La Riva della Moka

Demagogie e bocce ferme

I vincitori delle elezioni in Calabria si ritrovano ad operare in uno scortichio rude di una regione in chiara sofferenza, dalla sanità alla giustizia, passando per economia e libertà civili.

A bocce ferme, finiti i giochi, si possono fare i conti coi limiti e coi meriti di tutte le forze politiche vistesi in campo in queste elezioni regionali, soprattutto dal punto di vista delle coalizioni che hanno composto. La destra ha vinto in modo tutto sommato agevole, quasi fosse in preda a un moto inerziale. Non ha giocato a sfavore di Occhiuto, il presidente eletto, la sua provenienza cosentina, non sempre sinonimo di voti in una terra che sui campanilismi ci si adagia spesso e volentieri, anche ingenuamente: poco esteriormente legato alle giunte del fratello Mario, sindaco uscente a Cosenza, Roberto Occhiuto si è trovato dietro una coalizione all’apparenza molto più compatta di altre volte. Tutte le liste sono andate bene: l’eterno ritorno di Forza Italia si è ad esempio associato al boom di liste satellite, che sostanzialmente di Forza Italia sono filiazione diretta o indiretta (che dire di denominazioni come “Forza Azzurri” et similia?). Fratelli d’Italia ha perso un’occasione: non ha radicato il suo fortino al Sud, anche se cresce, ed è riuscito a proporre un immaginario. La riconferma della destra, si, ma con nomi nuovi: cosa, scorgendo i consiglieri, non sempre vera, anzi. Diverso ancora poi il voto nelle varie circoscrizioni, in cui i big eletti sono idealmente chiamati a fare il contrappeso – e speriamo non il contrappasso – alla provenienza geografica del presidente.

L’ex presidente Mario Oliverio, una vita nel corpaccione del PCI-PDS-DS-PD, paga dazio. Per decenni ha fatto presenza a ogni livello della rappresentanza locale, nazionale ed europea. Forse irritato dal non esser più stato preso in considerazione dai vertici del suo partito, ha tentato di giocare una partita solitaria, nella quale proporsi come svecchiatore, riformatore, in grado persino di andare in doppia cifra. Il risultato ottenuto è invece risibile. Bassolino a Napoli non ha risentito più di tanto della crisi di credibilità da “eccesso di amministrazione”, forse Oliverio a queste latitudini si.

Insoddisfacente anche la prestazione di Luigi De Magistris, che pure ottiene il 16%. Diciamoci la verità: se ai comizi era giusto che si proponesse come vincitore (altrimenti non si sarebbe candidato), nei fatti sperava di scalzare dalla seconda piazza il centrosinistra contro cui aveva costituito ben nove liste – pochissime delle quali andate numericamente bene. È finito invece alla siderale distanza di oltre dieci punti percentuali, oltre novantamila voti. Cosa non ha funzionato nella candidatura che voleva raccogliere indignazione e militanza, speranza e rinnovamento, legalismo e civismo di nuova generazione? La ricetta era buona, ma gli ingredienti mescolati male. Forse troppe liste davvero, secondo un adagio da riforma della legge elettorale negli anni Novanta, quando moltiplicare partiti e candidati sembrava così poter moltiplicare anche voti ed eletti. Forse poi non ha più presa alcuna sull’elettore comune il messaggio del “papa straniero”, del nome forte che però viene da fuori – e il candidato De Magistris aveva nel proprio pedigree un popolare primo mandato da sindaco di Napoli, ma una parabola conclusiva nell’ultimo periodo poco esaltante.

Chiude il quadro la candidatura Bruni, per il centrosinistra. Candidatura di specifico profilo professionale, che peraltro ha salvaguardato un radicamento fosse pur basilare dei partiti che la hanno sostenuta sul territorio regionale. Si deve lavorare: quel 27% è l’innegabile argine a uno smottamento che sotto quelle cifre sarebbe stato imperdonabile, ma è anche un nodo irrisolto. Non basta per competere, non si può ritenere l’approdo oltre il quale nulla si smuoverà. I toni della campagna elettorale, più sommessi ed eleganti degli altri candidati, hanno su altri fronti scaldato di meno, come se tra savoir faire e fair play non potesse mai mancare un po’ di sanguigna descrizione di quanto effettivamente si voglia.

C’è da sperare che questo voto cancelli tuttavia un po’ di polemiche becere. Innanzitutto, farla finita con l’idea che il voto non conti in nulla. C’è una quota irriducibile di governance che prescinde totalmente da chi governa e c’è esattamente alla pari, però, la possibilità di orientarla, proprio attraverso l’andamento dei flussi elettorali. Servirà più trasparenza di gestione e un occhio più attento alla mobilità dentro e fuori il territorio regionale. Censimento immediato di plessi, strutture e luoghi più soggetti a catastrofi ambientali, per non trasformare ogni inverno in una conta di danni e morti. Uno sguardo anche alla modificazione delle strutture del lavoro: col precariato immateriale che ha portato all’esaurimento almeno due generazioni e un mai tramontato caporalato senza le minime garanzie contrattuali per alcune migliaia di lavoratrici e lavoratori. Intorno a questi temi si spera lavori la presidenza; intorno a questi temi è giusto si riorganizzi una opposizione. Senza sirene e proclami, solo ahinoi lo scortichio rude di una regione in chiara sofferenza, dalla sanità alla giustizia, passando per economia e libertà civili.

Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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