venerdì,Agosto 19 2022

C’è lo zampino del giudice calabrese Samuel Alito nella svolta antiabortista americana

Rigido ultraconservatore, con radici nel Reggino, è noto per le sue posizioni contro i gay. Nella bozza che ha portato alla decisione che sta facendo discutere tutto il mondo, è riuscito a mettere in discussione 50 anni di lotte

C’è lo zampino del giudice calabrese Samuel Alito nella svolta antiabortista americana

Anche se è nato a Trenton, New Jersey, il giudice associato alla Corte Suprema degli Stati Uniti, Samuel Alito, che ha portato alla demolizione del diritto all’aborto libero negli Usa, ha sangue calabrese nelle vene. I suoi nonni fecero i bagagli da Roccella Jonica, Reggio Calabria, alla volta degli Stati Uniti nel primo decennio del ‘900. Suo nonno Antonio, fu il primo ad attraversare l’Oceano. Il padre di Samuel nacque in Calabria, a Montebello Jonico, nel 1914, ma crebbe negli Usa senza tornare più in Italia. Quello che oggi è il giudice più discusso del momento, dopo gli studi a Yale e una carriera da avvocato per il Distretto del New Jersey (nel 1972 scrisse una tesi sulla Corte costituzionale della Repubblica Italiana) è noto per le sue posizioni integraliste.

Dalla decisione di oggi alla negazione dei diritti per gay e trans

Il cognome Alito oggi è trend topic sul web. È suo il parere, tra i più rigorosi, che ha contribuito alla decisione di demandare agli Stati Usa la scelta di rendere o meno illegale l’aborto. Immediatamente Paesi come il Texas e il Missouri, ne hanno approfittato sbarrando le porte di ambulatori, cliniche e ospedali alle donne incinte. Nessuna eccezione è permessa se così lo Stato ha deciso. Con questa controversa decisione gli Stati Uniti entrano nel novero delle 4 nazioni al mondo in cui abortire può essere un reato, insieme a Polonia, Salvador e Nicaragua.

Le posizioni ultra conservatrici di Alito, convinto trumpiano, non sono nuove. Nel giugno 2020 è stato uno dei tre giudici – insieme a Brett Kavanaugh e Clarence Thomas (che ha fatto pressione, di recente, anche per la limitazione nell’uso dei contraccettivi) – a votare contro l’estensione dei Civil Rights Act del 1964 anche alle persone gay e trans.

Nella bozza di Alito, da cui è scaturito il parere in merito alla quaestio sull’aborto, il ragionamento sul caso Roe parte dal fatto che l’aborto non è da considerare tra quei diritti civili e umani esplicitamente menzionati nella Costituzione. Questi diritti, sostiene Alito, dovrebbero ricevere protezioni federali solo se sono “profondamente radicati” nella storia e nella cultura degli Stati Uniti. L’aborto, secondo lui, non lo è.

“Roe Vs Wade” ecco cos’è e perché ha cambiato le cose

«La sentenza “Roe v. Wade” è sempre stata platealmente sbagliata – ha scritto Alito -. Il ragionamento alla sua base era eccezionalmente debole, e quella decisione ha avuto conseguenze dolorose. […] È tempo di rispettare la Costituzione e riconsegnare il tema dell’aborto ai rappresentanti eletti dalle persone».

La sentenza di cui tanto si parla, demolita in un soffio dalla decisione dei giudici, fu pronunciata il 22 gennaio del 1973. Prima di quella data in almeno 30 Stati americani la pratica dell’aborto era riconosciuta come illegale. Roe non esisteva, era lo pseudonimo dietro cui si celava Norma Leah McCorvey. Nata nel profondo Sud degli Stati Uniti, dopo un’infanzia problematica e due gravidanza, restò incinta la terza volta di un uomo violento. Ma la legislazione di allora dava la possibilità di abortire solo alle donne vittime di incesto.

McCorvey assunse come avvocati Linda Coffee e Sarah Weddington, in prima fila nella battaglia per il riconoscimento del diritto all’aborto. Dall’altra parte, trovarono il procuratore distrettuale Henry Wade che nel 1963 aveva vestito i panni dell’accusa nel processo a Jack Ruby. La Corte Distrettuale, alla fine, emise un verdetto favorevole alla McCorvey. L’appello diede l’occasione a Linda Coffee e Sarah Weddington di spingersi ancora più in là mirando al riconoscimento del diritto all’aborto per motivi personali attinenti al libero arbitrio. La Corte decise che l’aborto fosse lecito e dipendesse solo dalla scelta della madre entro il terzo mese di gravidanza salvo la donna non versasse in pericolo di vita (in questo caso l’aborto era consentito oltre i limiti).