mercoledì,Dicembre 8 2021

Ecomafia 2021 tra bluff, soliti ignoti e drammi

La mole documentale di Legambiente va letta e ordinata secondo un criterio, altrimenti diventa fallimentare ogni approccio trasformativo in nostro possesso

Ecomafia 2021 tra bluff, soliti ignoti e drammi

Il Rapporto annuale Ecomafia di Legambiente è uno strumento conoscitivo utile, importante. Per l’analisi sociale, quella giuridica e quella politica, peraltro, il limite potrebbe essere che considerare le “mafie” segmentabili per tipologia di illecito compiuto non è sempre performante rispetto allo sguardo reale richiesto dalle cose. “Narcomafie”, “ecomafie” o definizioni simili possono essere utili per descrivere associazioni a delinquere con prevalenti interessi nei reati ambientali o in quelli in materia di stupefacenti, ma le mafie organizzate, strutturate, radicate, è irrealistico si dedichino a un solo branch del mercato illecito.

La loro forza è prismatica, reticolare, multilivello. E d’altra parte va pur notato che quando si parla di sfruttamento del suolo o dell’acqua, di smaltimento illecito di rifiuti, o all’opposto di reati contro la pubblica amministrazione e mafia dei colletti bianchi, il termine “mafia” rischia esso stesso di esser fuorviante, perché molti di quanti commettono quei crimini non sono nemmeno formalmente affiliati ad alcuna cosca. Insomma: bene acquisire dossier statistici, fondamentale accedere ai dati, più che giusto contrastare (ma talvolta lo si fa in parole roboanti e in azioni assenti) le mafie, ma poi quella mole documentale va letta e ordinata secondo un criterio, altrimenti diventa fallimentare ogni approccio razionalmente trasformativo in nostro possesso.

Nello scorso anno in Italia si sono verificati quasi trentacinquemila reati nel settore ambientale, un incremento che, attutito rispetto all’anno precedente, segnala in ogni caso una drastica impennata del fenomeno dal decennio passato ad oggi e promette di rappresentare causa di riflessione anche per gli anni a venire. Ci concediamo poi una riflessione non inutilmente economicistica sulla questione: visto che molto del finanziamento straordinario assicurato in forma di prestito dalle istituzioni euro-unitarie si vincola ai temi del rinnovamento tecnologico e dell’ambiente, investire con metodo nella “prevenzione verde” è un servizio alla tenuta civile del Paese e pure alle sue possibilità di ripartenza nello scenario pandemico. Le regioni del Sud sembrerebbero in ogni caso quelle più colpite dai reati ambientali, anche se una volta di più la materiale commissione di quei reati esonda dal mero perimetro tradizionale dei clan delle mafie storiche, ché persino nelle loro zone si sono sovente dimostrate assai più avide le bocche di grandi imprese nazionali e internazionali nell’eliminazione sottotraccia dei rifiuti previo compenso: ad avvelenare persone che non sanno nemmeno d’esser state avvelenate – sino a quando le diagnosi non passeranno attraverso ecografie e cure. In ordine abbiamo Campania, Sicilia, Puglia, Lazio, Calabria.

Lanciamo una proposta che può sembrare provocatoria da noi ma che è già prassi altrove: valutiamo annualmente secondo indici il più possibile mano a mano più precisi anche i costi devastanti che sul sistema sanitario (e in definitiva sulla salute delle persone in carne e ossa) ricadono non per fenomeni generici di inquinamento, ma specificamente per l’inquinamento determinato dalla commissione di reati ambientali. Distinguiamo le scorie tossiche e chi le seppellisce, in fondo, da chi sciupa l’acqua: esprimeranno senz’altro lo stesso menefreghismo, ma l’ordine di nocività è un po’ diverso. Gli incendi nei nostri boschi non nascono tanto da sigarette spente quanto da taniche di benzina.

Peraltro, la camorra e la ‘ndrangheta, se pure originarie di Campania e Calabria, da tempo ottimi affari e posizionamenti hanno in Capitale e dintorni, con proprie famiglie o propri referenti. Il Nord poi, se si resta nel derby Settentrione-Meridione, che fa sciaguratamente male a questo Paese e alla sua gente, ha conosciuto per circa dodici mesi, apparentemente a causa dell’allerta COVID-19 (che però su altre attività è stato irrilevante: misteri dell’azione amministrativa e della politica industriale), una vistosa riduzione nelle verifiche tecniche e ispettive, per cui alcune valutazioni sono giocoforza parziarie e incomplete. La Calabria sale invece in classifica, piazzando un primato assoluto, nella comminatoria di interdittive antimafia.

Ora, questo dato senz’altro segnala la capacità diretta delle mafie di esercitare ormai il loro potere economico imperiosamente nel presunto circuito dei capitali leciti, ma nell’evidenza drammatica di questa onda d’urto forse qualche eccesso c’è: l’interdittiva antimafia, rimessa a una legislazione per più aspetti da emendare (unico punto di vista comune in cui tutti si riconoscono, dall’esecutivo fino alle rappresentanze associative di avvocati e giudicanti), è troppo spesso irrogata a mo’ di panacea, in vaghe nebulose indiziarie che rischiano di lasciare nella rete solo i pesci piccoli, o quelli meno scivolosi o scarti del mare che commestibili nemmeno sono. Paralisi economica senza ritorno di sicurezza sociale.

Su una cosa v’è certo da dare ragione al Pontefice, che in tema di ecologia ha ormai prodotto un’enciclica e una lunga sezione di quella successiva: definiamolo più appropriatamente il reato ambientale, moduliamo le accezioni normative all’inveramento dello sfascio che si consuma sotto i nostri occhi e che spesso è incuria, sotterfugio, dispersione energetica consapevole, edilizia vorace e desertificazione urbana. Non certo per “punire” di più: siamo ancora alla fase, in materia di crimini contro lo stato naturale dei luoghi, in cui è persino inutile l’eterno dualismo tra i fautori del diritto penale speciale e la coscienza liberal che preferisce (a buona ragione) la correttezza di norme assennate di diritto comune. Siamo purtroppo allo stadio in cui il magma del furto di generazioni anche in materia ecologica è in larga misura nascosto e ci intossica come i fiotti di un fiume carsico.