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“La ragazza che respirava da sola”: le gioie e le sofferenze di Alessia salvata dai medici di Cosenza e Crotone

La 38enne cosentina pensava di rimanere paralizzata dopo un intervento per la rimozione di un'ernia. Una storia con tante coincidenze raccontate nel suo libro pubblicato nei mesi scorsi

“La ragazza che respirava da sola”: le gioie e le sofferenze di Alessia salvata dai medici di Cosenza e Crotone

La sua storia in un libro che racconta le gioie e le sofferenze patite nel corso di un calvario che, per fortuna, ora è solo un lontano ricordo. Alessia Ventura, 38enne di Cosenza, laureata in giurisprudenza, sognava di fare il magistrato, ma a causa di un problema di salute, è stata costretta a lasciare il suo sogno nel cassetto, dedicandosi a se stessa,. Ha rischiato infatti di non poter camminare più, ma in questo caso la buona sanità calabrese e le preghiere hanno salvato questa donna da un futuro non roseo. Una testimonianza a 360 gradi raccolta nel libro “La ragazza che respira da sola”. Un racconto autobiografico che racchiude i momenti passati a Cosenza e a Crotone.

Il calvario di Alessia Ventura

«Mi sono sentita male il 13 ottobre 2016» dice Alessia Ventura al nostro network. «Ero in ospedale a Cosenza, perché mio figlio doveva subire un intervento in chirurgia pediatrica. Mi chiamano dall’ospedale dicendo che potevano operarlo il 12 ottobre, ma in questa data scoprono un valore alto nelle analisi e decidono di eseguire l’operazione il giorno dopo. Questa è una prima strana coincidenza. Se fosse stato operato il 12 ottobre 2016, io sarei rimasta a casa, rischiando di subire danni peggiori alla colonna vertebrale».

«Il 12 notte avverto questo dolore fortissimo e rimango paralizzata nella parte destra del corpo. Chiamo le mamme dei bambini che avevano i letti a fianco al mio. Il neurologo, interpellato dai medici del reparto in cui si trovava mio figlio, opta subito per una Tac e una risonanza magnetica. Quando entro nel tubo della risonanza mi metto a gridare perché ero troppo stretta, come se qualcuno mi stringesse e da quel momento non muovo alcun muscolo: ero completamente paralizzata». Momenti che Alessia Ventura racconta con grande pathos.

«Mi ricoverano nel reparto di neurochirurgia, sempre a Cosenza, e il primario decide di operarmi immediatamente, liberando anche un posto in sala di Rianimazione, qualora la situazione fosse peggiorata. L’intervento dura sei ore con la rimozione dell’ernia, ma il midollo era stato toccato, per cui dal giorno dopo parte il travaglio per farmi trasferire in un centro riabilitativo. Scelgono uno di Crotone, ritenendo che fosse l’unica struttura capace di rimettermi in piedi. I medici tuttavia mi avevano spiegato che ci sarebbero state poche possibilità di riavere tutte le funzionalità del corpo, e nella migliore delle ipotesi sarei rimasta seriamente claudicante» aggiunge Alessia Ventura.

La luce in fondo al tunnel

«Il 18 ottobre avviene il trasferimento in ambulanza in questa struttura. Qui inizia un altro calvario: lascio mio marito Marcello e mio figlio Alfonso Mario che era stato operato a distanza di poche ore dal mio intervento. Ed inizio la riabilitazione, venendo seguita da un’equipe di fisioterapisti, psicologico, fisiatria, infermieri e medici, tutti specializzati in casi midollari. Piano piano inizio a muovere la parte sinistra, mentre la parte destra rimaneva ferma. La gamba c’ha messo un mesetto per dare qualche segnale di movimento e nel frattempo anche mio figlio dava i primi segnali di ripresa a Cosenza». Qui subentra la fede. «Ero credente ma non praticante. Ho iniziato a pregare: con le stampelle iniziavo subito a camminare a quattro vie, ovvero alternando i passi, mentre in realtà, secondo quanto mi dicevano i medici, avrei dovuto fare un passo e fermarmi». Alessia Ventura intravede la luce in fondo al tunnel.

«Ho chiesto di andare in una stanza da sola, ma l’equipe non era d’accordo perché temeva che potessi avere un tracollo psicologico. Sentivo durante le preghiere che sarebbe andato tutto bene. Mi hanno dimesso il 23 dicembre, ma in maniera quasi primitiva. La mano destra è stata l’ultima a muoversi. Tornata a casa, decisi di non volere la sedia a rotelle perché intendevo camminare con le mie gambe. Dopo otto mesi, ho ripreso la mia vita. A sinistra ho perso la sensibilità del dolore e del calore, mai recuperata, mentre la funzionalità c’è».

Alessia Ventura: «I medici mi dissero: “Forse non camminerai più”»

Durante il suo calvario ha studiato per superare l’esame di avvocato, passato il 20 marzo 2017. «Ho sentito molto la vicinanza del Signore, sentivo una spinta interna che mi portava a pensare che sarebbe andata bene. Perché penso che sia un miracolo? Perché i medici mi dicevano in maniera cruda che non era certo che io sarei ritornata a camminare. Mi fecero questo esempio: “Noi abbiamo ripristinato i fili del telefono, ma non sappiamo se dentro ci passa la linea”. Da qui nasce l’idea di scrivere un libro. «Questa espulsione di ernia poteva capitare a causa di un trauma, ma non mentre una persona dorme. Così prendo appunti su un block notes, dove si evince anche l’evoluzione della scrittura. A dicembre 2020 decido di buttare giù la mia storia».

«Vivendo due mesi all’interno della struttura riabilitativa – evidenzia Alessia Ventura – ho imparato ad apprezzare la vita sotto un altro punta di vista, mettendo da parte la carriera. Così ho deciso di prendermi cura direttamente di mio figlio, rinunciando a realizzarmi professionalmente». La sua prima opera letteraria è uscita nel mese di maggio del 2021. «Mi sono sentita uno strumento per dare forza e coraggio alle altre persone, perché siamo nelle mani del Signore. Un’amica, leggendo il mio libro, ha capito le sofferenze di chi versa in queste condizioni».

Scampato il pericolo, Alessia Ventura decide di investire sulla famiglia. Quattro anni dopo nasce il suo secondo figlio, venuto alla luce in piena pandemia. E, infine, spiega la scelta di quel titolo per il suo libro. «Un medico di Crotone viene a Cosenza per valutare la mia situazione, esclamando: “Ah, ma la signora respira da sola!”, specificando che quello che è successo avrebbe potuto compromettere anche le vie respiratorie».

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