domenica,Maggio 22 2022

Me, myself and Coverciano

La sconfitta con la Reggina dimostra come i piani tattici di Zaffaroni siano ormai diventati un libro aperto per i nostri avversari. Urge sfruttare la sosta per cambiarli.

Me, myself and Coverciano

“Il bello è che mi ero allontanato un attimo per apparecchiare a tavola e i gobbi hanno fatto gol”, sospira il babbo di Riccardo. “Non bisogna mai allontanarsi per apparecchiare a tavola”, scuoto la testa io, papà di Tommaso. Il confronto tra le rispettive disgrazie sportive avviene davanti a un caffè, in attesa che cominci Settignanese-Grassina, classe 2014. Fuori dagli stessi campetti su cui è cresciuto Federico Chiesa, io parlo di Cosenza-Reggina e lui di Juventus-Fiorentina. I viola sono stati beffati al minuto 91 da un gol di Cuadrado, quando ormai, ridotti in dieci per espulsione, credevano di aver sfangato il pari dopo una buona prestazione.

Mai cambiare posizione durante la partita è il primo comandamento di un vero tifoso, sul divano o sugli spalti. Almeno finché le cose vanno bene. A casa mia è un bel problema, perché durante quelle del Cosenza, due figli su tre vanno a dormire nell’intervallo, pennica o nanna che sia. La cabala, dunque, mi salta sistematicamente. Eppure è stato grazie a questo che mi sono accorto di un fatto. Su undici reti realizzate, il Cosenza di Zaffaroni ne ha messo a segno un terzo nel primo quarto d’ora. Su quattordici subite, nove sono arrivate nella ripresa. E, su queste nove, sei nelle gare da Alessandria in poi. Praticamente i miei figli si sono quasi sempre svegliati con un risultato diverso rispetto a quello con cui erano andati a dormire (e non è bello).

Ho cercato invano un altro dato, ovvero quello sul baricentro medio, a supporto del ragionamento che sto per fare, ma non c’è stato verso. Quindi andrò a occhio, come faceva mia nonna con gli ingredienti delle sue ricette. E vi dico che, nelle ultime sei partite, il baricentro medio del Cosenza è scivolato indietro di parecchi metri. Non so quanti, ma sono troppi. Anche contro Vicenza, Perugia, Como e Crotone i rossoblù subirono il gioco avversario, ma riuscirono a ripartire e rendersi altrettanto pericolosi. E, dal Moccagatta in poi, questo è avvenuto solo contro Frosinone (in parte) e Ternana (una delle migliori prestazioni della stagione).

È accaduto perché Grosso e Lucarelli non hanno voluto modificare l’identità delle loro squadre e ci hanno rimesso una sconfitta e un pari. Cosa riuscita benissimo invece a Lecce e Benevento, che hanno costretto Palmiero e le mezzali ad abbassarsi, impedendo di fatto le ripartenze. Nell’anticipo di venerdì, invece, Aglietti ha fatto come l’Alessandria: controllare la gara, niente assalti all’arma bianca, per approfittare del primo scollamento tra i reparti.

Eccolo. La freccia blu indica il filtrante che trova Bianchi tra le linee. Quella rossa il movimento di Montalto alle spalle delle linee. La Reggina ha battuto il Cosenza facendo il Cosenza.

La domanda, allora, è perché stiamo cascando in questa trappola? Esistono, secondo me, due spiegazioni possibili. La prima è che sia Zaffaroni a chiedere alle linee di difesa e centrocampo di stare più corte, perché nutre dubbi sulla tenuta della retroguardia. La seconda è che siano le mezzali, per istinto di autoconservazione, a scivolare più indietro, per offrire supporto a una difesa che resterà orfana di Vaisanen fino a gennaio. In entrambi i casi no buono, direbbe Andy Luotto. Perché, se gli avversari occupano lo spazio tra le punte e il centrocampo, non se ne palla popio di accompagnare una ripartenza veloce. E dunque ecco le palle lunghe verso Caso e Gori, quasi sempre preda delle difese avversarie. Ed ecco anche l’assedio sistematico nella nostra metà campo.

Serve a questo punto che voi, io e Zaffaroni conveniamo su una cosa. Certo che non siamo il Benevento. Certo che non abbiamo la panchina della Reggina. Certo che bisogna rinforzarci a gennaio. Certo che servono tre o quattro elementi (la mia lista della spesa comprende un difensore, un esterno, un mediano e una punta). Ma certo pure che, con le risorse attuali, qualcosa di meglio si può ottenere. 

La sosta di settembre ha aiutato Zaffaroni ad amalgamare la squadra e darle un’identità. Quella di ottobre, purtroppo, non è bastata a mettere le toppe sui problemi emersi. Questa, invece, deve servire ad accantonare per ora il 3-5-2 e passare ad altro. Al 4-2-3-1, per esempio (che si è intravisto nel finale del derby). Due ali e una mezzapunta (Millico, Situm e Caso) alle spalle di Gori offrirebbero, a mio parere, maggiori soluzioni di gioco, senza sbilanciarci. La copertura delle fasce fino alla metà campo toccherebbe solo ai terzini. E i due mediani (Palmiero e Carraro, oppure uno dei due con Gerbo o Florenzi) potrebbero alzare il baricentro della squadra. Lo so, sto giocando a fare l’allenatore, ma sappiate che i campi della Settignanese confinano con quelli di Coverciano e io ho sempre subito un grosso fascino per il centro tecnico che, ogni domenica, si ritrovava lungo corso Mazzini a Cosenza.

Tuttavia, un modo di uscire da questa situazione va trovato. E tocca a Zaffaroni essere meno integralista, in attesa del mercato di gennaio. Cinque punti racchiudono, ad oggi, quasi dieci squadre. Le prossime otto partite, in meno di quaranta giorni, dovrebbero definire meglio la classifica. Rispetto a un anno fa, abbiamo due punti in più (14 contro 12) e una squadra in meno alle spalle (e, tra le cinque di allora, solo Entella e Pescara finirono per retrocedere). E, in un campionato nel quale si sta pareggiando pochissimo, serve inventarsi strumenti nuovi per tornare a vincere le partite. A cominciare dalle prossime.