domenica,Maggio 22 2022

Cosenza, la maratona burocratica per salvare il capriolo Leonardo (poi morto)

La vicenda è stata riportata dal consigliere comunale di Rose, Canino che ha raccontato le difficoltà nel garantire soccorso all'esemplare

Cosenza, la maratona burocratica per salvare il capriolo Leonardo (poi morto)

Non ce l’ha fatta un giovane capriolo trovato ferito a Rose, nel Cosentino. La vicenda è stata riportata da Antonio Canino, consigliere comunale di Rose con delega al randagismo che segnala le difficoltà nel trovare immediati soccorsi per la sfortunata bestiola.

Il capriolo ferito trovato a Rose

La presenza dell’esemplare, incapace di muoversi, all’interno di un fosso in una contrata montana, era stata segnalata da cittadini nella mattinata di mercoledì 20 ottobre: «Da quel momento – racconta il consigliere – é iniziata una vera e propria maratona telefonica, al fine di trovare una strada che lo conducesse verso un’opportunità di salvezza». La lista delle chiamate è stata lunga: Asp di Cosenza – Servizio veterinario di Area C, Carabinieri forestali, Cras di Rende, Cras di Catanzaro, Polizia provinciale, Reparto Carabinieri per la Biodiversità, Vigili del fuoco: «Tutti – racconta Canino – si sono dichiarati impotenti o incompetenti per la problematica più immediata del recupero dell’animale del fosso, chi per mancanza di mezzi, chi per impossibilità di intervenire senza un veterinario sul posto che sedasse l’animale (operazione assolutamente da evitare a detta dei vari esperti di ungulati di fuori regione consultati per ricevere consigli sulle terapie)».

Passano le ore ma la situazione non si sblocca: «Ricontattando le varie istituzioni, prospettando loro la possibilità di recuperarlo grazie a delle volontarie animaliste, ecco presentarsi un altro inimmaginabile scoglio: il Cras di Catanzaro, sede competente per il recupero degli ungulati dichiara di non essere in grado di ricevere il capriolo per mancanza di mezzi, strumenti e risorse necessarie a offrire cure adeguate», aggiunge il consigliere.

A questo punto «non considerando l’ipotesi di lasciarlo morire di fame nel fosso, che avrebbe avvalorato la tesi che non si deve avere alcuna fiducia nel genere umano, anche grazie alla preziosa collaborazione di una agente della polizia provinciale che aveva preso a cuore le sorti dell’animale siamo stati autorizzati, dopo un nuovo consulto con il Reparto Carabinieri per la Biodiversità del centro di Cupone, a prenderlo, con il supporto dei Carabinieri di Rose, e a trasportarlo quando ormai erano quasi le 16, presso lo studio di una veterinaria di Rende, la Mariarosaria Mazzuca, che aveva dato la sua disponibilità alle istituzioni sopracitate».

La veterinaria lo ha accudito e curato per diversi giorni gratuitamente ma dopo una iniziale (apparente) lenta ripresa ha dovuto registrare «un altro crollo del quadro clinico che ha condotto la scorsa notte Leonardo (era stato ribattezzato così dalle volontarie) alla morte, che forse si sarebbe potuta evitare solo con cure immediate ed adeguate presso un centro specializzato».

Il caso del capriolo e la situazione dei Cras in Calabria

Una vicenda che fa riflettere e fa sorgere la necessità di evitare altri simili episodi. A giudizio di Canino bisognerebbe partire dalla verifica sulla situazione dei Cras in Calabria per «capire come fare ad eliminare queste gravi situazioni di inefficienze, dotandoli di risorse adeguate, magari anche mettendoli in rete con i vari Enti Parco della regione. Perché altrimenti – fa rilevare – ci sarebbe meno ipocrisia a sopprimerli completamente senza tenere aperti centri inutili che gravano sulle tasche dei contribuenti, finendola di raccontarci storielle sulla valorizzazione della montagna e della biodiversità (proprio oggi il Parco Nazionale della Sila vede l’avvio di Autumn School Lorica sulla biodiversità e intanto i caprioli vengono lasciati morire senza muovere un dito)».

«Chiudo con un ringraziamento a chi si é impegnato per offrire una speranza a Leonardo: grazie a Rosanna Iuele, Emilia Iuele e Gina Iuele, ai Carabinieri di Rose, in particolare al maresciallo Claudio De Marco, all’agente della polizia provinciale (di cui non conosco il nome) che ha preso a cuore con tenacia la vicenda e soprattutto grazie alla dottoressa Mariarosaria Mazzuca per quanto fatto», conclude il consigliere comunale.

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