coalizione, una qualunque forma dell’associazionismo civile cui la nostra Costituzione assegna i compiti fondamentali di cui agli articoli 2, 17 e 18 della Carta medesima, tale da pretendere di escludere TUTTI i soggetti non associati da una riflessione e da un contributo a beneficio della legalità, della sicurezza sociale, del beneficio collettivo. E invece troppo spesso oscilliamo: tra chi nega, interessato a ottenere consenso, e chi si gonfia il petto, ma nei fatti non addita un modello diverso.

Alcune importanti culture politiche nella storia della repubblica avevano cooperato affinché si affermasse un sentire comune avverso le forme concrete della mafiosità nei diversi territori. Pensiamo all’impegno di deputati e senatori comunisti all’inizio degli anni Ottanta, quando si profilò finalmente la specificità normativa dell’agire mafioso. Alla solerzia del garantismo liberale, socialista, radicale e libertario, che invocando e difendendo i principi del giusto processo non dava però concessione e scusabilità alcuna alle corruttele, al traffico internazionale di stupefacenti, al selvaggio sfruttamento di manodopera.

Pensiamo anche all’impegno ecologista, che esattamente come quello antimafia sembra oggi troppe volte diviso tra chi se ne disinteressa e chi pretende di essere titolare esclusivo del suo esercizio; e pure facciamo riferimento all’impegno all’alba degli anni Novanta di porzioni intelligenti della destra sociale giovanile, poi a propria volta dispersesi tra la deriva securitaria dell’ultimo decennio e una sostanziale sottovalutazione della forza dei grandi cartelli criminali sulle manifestazioni della partecipazione collettiva e sui meccanismi della spesa. La destra (e anche la sinistra) che vediamo alle prese con le competizioni odierne non ci sembrano avere tesaurizzato il meglio di quell’impegno. Un impegno solo dichiarato in assenza di una cultura pratica dell’agire leale e trasparente porta esattamente dove siamo: a un’antimafia spesso utilizzata per rivendicare verginità, per scalare visibilità, per arrivare a rispettabilità, censo, carica. Non è quello di cui abbiamo bisogno.

Una proposta interessante è giunta, anche a seguito delle sollecitazioni lanciate dal sottoscritto a mezzo di questa testata, dal candidato socialista al comune di Cosenza, Franz Caruso, che ha rivendicato l’opportunità di un’operazione “verità” nelle amministrazioni sui bilanci, sulla contabilità, sulla gestione. Un sano agire trasparente, cioè, contro quei fenomeni gemelli che sono la caccia agli untori e la negazione della peste a Milano. Attivare gli istituti dell’informazione responsabile e della decisione partecipata, più in generale, sembra la sola alternativa a chi a macchia d’olio ha usato il pubblico per far clientela o le sigle dell’impegno tematico per caricarsi di stimmate che pare solo blasfemo lontanamente associargli.

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