venerdì,Luglio 1 2022

Arpacal cenerentola calabrese a guardia del mare pulito: poche risorse aspettando la Multiutility

L'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Calabria fa quello che può. E spesso non basta. Nelle sue casse solo lo 0,5% di quanto è destinato al fondo sanitario. Ma adesso la gestione integrata di acque e rifiuti promette di rivoluzionare il settore

Arpacal cenerentola calabrese a guardia del mare pulito: poche risorse aspettando la Multiutility

Sul sito web dell’Arpacal – l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria – alla voce “scarichi e depurazione” si specifica che Il D.L.vo 152/06 nella parte III stabilisce le norme di tutela delle acque dall’inquinamento e disciplina gli scarichi idrici, definendone i criteri generali, le caratteristiche, le competenze e i limiti di emissione.

I Dipartimenti Arpacal (Ente analitico strumentale della Regione Calabria) sulla base delle risorse umane e strumentali disponibili, svolgono la loro attività ispettiva, in assenza di convenzioni specifiche, esclusivamente su richiesta di Enti terzi, come supporto tecnico analitico ai fini del controllo di conformità ai limiti tabellari dello scarico finale degli impianti di depurazione.

“Pertanto, i dati riguardanti la depurazione di cui dispone questo Ente, si limitano principalmente ai controlli analitici effettuati sulla qualità del refluo degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane e industriali, effettuati per dare corso ad attività di indagine dell’Autorità Giudiziaria per il rilevamento di eventuali illeciti ambientali. Tali controlli non possono essere considerati esaustivi per la verifica della funzionalità e dell’efficienza del sistema depurativo della nostra Regione, in quanto devono essere integrati da una serie di informazioni […]”.

Insomma nei limiti delle risorse umane e strumentali l’Arpacal esegue solo una parte dei controlli che necessiterebbero gli impianti calabresi. Lo fa in condizioni economicamente difficili, tanto da sottolinearlo: Il DPGR 137/2002, che regola gli strumenti di finanziamento dell’Agenzia, al 5° comma recita: “Il finanziamento dell’Arpacal si realizza attraverso “il trasferimento di una quota non inferiore all’1% dell’ex fondo sanitario regionale valutato di anno in anno”. Dal 2010 ad oggi la dotazione finanziaria di Arpacal, così come nel decennio precedente, non ha mai raggiunto quanto previsto, rappresentando circa lo 0,5 % del citato fondo.

L’affidamento a terzi

Intanto però per portare a termine l’operazione dei 100 giorni Roberto Occhiuto – che ha comunque ammesso che i “risultati” non si potranno vedere in questa stagione – ha affidato, per oltre un milione di euro, alla stazione zoologica Dhorn la verifica sulla balneabilità dì alcuni tratti della costa calabrese. In discussione non è la professionalità e la competenza del personale della stazione zoologica, ma la ratio dell’intervento del capo dell’esecutivo che ha scatenato le vive proteste tanto dei sindacati – Cgil in testa – quanto del Partito democratico.

«Secondo questo modo di fare – ha obiettato il sindacato – ovvero distribuire risorse ad altri soggetti sottraendoli alle amministrazioni regionali che già necessitano di adeguati investimenti per accrescere il proprio patrimonio strumentale, organizzativo e di risorse umane, mortifica i lavoratori che agiscono con terzìetà in ogni attività svolta e, soprattutto, affossa anni di lavoro e di esperienze tecniche e scientifiche portate avanti grazie a progetti finanziati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, oggi Ministero della Transazione ecologica». Anche per questo il Pd ha chiesto ufficialmente ad Occhiuto di chiarire i contorni di questa «vicenda che appare del tutto singolare».

Quale sistema idrico integrato?

In attesa della piena operatività della Multiutility dei rifiuti e del servizio idrici approvata in Consiglio regionale, e di capirne le novità, è lecito domandarsi chi, e come, gestisce il Servizio idrico integrato e quali sono gli attori sulla scena calabrese.

