domenica,Maggio 22 2022

Famo a capisse

Alla vigilia del derby con la Reggina, due linee di pensiero si fanno strada nella tifoseria. Quella del “questi siamo” e quella del “vergogna”. Contengono entrambe qualche verità, ma nessuna delle due ci porterà alla salvezza.

Famo a capisse

Come ricordavo ad alcuni amici durante la partita col Lecce, la mia lingua è una specie di patchanka. Sono figlio di due insegnanti (di italiano e francese) che, da bambino, censuravano il mio uso corrente del dialetto cosentino (per fortuna, l’ho recuperato in parte da adolescente). Sarà per questo che il mio lessico, negli anni, si è via via arricchito delle formule carpite nei luoghi in cui ho vissuto. A Perugia frequentavo pochi freghi locali, ma dopo cinque minuti con il gruppo universitario dei pesaresi partivo a raffica con fràidi e diobò. Da quando sono a Firenze, i miei discorsi sono tutti un sicché vaìa vaìa. E a Genova ho imparato che sciuscià sciurbì no se peu.

A Roma invece, dove ho vissuto per un annetto, adoravo certe uscite geniali (tipo a signò, più verde de così nun viene mica davanti a un semaforo) e alcuni modi spicci di affrontare la vita quotidiana. Famo a capisse, cioè facciamo in modo di capirci una volta per tutte, resta uno dei miei preferiti.

Lo prendo in prestito dopo la sconfitta di Lecce perché vedo farsi strada nella tifoseria due linee di pensiero che, secondo me, contengono qualche ragione e molti errori di fondo. La prima risponde all’idea che perdere 3-1 davanti a 700 tifosi in trasferta (mentre i locali, complice anche la protesta ultras contro gli ingressi contingentati, erano appena seimila su trentamila tagliandi disponibili) sia stata una vergogna. La seconda sostiene invece che questi siamo e che partite contro squadre come il Lecce non siano alla nostra portata.

Che poi, per dire, all’università avevo anche molti amici leccesi. Il segreto era non parlare mai, mai, mai di calcio. Al massimo di moda. O di musica.

Comincio dalla prima. Perdere 3-1 col Lecce non è di per sé vergognosoÈ una questione di qualità: se, in novanta minuti, i giallorossi tirano dieci volte in porta e noi una, qualcosa non ha funzionato. C’è una squadra che ha preparato (e interpreta) bene la partita e una che, invece, non ci riesce. C’è una squadra che ha occupato gli spazi alle spalle della nostra mediana e una che, invece, serve con lanci lunghi le due punte isolate in mezzo al fortino avversario. E c’è una squadra che gioca con Coda e Strefezza e una che, al posto di Tiritiello, inserisce Minelli.

Quest’ultimo elemento è una grossa lancia a favore del pensiero questi siamo. Ed è vero: senza Vaisanen e Tiritiello, questi siamo. È la famosa coperta corta di cui scrivo da settembre, un mese in cui si sono sprecate le pacche sulle spalle di Goretti all’insegna di questa sì che è una rosa completa.

Tuttavia, se questi siamo, questa è anche la serie B. La Ternana, che pareva essersi rilanciata, è un punto dietro di noi assieme alla Spal. Arranca anche il Crotone. Capite bene che, se anche una sola di queste tre si tira fuori dalla lotta per non retrocedere, per i Lupi sono grossi volatili per diabetici.

In più, trent’anni di lotta per non retrocedere mi hanno insegnato che alla fine del campionato la differenza non la fanno gli scontri diretti, ma i punti che riesci (e altri non riescono) a rubare ai piani alti. Se insomma questi siamo, tuttavia sono proprio le partite contro Lecce e Benevento che dobbiamo imparare a giocare.

Il Lecce infatti non ha vinto perché, davanti a una prestazione gagliarda, ha tirato fuori dal cilindro tre numeri. Ha vinto perché il Cosenza ha commesso troppi errori e tre molto gravi: zero pressing sul tiro da fuori area di Strefezza (tra l’altro, dovremmo averlo capito ormai che i rasoterra da lontano sono un problema per la reattività delle ginocchia di Vigorito); marcature assenti sul gol di Coda; praterie tra mediana e difesa in occasione del 3-0, e non al novantesimo, ma un attimo dopo il rientro dagli spogliatoi.

Poteva finire tranquillamente con un pokerissimo, ma ci si sono messi i pali e un break decisivo di Florenzi che ha portato Caso al gol. Ecco, in quei pochi minuti (e senza voler assurgere il giovane Aldo a salvatore della patria, perché il ragazzo si farà solo se lo lasceremo crescere tranquillo) ho visto l’atteggiamento con cui bisognava aggredire la gara dall’inizio. Senza pretendere, ad esempio, che Caso snaturi le proprie caratteristiche, ma che piuttosto impari a calarle in una realtà nella quale palloni come quello (geniale) di Carraro ne capitano pochi. E dove servire Bittante o Anderson soli in area, anziché cercare il tiro da posizione defilata, avrebbe potuto cambiare verso alla gara.

A proposito. Vorrei chiedere ufficialmente una moratoria, in occasione delle sfide con il Lecce al Via del Mare per i prossimi dieci anni: smettiamola di evocare quella partita. Facciamo che nel 1992 si sia giocato solo questa, ok?

Famo a capisse, dunque. È ormai chiaro che a questa rosa mancano almeno tre o quattro elementi. Alcuni giocatori, come Anderson e Bittante, non sono ancora in condizione. Altri, come Situm, forse meriterebbero altra collocazione tattica (mezzala?). E, in un reparto cruciale come la retroguardia, servono puntelli seri, perché il campionato è lungo. Oggi questi siamo, è vero. Ma non vorrei che il questi siamo diventasse l’alibi perfetto, il classico tiriamo avanti che fornirebbe una bella giustificazione a chi dovrà mettere a disposizione di Goretti il budget per il mercato invernale. E che, invece, giustificazioni non ne ha. Non può permettersi di averne.

Nella scorsa stagione il questi siamo ha creato quel cortocircuito che ha permesso di portare in riva al Crati gente come Mbakogu, Crecco e Trotta. Per cui criticare oggi Zaffaroni non equivale a tagliare e chiederne la testa. Anzi. Più Zaffaroni riuscirà a ottenere, col materiale che ha, buoni risultati da qui a dicembre, più forte sarà il suo potere negoziale.

Allo stesso modo, però, non vorrei neppure che il vergognatevi si trasformasse in un capo d’accusa da sfoderare davanti a ogni passo falso. Io non vedo una squadra che non si impegna. Non vedo gente che passeggia. Ma subire una rete all’inizio del secondo tempo, ovvero in un momento in cui la concentrazione dev’essere massima, è un sintomo che non va sottovalutato.

E quindi famo a capisse: non c’è niente di cui vergognarsi (perché Lignano Sabbiadoro, perché la riammissione, il mercato tardivo, la preparazione e gli infortuni eccetera) e non è questi, ovvero la squadra vista a Lecce, che dobbiamo essere per conquistare la salvezza. Dopo la sconfitta di Alessandria, scrissi che il Cosenza avrebbe dovuto fare almeno cinque punti in queste cinque gare. Ne manca almeno uno. Famo a capisse.