venerdì,Luglio 1 2022

Cosenza, dopo 22 anni si spengono le luci sull’Officina delle Arti

Eduardo Tarsia, attore e regista, mette in vendita lo storico teatro nel cuore del centro storico. «Era il mio sogno ma sono stanco di combattere»

Cosenza, dopo 22 anni si spengono le luci sull’Officina delle Arti

Aria da polvere di stelle, da teatro tra le guerre. Cavallucci di legno intagliati a vivo, tavolini da Cafè Chantant. Il soffitto altissimo e l’aria di legno e candele e di vago salnitro. Officina delle Arti, da piazza XV marzo ci arrivi sobbalzando in seconda sui sanpietrini dello Spirito Santo, poi a destra, costeggi il fiume, altro vicolo da ingoiare fino in fondo. Parcheggi, tiri un saluto da lontano, se è quasi sera cammini sulle pozze di luce dei lampioni gialli. Immagine da canzone degli anni Sessanta. Liuti, stoffe, il soffitto a travi, il balconcino per la vista migliore, sedie in bilico dalle pareti appese come quadri per spettatori fantasma che non soffrono la gravità. La balaustra di ferro battuto. Il panno nero di sfondo alla scena. Un ritratto di un luogo che è nel viso del suo fondatore, Eduardo Tarsia. Barba folta, panama bianco, camicia cambrì negli scatti iconici. Dopo più di vent’anni la porta del teatro si chiude. «Ho scoperto che tirano più i funerali delle nascite» commenta con una punta di sarcasmo il padrone di casa. All’Officina delle Arti si sgombra, è tutto in vendita dalla cornice, al tavolo a tutto il resto. «Non ce la faccio più. Mi dicono di tenere duro, ma che vuol dire tenere duro? Niente vuol dire. Non è una resa la mia, è una rinuncia».

Il giorno più bello appare lontanissimo, come tutte le curve lasciate indietro: 10 giugno del 2010. «La serata di apertura. Ancora la ricordo, ce l’ho ben chiara in testa. Avevamo finito i lavori, una fatica incredibile, ma c’era l’obiettivo che dava forza. Questo era il sogno di una vita, il coronamento di un percorso: volevo un teatro, non volevo guadagnare, ho dato tutto quello che avevo per comprarlo, ho ristrutturato questo stabile di fine 800 impegnando ogni cosa e adesso divido la mia pensione con le persone qui perché è giusto così». Racconta con un brivido di fiato, perché ricordare quando tutto finisce, è sempre una salita. «Non ho mai chiesto nulla, non sono un questuante, io ho lavorato sodo, e per un periodo è stato bellissimo ma adesso non ce la faccio davvero più. Da ieri la gente mi chiama, mi scrive. Dice: “Ripensaci, Eduardo”. Eh, si fa presto a dire così, ma che alternativa ho? Basta si chiude, si vende tutto. Da due anni e mezzo qui è tutto morto». Si chiede se n’è valsa la pena, se è stata la scelta giusta quella di un ventennio fa. È il momento del dubbio per lui, quarant’anni di teatro, uno che non s’è mai voluto piegare alle logiche di mercato. «Non ho mai pensato neanche per un minuto di ridurre questo teatro a un ristorante sempre aperto. La gente viene e chiede: ma si mangia, stasera? E quando si mangia? Invece di domandare cosa va in scena. Ho capito che se prepari la tavola le persone vengono altrimenti è dura. Ma questo non è un ristorante e io sono un teatrante».

Sulla sua scena ci sono passati in tanti: compagnie, attori, musicisti. «Si sono formati qui, lo dico con un certo orgoglio, perché io in questo posto c’ho creduto davvero e l’ho dimostrato con i fatti». Cosenza, dice, è una città dove le proposte non si fanno, e le cose cadono nel vuoto. «Ho parlato con assessori, ho invitato il sindaco a venire a trovarmi, ma alla fine non succede mai nulla e io non voglio favori, non voglio soldi, sono solo stanco e forse è arrivato il momento di chiudere la scena, l’atto, tutto».