Minamò

La sottile linea rossa

Rubo due definizioni che hanno suscitato le ire di una parte del popolo rossoblù (“provinciale” e “ripescata”), perché credo che siano in realtà due delle ragioni di questa “luna di miele” settembrina.

E dunque la “provinciale ripescata” sale a quota 10 punti, dopo sei gare. Otto reti subite (cinque in una sola partita, quando non eravamo nemmeno un bozzolo di squadra) e sette messe a segno. Un bel filotto di quattro risultati utili consecutivi.

Rubo due definizioni che hanno suscitato le ire di una parte del popolo rossoblù (“provinciale” e “ripescata”), perché credo che siano in realtà due delle ragioni di questa “luna di miele” settembrina. Il Cosenza è una provinciale, per definizione. Lo ricordava, molti anni fa, un signor tecnico come Giuliano Sonzogni. E, in tutta la sua storia, i risultati migliori li ha ottenuti proprio quando ha saputo calarsi fino in fondo in questi panni. Essere stata “ripescata” (o “riammessa”, ci siamo intesi) è invece alla base dell’avventurosa costruzione di questa rosa. Delle due batoste iniziali contro Ascoli e Brescia. Della rincorsa cominciata dalla partita interna col Vicenza. Senza essere “provinciale” e “ripescata”, forse, il Cosenza questi risultati non li avrebbe ottenuti.

Lo so che sono trascorse solo poco più di due settimane dall’articolo in cui giudicavo “da 5” il mercato di Goretti, ma credo sia il caso di fare già ammenda. Specificai, è vero, che quel 5 era una media tra il budget messo a disposizione e le scelte del direttore sportivo. E, dopo le delusioni delle scorse stagioni, tendevo a un certo pessimismo preventivo.

Dopo quattro partite, alzo il voto a 6,5. Il merito è di due fattori. Il primo è Zaffaroni. Molto bravo a insistere su un undici di partenza che desse garanzie, non eccedere in turnazioni, calibrare gli ingressi. Il secondo evidentemente è Goretti, al quale avevo imputato la costruzione di una rosa poco esperta (a parte Vigorito, Rigione e Situm). E invece l’ardore, la fame di gente che in carriera finora ha raccolto meno rispetto al proprio potenziale (i vari Gori, Millico, Caso, ma anche Palmiero e Carraro) per ora sta facendo la differenza.


“Tutti i sacrifici (…) tutto quello che avrei potuto dare per amore, troppo tardi, è morto lentamente come un albero”. Da tenere a mente, per il passato e per il futuro.

La sottile linea rossa è un meraviglioso film di Terence Malick, nel quale si intrecciano diverse storie. A legarle c’è la guerra, le sofferenze interiori, il confine tra autorità e responsabilità. Sono i soldati stessi la sottile linea rossa degli eroi. Sono loro a porsi domande, a chiedersi fino a che punto sia possibile spingersi. Ma la sottile linea rossa è anche quella che divide la classifica sui giornali. Il “verde” indica i posti riservati alle promozioni dirette, il rosso quello alla zona play off. E, per la prima volta da quando è tornato in serie B, il Cosenza occupa quelle posizioni lì. Inutile girarci attorno: con l’entusiasmo cresciuto attorno a questa squadra, tocca farci i conti subito. E benedetto esso sia, aggiungo, prima che pensiate che io voglia buttarci sopra dell’acqua.

Lo scrivo subito, però: questa non è una rosa in grado di salire su quel treno. Non secondo me, almeno. È una rosa che, tuttavia, può starci a ridosso, succhiare le ruote ai battistrada, rompere le uova nel paniere. Ma è pure una squadra sulla quale, ora, cominciano a mettere tutti gli occhi addosso. Contro il Crotone, per esempio, l’ordine di Modesto era chiaro: disinnescate Palmiero. C’è voluta la bravura di Zaffaroni a trovare le contromisure nella ripresa, su tutte Millico, che ha agito spesso proprio a cucitura tra mediana e linea d’attacco. 

Quando esci allo scoperto, non ti puoi più nascondere. E quindi, dopo averci sottovalutato, le avversarie ora cominceranno a studiarci e provare a cucirci addosso abiti sempre troppo stretti. Starà a noi pretendere dal sarto l’abito giusto. Senza dimenticare che questa è una rosa costruita sulla sfiducia, sulla contestazione della dirigenza, sul pessimismo. E, vivaddio, è stato giusto che fosse così: nessuno si azzardi a dire che non avevamo ragione. Perché, dopo Lignano Sabbiadoro, eravamo San Tommaso e meritavamo prove concrete. È una rosa edificata sulla consapevolezza che, stavolta, anche con un budget ridotto all’osso, non era permesso sbagliare.

È queste granitiche incertezze che il Cosenza si deve necessariamente portare sempre dietro. La “provinciale ripescata”: che meraviglioso complimento che ci hanno fatto! Avevamo conquistato questa categoria dopo quindici anni all’inferno, e all’inferno non eravamo stati per essere schiavi ancora una volta in paradiso. E questa serie B l’avevamo letteralmente gettata nei condotti fecali. Noi, una piazza di provincia che masticherebbe calcio al posto del pane, se il cuoio fosse digeribile. Pensate che spreco assurdo sarebbe stato.

Invece arriva questa scialuppa, la riammissione. Un direttore sportivo che chiacchiera poco e opera molto. Un allenatore che parla ancora meno e si sfila dai festeggiamenti dopo il derby per pudore. Una squadra che, a guardare i curriculum, veniva da dire s’eranu buani n’i davanu a nua. Perché di Gori dicevano che non vedeva la porta manco col cannocchiale (e invece). Di Caso che in B non aveva mai giocato (e invece). Di Vigorito che era venuto a ritirare il tfr (e invece). Di Palmiero che non bisognerebbe mai tornare dove si è stati già felici (e invece). Di Eyango che non aveva esperienza (e invece danza sul pallone come una farfalla e punge come un’ape). E dunque rieccoci qua. Ancora appriessu aru Cusenza? Certo che sì, e a chi sennò? E dovunque ci possa portare questa stagione. A qualsiasi piano della classifica.

Che per me, oggi, dice una cosa sola: mancano più o meno 30 punti alla salvezza. Nessuno pronunci quella lettera, nessuno commetta quell’errore. Perché su questa sottile linea rossa ci saremo solo se finalmente continueremo a ricordarci fino in fondo ciò che siamo: una bellissima “provinciale ripescata”, che infila la palla nel sette su punizione col portiere pietrificato come una lastra di marmo.

Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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