giovedì,Ottobre 6 2022

Cetraro, la caserma dei Carabinieri resta chiusa. La storia si trascina da anni

La struttura è sempre lì, visibile dal lungomare cittadino, chiusa e inutilizzata, mentre lo scorrere del tempo, impietosamente, la consuma

Cetraro, la caserma dei Carabinieri resta chiusa. La storia si trascina da anni

In molti dicono che Cetraro sia la perla del Tirreno e per molti aspetti, ad esempio bellezza e storia, lo è. La comunità, però, deve però fare i conti con l’altra faccia della medaglia: l’alto tasso di criminalità. Nonostante ciò, da anni, quella che doveva essere la nuova caserma dei carabinieri, pronta ad accogliere un maggior numero di forze dell’ordine, rimane chiusa e inutilizzata, senza che nessuno riesca a risolvere il problema.

La vicenda è decisamente spinosa, sintomatica di uno Stato che non riesce a gestire nemmeno se stesso e lascia campo libero alla criminalità di organizzarsi a suo piacimento. Eppure l’apertura della nuova caserma dei carabinieri, che consentirebbe la creazione di una nuova Tenenza nel territorio, è di vitale importanza per la città di Cetraro, soprattutto alla luce degli ultimi e incessanti episodi di violenza che si sono registrati.

Una lunga storia

Per capire perché è così importante aprire la nuova caserma dei carabinieri, è necessario ripercorrere le origini delle vicende che hanno sporcato la “perla” del Tirreno col sangue. Cetraro è il posto che a inizi anni ’80 accoglie un giovane Francesco Muto da Cosenza, imbianchino, calzolaio, fruttivendolo, che a un certo punto diventa l’uomo di punta della cosca dei Pino-Sena, quando questa è in guerra contro le famiglie Perna-Pranno-Vitelli.

Dopo quattro anni trascorsi con obbligo di dimora ad Acciaroli, frazione del Comune di Pollica, in provincia di Salerno, il giovane Muto torna definitivamente a Cetraro, dove crea la sua roccaforte e un impero legato agli affari del mercato ittico che gli vale lo pseudonimo di “re del pesce“. La sua parabola mafiosa, costellata di indagini e detenzioni, subisce un significativo ridimensionamento il 19 luglio del 2016, grazie al colpo inferto dalla magistratura antimafia di Catanzaro con l’inchiesta “Frontiera”. Quella mattina militari lo prelevano dalla sua abitazione e lo trasferiscono al carcere di Opera a Milano, dove i detenuti sono in regime di 41bis.

Quasi tutta la famiglia Muto finisce dietro le sbarre, ma a Cetraro rimangono decine di scagnozzi con le armi in pugno. Senza più le direttive del boss, che non ama la “muìna“, e con poche forze dell’ordine a vigilare, in strada si spara all’impazzata, contro l’auto di un giovane maresciallo dell’Arma, contro le auto dei commercianti, contro uno spacciatore, un buttafuori, contro chiunque incroci la mano armata di certi soggetti. Cetraro e il Tirreno cosentino tornano a sporcarsi di sangue. L’ultimo episodio è un tentato omicidio ai danni di Guido Pinto, titolare di una palestra ad Acquappesa, avvenuto a giugno scorso.

Perché la caserma rimane chiusa?

Il problema, da quanto emerge da alcuni documenti, risiederebbe nel mancato accordo tra le parti coinvolte e nessuno sa come sbrogliare la matassa. Ma quando è avvenuto lo strappo e in che consiste? Andiamo per ordine. Il 27 novembre 2001, una società con sede a Scalea stipula un contratto di “locazione di cosa futura” con il Ministero degli Interni, attivandosi per la costruzione dell’immobile che sorgerà su territorio demaniale. Poco dopo subentra una nuova società, con sede in provincia di Vicenza, che porta a termine i lavori una decina d’anni più tardi. Il nulla osta da parte del Demanio per la sottoscrizione del contratto di locazione tra la società vicentina e il Ministero dell’Interno, invece, arriva solo a marzo 2017.

Un mese dopo, però il Demanio revoca l’autorizzazione perché, a seguito di un approfondimento istruttorio, si evidenzia un presunto sconfinamento di una parte dell’immobile. A luglio dello stesso anno le parti si ritrovano innanzi al Prefetto. Il Demanio conferma le risultanze, nonostante le contestazioni della società appaltatrice, e in tutta risposta inoltra a quest’ultima la richiesta di pagamento della somma di € 16.115,76 a titolo di canoni di occupazione abusiva per il periodo dal 2009 ad 2017.

Progetto andato in fumo

Nonostante ciò, la società che ha appaltato i lavori ha la volontà di risolvere la questione e sottoscrivere il contratto, ma è tutto inutile, le parti non convengono. Il problema principale, tra gli altri, sono le somme del canone annuo. La società vicentina chiede gli importi pattuiti vent’anni prima vengano rivisti alla luce degli adeguamenti Istat e dei prezzi di mercato correnti sul territorio, ma anche del maggior valore conseguito dall’immobile «in virtù di opere realizzate extra capitolato, la maggior parte delle quali richieste dall’Arma dei CC, avendo essa prospettato – si legge in una relazione – anche durante le ispezioni in cantiere, proprie esigenze concrete non originariamente contemplate all’atto della sottoscrizione del preliminare di locazione di cosa futura del 2001».

L’ultima comunicazione tra le parti è dell’aprile 2019, quando la società veneta invia l’ennesima pec alle parti in causa, senza tuttavia ricevere risposta. Nel frattempo l’Ottagono subisce una procedura esecutiva immobiliare al Tribunale di Paola, instaurata da un creditore.

Chi deve intervenire?

La struttura è sempre lì, visibile dal lungomare cittadino, chiusa e inutilizzata, mentre lo scorrere del tempo, impietosamente, la consuma. Lo stabile non solo non potrà essere utilizzato per nient’altro, è anche altamente improbabile che non potrà nemmeno finire all’asta per il recupero dei crediti, trattandosi di un’opera pubblica con specifica funzione di ordine pubblico e di difesa nazionale. Nel frattempo, le poche forze dell’ordine dislocate sul territorio si trovano a gestire un’incredibile mole di lavoro e la criminalità continua a fare quel che le pare, facendosi beffa dello Stato e dei cittadini. La tenenza dell’Arma, oltretutto, a differenza dell’attuale stazione dei carabinieri, avrebbe maggiore indipendenza e potrebbe andare a incidere laddove finora la delinquenza locale non è stata ancora scalfita. Ma chi è che deve intervenire? E, soprattutto, perché non lo ha già fatto?