lunedì,Gennaio 17 2022

Ottocento anni del Duomo di Cosenza, la città laica ne sia parte

La Cattedrale della città bruzia ha l’enorme capacità di raccontare in filigrana gli episodi di storia religiosa che hanno segnato la Calabria. I festeggiamenti meritano una coerente e forte partecipazione del mondo sociale, culturale, secolare

Ottocento anni del Duomo di Cosenza, la città laica ne sia parte

Le iniziative diocesane per gli ottocento anni del Duomo di Cosenza dimostrano che anche nel nostro circuito locale esistono momenti e simboli aggreganti che per la città significano persino qualcosa di ulteriore alla loro primigenia natura di luoghi di culto. La cattedrale cittadina identifica, anche col suo profilo estetico, un’immagine che unifica, coagula, rappresenta, come, se fosse stato meglio tenuto e partecipato al vissuto collettivo, avrebbe probabilmente potuto fare il Castello Normanno-Svevo, troppo a lungo al centro di programmi o proposte o interventi di rifacimento che tuttavia ne hanno ristretto l’accessibilità e non migliorato la tenuta e la struttura.

Proprio per questo, l’opportuna e incisiva meritevolezza di percorsi di riflessione che hanno un eminente significato ecclesiale, teologico, cultuale, storico-canonistico, non può e non deve escludere un attivo senso di partecipazione in capo alla città diffusa, la città laica, la città che, al di là del dato religioso, vuole ricostruire un senso di appartenenza, comunità, cultura, vissuto. Cattedrale e quartiere (e non solo) si sono incrociati e si incrociano costantemente, esprimendo un sentire talvolta simbiotico – che dovrebbe essere incoraggiato – e talora conflittuale, per cui la città dei grandi eventi, delle iniziative forbite e della godibile vetrina per i suoi visitatori diventa irrimediabilmente altra rispetto alla città del disservizio, dei problemi urbanistici, della viabilità e del reddito. Una coerente e forte partecipazione del mondo sociale, culturale, secolare, a questo anniversario pluricentenario potrebbe e dovrebbe avere tra i propri effetti quello di ridurre la suesposta distanza e avviare un processo di rivalutazione fattiva del vissuto storico cittadino dimenticato, pretermesso, obliato e perciò come se non esistesse. I moventi di interesse generale per gli ottocento anni del Duomo di Cosenza non sono pochi.

Ci sono quelli tipicamente artistici, che sono rappresentati dalla grande varietà delle sue espressioni votive non meno che dalla lunga serie di rifacimenti che secolo dopo secolo ne ha dimostrato l’evoluzione, alla pari dei grandi cataclismi naturali e non che hanno interessato la città (le spoliazioni, i sismi, le epidemie, le guerre). Ci sono quelli di cultura popolare e tradizionale, che riguardano le usanze, scuola e formazione dei diversi religiosi e pittori che hanno fatto il Duomo per quello che oggi è. E il Duomo ha l’enorme capacità di raccontare in filigrana gli episodi di storia religiosa che hanno segnato la Calabria negli ultimi ottocento anni: la repressione antiereticale nel XIII secolo (avviata prima e conclusasi dopo), gli effetti della Riforma e la convivenza tra più Chiese cristiane, oggi riconosciuta dai movimenti ecumenici e del dialogo interreligioso, le ascendenze religiose nelle grandi famiglie politiche italiane.

Cosenza è di esse un peculiare spicchio osservazionale, anche per la storia delle sue istituzioni giuridiche: Cosenza che conobbe prima d’altre i circoli di ispirazione repubblicana, socialista e libertaria; il dibattito cosentino nel 1861 all’unità e nel 1945 dopo la liberazione; il mantenersi di un fermento aggregativo negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, anche su esperienze di inchiesta, alternativa e politica sociale. Non solo: la presenza di un associazionismo cattolico, che, se non di rado meno recettivo e fresco rispetto ai moti più vivaci del sociale, ha poi saputo praticare forme concrete di beneficenza e assistenza.

Gli ottocento anni del Duomo sono un reportage di quello che siamo stati e di quello che di meglio dobbiamo preservare. Sarebbe bello associare la storia del Duomo e le celebrazioni per esso alla storia dei personaggi che vi sono transitati (da Telesio ai fratelli Bandiera, passando per i regnanti del periodo regio-spagnolo), non meno che ai percorsi della toponomastica cittadina che espressamente rimandano alla tolleranza religiosa, all’impegno civile e al rinnovamento culturale. Questo ci spetta e questo dovrà esser fatto: non sarebbe che in minima parte l’assolvimento di un obbligo morale. Perdere questa occasione costituirebbe invece farsi rubare dal tempo l’ennesima opportunità di una città della formazione, dell’apertura, dell’intercultura.