Sembra utile partire da un dato, offerto dal documento pubblicato dal Ministero della Transizione ecologica in rapporto alle opportunità offerte nel settore dal Piano di ripartenza e resilienza. Lì si afferma che nel Mezzogiorno l’insufficiente presenza di gestori industriali e l’ampia quota di gestione in economia traccia un quadro del comparto idrico molto frammentato e complesso: i gestori sono 1.069, di cui 995 Comuni che gestiscono il servizio in economia (in particolare, 381 in Calabria, 233 in Sicilia, 178 in Campania, 134 in Molise).

La riforma è quindi volta a rafforzare il processo di industrializzazione del settore, favorendo la costituzione di operatori integrati, pubblici o privati, con l’obiettivo di realizzare economie di scala e garantire una gestione efficiente degli investimenti e delle operazioni. L’operazione Multiutiliy – che prevede anche la trasformazione totalmente pubblica di Sorical – va proprio in questa direzione.

In Calabria il servizio di captazione, adduzione fino ai serbatoi, in testa alle reti idriche comunali, è svolto dalla Sorical (società risorse idriche calabresi) che, dal 2004, gestisce in concessione tutti gli impianti che l’ex Cassa per il Mezzogiorno ha trasferito alla Regione, garantendo l’erogazione dell’acqua potabile a 363 Comuni.

Ai Comuni spetta la funzione amministrativa relativa all’organizzazione del servizio idrico integrato che viene esercitata attraverso l’ente di governo dell’Ambito territoriale ottimale che coincide con il territorio regionale, e cioè l’Autorità idrica della Calabria (ad oggi soppressa nell’ambito della creazione della nuova Multiutility), che è un ente pubblico non economico rappresentativo dei comuni della Calabria tutti ricadenti nell’ambito territoriale ottimale. Ad esso sono assegnate le funzioni di programmazione, organizzazione e controllo sull’attività di gestione del servizio idrico integrato.

I ritardi accumulati nel tempo hanno determinato il protrarsi della frammentazione del servizio per cui, sono i Comuni, uti singuli e talvolta in forma associata, a organizzare la fase del ciclo relativa al collettamento e trattamento delle acque reflue urbanericorrendo per lo più a soggetti terzi cui è affidato il servizio pubblico di gestione degli impianti di depurazione delle acque reflue presenti nei rispettivi territori comunali.

Il tutto in uno scenario in cui il Corap (Consorzio regionale per le attività produttive), anch’esso nelle mani di un commissario liquidatore, gestisce 3 impianti di depurazione del comprensorio vibonese: Porto Salvo, Piscopio e Silica. In particolar modo, l’impianto sito a Porto Salvo che tratta liquami sia di tipo industriale che civile per circa 50.000 abitanti; e l’impianto di depurazione consortile ubicato nell’agglomerato industriale di Crotone. Insieme al trattamento di rifiuti liquidi speciali non pericolosi, nel sito di Gioia Tauro.

Le procedure d’infrazione

Ma i problemi della depurazione non sono soltanto quelli del tratto finale. Quelli per intenderci che finiscono in mare. La Calabria infatti contribuisce con quasi la metà dei suoi agglomerati alle tre procedure d’infrazione europea (2059/2014; 2181/2017 e 2004/2034) in cui è coinvolta l’Italia a causa delle condizioni di moltissimi impianti depurativi.

Per fronteggiare le procedure di infrazione in materia ambientale verso la UE il nostro Paese ha previsto nel 2017, tra gli altri, l’istituzione di un Commissario Unico che si occupi di tutti gli interventi necessari all’uscita degli agglomerati individuati dall’infrazione.

Ai primi di marzo la Struttura del Commissario Unico per la Depurazione guidata da Maurizio Giugni, facendo un punto sugli interventi fognario-depurativi necessari in Calabria all’uscita degli agglomerati dalla procedura d’infrazione 2004/2034, ha spiegato che i sette interventi previsti in Calabria attualmente di competenza del Commissario Unico per la Depurazione – due sono stati già completati (Crotone e Montebello Jonico) – sono in gran parte in avanzata fase di definizione: «quattro gare di lavori su sette – disse – saranno infatti pubblicate entro la primavera e per un quinto intervento è in chiusura la Conferenza dei Servizi».

Insomma degli interventi affidati al Commissario unico nel lontano 2017 soltanto due sono stati eseguiti e collaudati, ovvero appena il 5% degli interventi previsti.