La Riva della Moka

Quale sinistra vuole la Germania

Il voto in Germania può dare indicazioni anche all'Italia, a quando le urne si apriranno per le politiche. La vera sfida per il rinnovamento sarà quella.

Angela Merkel non ha lasciato dietro di sé solo le rose e i fiori che vorrebbe la “grande” stampa italiana (quella, per capirci, che non disdegna i voti delle sinistre per attuare i programmi delle destre). I dati occupazionali e macroeconomici sono robusti, ma quanta polvere c’è sotto quei tappeti: una manodopera altamente qualificata attinta opportunisticamente dai flussi migratori, una disinvolta politica europea che ha tolto alla UE persino la regia economica (quella sociale non è mai arrivata, quella internazionale è perlomeno appannata), una questione energetica di immane consistenza, un multiculturalismo restrittivo che ha ghettizzato alcune minoranze.

Non stupisce perciò che al tramonto obbligato della guida carismatica il Paese abbia voluto andar altrove. Occorreranno giorni e forse settimane per capire chi avrà il cancellierato e soprattutto con quale maggioranza. Quel che è certo è che i socialdemocratici di SPD sono il primo partito. E del pari è certo che la terza forza laica non sono né i liberali né i neonazisti, ma i Verdi. Anzi: i liberali tengono qua e là, perché hanno preso voto in uscita dal centro cristiano che ormai non credeva più nel suo partito dilaniato da scandali e che era oggettivamente insoddisfatto dell’ultimo turno della Cancelliera Angela.

L‘ultradestra addirittura perde consensi, resta a due cifre, ma non solo non sfonda: arretra. Radica i suoi fortini, ma non ha una visione della Germania. Sbraita contro l’Europa e però per i tedeschi non è un gran argomento: sono stati meglio da azionisti di maggioranza della UE che da fieri isolazionisti ricattati dalle potenze internazionali. La Linke, il partito a sinistra dell’SPD, è in caduta libera. Ce ne accorgevamo cinque e dieci anni fa, oggi si vede chiaro e tondo e forse tra qualche mese lo stesso capiterà in Francia a Mélenchon: la sua funzione storica è finita. Linke nacque e si affermò per contrastare lo smottamento al centro dei socialisti, schiacciati tra liberismo economico e regressione delle politiche civili. Eppure già allora era un contenitore con troppa carne: ex comunisti, riformisti delusi dalla Grande Coalizione, segmenti (nemmeno tutti!) delle grandi proteste economiche, sociali ed etniche. Ora che la SPD si occupa di redistribuzione, ha dismesso la sudditanza culturale al progetto Merkel, ha accettato le sfide dei nuovi diritti civili e dell’intercultura, la Linke non sa più esprimere l’autonomia delle sue ragioni fondative – che forse autonome non erano nemmeno allora, bensì derivate.

C’è qualcosa da imparare per l’Italia? Per tutte le forze che sono nate contro o oltre il Partito Democratico e il centrosinistra, naufragando ogni volta se spiccavano il volo le carriere del loro ceto politico e arrivando se va bene alla metà dei voti oggi ottenuti disastrosamente da Linke? Crediamo di si: la sinistra sociale e di movimento è da sempre il sale del dissenso se coglie sfide concrete e non esprime un semplice radicalismo di posizione; esiste per contronarrare efficacemente un potere. Se si mette incollata alle magagne del suo vicino di casa, sembrerà ai più la pigola dell’isolato. Qualche parola concediamocela sul bell’exploit dei Verdi.

L’ambientalismo in Germania, come in Italia e in parte in Francia, nasce legato a filo doppio agli sviluppi della contestazione, quella che ebbe il suo picco sul finire dei Sessanta ma che espresse un durevole immaginario collettivo almeno per il quindicennio successivo. Per lungo tempo, l’ecologismo radicale fu più a sinistra delle stesse sinistre comuniste, soprattutto nell’Europa centrosettentrionale (non per caso il primo gruppo al Parlamento europeo a intercettare questo humus fu “sinistra verde nordica”). Oggi è un voto più duttile e volatile, finanche in disimpegno: accoglie una domanda di sinistra e qualità della vita che i partiti tradizionali degli ultimi decenni hanno assimilato con maggiori fatiche. Testimonia un’attenzione che però deve proiettarsi a presa di coscienza, altrimenti anche queste fortune cadranno, come ciclicamente son cadute, rinnovandosi solo al rinnovarsi della loro forza attrattiva nel mondo giovanile e nel voto liberal (che contrariamente a quanto dicono i sovranisti italiani difficilmente è un voto di ricchi, bensì ormai e sempre più spesso di classe media disagiata). Possiamo sperare in una Germania più europeista o almeno più inclusiva? Ecco, ciò forse potrà avvenire solo se passa una sintesi nuova delle politiche progressiste, che unisca spesa sociale, libertà civili e tutela dell’ambiente in condizioni di vita eque e sostenibili. Altrimenti si uscirà da Weimar col Reich e non certo con un nuovo Ottobre. 

Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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